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L’arresto di un jihadista a Como
e i fantasmi della guerra in Bosnia

Il caso di Fayek Shebl Ahmed Sayed, il 51enne egiziano arrestato in provincia di Como con l’accusa di associazione per finalità di terrorismo può essere considerato uno degli effetti collaterali della politica di Usa e Nato in Bosnia durante il conflitto del 1992-95.

Infatti Sayed negli anni ’90 aveva combattuto proprio in Bosnia, nell’unità “el-Mudzahid” con base a Zenica e formata da centinaia di ex “mujahideen” arabi veterani della guerra afghana contro i sovietici e dopo la guerra era rimasto in Europa. Il figlio Saged, oggi latitante in Siria nelle file dei qaedisti, è nato in Bosnia.

Del resto furono in parecchi i jihadisti arabi a restare nel paese balcanico dopo la guerra, dove sposarono donne del posto, presero la cittadinanza e diedero vita a vere e proprie enclaves salafite in varie zone della Bosnia come Teslic, Zepce, Zenica, Gornja Maoca, Buzim, Osve.

All’inizio degli anni ’90 i mujahideen erano considerati quasi una “benedizione” in chiave anti-Mosca, tanto che il giornalista britannico Robert Fisk nel dicembre del 1991 sull’Independent dedicava a Osama Bin Laden un articolo dal titolo “Guerriero anti-sovietico mette il suo esercito sulla strada della pace”. Un titolo forse un po’ azzardato e affrettato visto che nemmeno un decennio dopo Bin Laden e il suo “esercito” divenuto al-Qaeda sarebbero finiti nella lista nera degli Usa e dell’Occidente come “nemico numero uno”.

In effetti i veterani arabi dell’Afghanistan erano utili perché potevano essere riutilizzati in chiave anti-serba in Bosnia come “legione straniera” da affiancare a miliziani bosniaci male armati e organizzati. Contrastare la Serbia significava contrastare Mosca nei Balcani, anche a costo di riempire la zona di barbuti fanatici e così è stato.

Reindirizzarli in Bosnia significava inoltre evitare che cercassero di rientrare nei propri Paesi d’origine come Egitto, Tunisia, Arabia Saudita, col rischio di destabilizzare quei regimi alleati dell’Occidente.

L’asse Vienna-Milano-Zenica era ben noto, così come si sapeva che dal Centro Culturale Islamico di viale Jenner venivano gestiti i contatti e i rifornimenti all’unità el-Mudzahid, sotto l’attenta supervisione dell’imam egiziano Anwar Shaban che verrà ucciso nel dicembre del 1995 proprio in Bosnia da un’unità dell’HVO croato, dopo essere sfuggito all’arresto in Italia.
Shaban non fu l’unico jihadista noto ad essere segnalato in Bosnia, vi passarono infatti anche l’algerino Abu Maali (GIA) e l’egiziano Muhammad al-Zawahiri, fratello di Ayman, leader di al-Qaeda, che gestiva le operazioni bosniache dei jihadisti direttamente dal Sudan.

Il “prodotto” forse più eloquente dell’infiltrazione jihadista araba in Bosnia è però il predicatore Bilal Hussein Bosnic, bosniaco arruolatosi negli anni ’90 nell’unità el-Mudzahid dove abbracciava il salafismo armato; in seguito sarebbe divenuto il più influente predicatore e reclutatore di jihadisti da spedire in Siria nell’Isis.

Bosnic, attualmente in carcere, veniva arrestato dalla SIPA nel settembre del 2014 quando veniva dato il via all’”operazione Damasco”. In Italia il predicatore è stato presente in più occasioni, invitato in vari centri islamici a Pordenone, Bergamo, Cremona e Siena ed era a capo della rete che ha reclutato Ismar Mesinovic, Munifer Karamalesi ed Elmir Avmedoski, i tre balcanici residenti nel Triveneto e arruolatisi nell’Isis.

Sayed e Bosnic sono soltanto due casi, due “micro-conseguenze” di una strategia internazionale che non ha esitato a lasciar riempire la Bosnia di tagliagole pur di contrastare il nemico serbo satellite di Mosca. Oggi se ne pagano le conseguenze e nel frattempo non si può non chiedersi quanti altri come Sayed siano presenti in Europa, perché molti di quei jihadisti veterani della Bosnia nel frattempo hanno fatto perdere le proprie tracce.

È inoltre essenziale ricordare che un altro risultato della diffusione ideologica jihadista nei Balcani è quel migliaio di foreign fighters balcanici finiti in Siria a combattere nelle file di Isis e al-Qaeda, esattamente come il figlio di Sayed. Un’armata in chiave anti-Assad e dunque anche in questo caso in chiave anti-Mosca. Le manodopera è sempre jihadista.