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L’artigiano milionario che trasforma i feretri in vere opere d’arte

A d Accra, la capitale di un Ghana la cui economia sta crescendo a ritmi vertiginosi, la sacralità della morte è importante almeno quanto quella della vita. Il trapasso deve avvenire con stile, se non altro per allontanare certe pratiche animiste che ormai sono solo più intrise di folklore e di suggestioni. Il funerale 2.0 è un’idea geniale partorita dalla mente di un artigiano settantunenne, Joseph Ashong, che «griffa» le sue produzioni con il nome d’arte di «Paa Joe». Stiamo parlando di bare, dalle forme originali e stravaganti. Talmente fuori da ogni schema da essere esposte in alcuni tra i più prestigiosi musei del pianeta. «Molti collezionisti e amanti dell’arte hanno iniziato a cercarmi e a comprare svariati pezzi che poi sono stati esposti: dalla Francia alla Spagna, dalla Germania, al British Museum e al Victoria & Albert Museum di Londra, dal Giappone alla Corea, fino al Brooklyn Museum di New York. I lavori migliori però si trovano almeno sei metri sotto terra», ironizza Joe per sdrammatizzare. La sua clientela è selezionata, i feretri dell’artigiano ghanese sono ambiti da personaggi importanti della politica e del jet set. Nel 1988 l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter visitò il suo laboratorio nel quartiere di Nungua e acquistò due bare. Stessa cosa accadde nove anni dopo quando ad Accra si presentò Bill Clinton per ordinarne due: una per se e l’altra per la moglie Hillary. Dicono che nel 2009 anche Barack Obama abbia tentato di visitare il laboratorio, ma in quei giorni Joe era in ferie e i suoi collaboratori consegnarono all’allora inquilino della Casa Bianca un catalogo della produzione. Una versione aggiornata è nelle mani di Vladimir Putin, Mariano Rajoy, ma anche di artisti della musica come Madonna, Lenny Kravitz e dell’ex campione del tennis Boris Becker. Joe è l’artigiano più prolifico in Ghana nel settore funerario. Produce bare con alcuni tra i disegni più stravaganti al mondo. Le sue creazioni includono casse da morto sotto forma di donne nude, bottiglie di soda, pacchetti di sigarette, macchine fotografiche e persino automobili e astronavi. Opere in legno realizzate a mano con l’aiuto dei suoi figli Jacob e Isaac e preparate per un corteo funebre che può durare fino a tre giorni. Di recente ha assunto come assistente Elisabeth Efua Sutherland, visual artist ghanese nata nel 1991 e già conosciuta all’estero. La clientela (forse più i parenti del defunto) è esigente, la memoria, le commemorazioni, l’identità stessa delle persone e la loro realizzazione in vita vanno preservate. Per questo oggi in Ghana la gente viene sepolta in bare dalle forme diverse. Ogni foggia sta a simbolizzare la loro carriera, ciò a cui erano legati o le cose che amavano di più quando erano in vita. «Volevo entrare in questo commercio, mandare i morti nella terra dell’aldilà in una cassa bella e colorata». La chiave è sollevare il morale a tutti i costi sulla strada che porta all’eterno riposo, senza badare a spese. In Ghana del resto i funerali non rappresentano solo il momento in cui ci si riunisce per piangere la persona che è venuta a mancare, ma sono anche un’opportunità per commemorare la vita dell’amato defunto, un evento sociale a cui partecipano moltissime persone: più sono, più significa che la persona scomparsa era molto popolare e benvoluta dalla sua comunità. «Fino a pochi anni fa realizzavo mobili, ma ero bravo a occuparmi anche degli intarsi – racconta -. L’idea è venuta fuori quando mia madre è morta a 107 anni. Ha vissuto oltre un secolo, un record per le aspettative di vita di un Paese africano. Decisi quindi di inventare qualcosa di particolare, che lasciasse il segno. Nacque così la prima bara artigianale. Preparai per lei un feretro a forma di leone, simbolo dell’Africa e della forza». Da quel momento Joe ci ha preso gusto ed è diventato milionario. Senza dimenticare che qualcosa del genere era già nelle corde, negli anni Cinquanta, di suo zio Seth Kane Kwei. «Quando morì sua moglie decise di costruire una bara a forma di aereo. Si erano promessi di regalarsi un viaggio in Egitto. Lei sognava di volare, ma non riuscirono a realizzare il desiderio». Quella fu però un’opera singola, Joe invece assembla, disegna e vende ai quattro angoli del mondo. La bara per Joe è un simbolismo. In Ghana la morte non è la fine ma un continuum della vita. «Per esempio se quando eri vivo facevi l’autista o eri un appassionato di automobili, verrai sotterrato all’interno di un feretro a forma di macchina, presumendo che poi continuerai a guidare. Se eri un insegnante, la tua cassa sarà una penna o un libro. Stessa cosa per un giornalista. La sua cassa avrà la forma di un microfono o di una videocamera. Funziona così». Paragonato, da alcuni critici, a Jeff Koons, per il gusto, secondo standard occidentali, kitsch, l’artista crea più di semplici oggetti mortuari, ma affermazioni e manifestazioni di vita. Un’attività talmente singolare e per certi versi affascinante da aver attirato l’attenzione del mondo del cinema. Nel 2016 il documentarista britannico Benjamin Wigley si è recato ad Accra per girare Paa Joe & The Lion, altri registi come il finlandese Aki Kaurismaki e il greco Alexandros Avranas sono interessati a inserire un cameo dell’artigiano africano in una delle loro prossime produzioni. Le opere di Joe hanno un costo che varia dai 10 ai 15mila dollari. Per i funerali locali usa un legno più morbido e materiali più comuni mentre per i collezionisti, i commercianti d’arte e i vip utilizza un legno più duro e materiali più pregiati e di qualità, che sono molto costosi. In entrambi i casi però i feretri sono realizzati artigianalmente, a mano. Senza l’utilizzo di macchinari. «Non le ritengo cifre esagerate – sostiene -. Le vite delle persone continuano dopo la morte, quindi è importante che lo facciano con stile. Quando arriverà il mio momento, l’oggetto che mi rappresenterà sarà un martello».

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Luigi Guelpa