Supporters cheer top opposition presidential candidate Mauricio Macri in Buenos Aires, Argentina, Sunday, Oct. 25, 2015. Opposition leaders claimed Sunday night that Macri had gotten enough votes in Argentinas presidential election to force a runoff against ruling party presidential candidate, Buenos Aires Gov. Daniel Scioli. (ANSA/AP Photo/Jorge Saenz)

L’Argentina sceglie il cambiamento

Mauricio Macri è il nuovo presidente dell’Argentina: si è imposto al suo avversario Daniel Scioli con il 51,40% dei voti nel ballottaggio per le elezioni presidenziali.

Un risultato che è frutto di un’oculata strategia di coalizioni portata avanti dal partito del PRO di Macri e che ha convogliato tra le sue fila i conservatori neoliberali e una parte del radicalismo. Tra i primi figurano alcuni esponenti della politica e dell’economia degli anni della dittatura militare e del periodo menemista: Carlos Melconian, Domingo Cavallo, Alfonso Prat Gay e Patricia Bulrich. Per quanto riguarda il partito radicale, già distrutto negli anni novanta dall’“Alianza” guidata da De la Rua, i “sopravvissuti” Saenz e Carriò hanno finito l’operazione di smembramento del partito prestando a Macri la propria struttura politica necessaria per imporsi a livello nazionale. Ecco perché oggi il 48.6% della popolazione, che ha votato per Scioli, rappresenta un blocco unico di elettori fedeli ad un progetto portato avanti con successo per dodici anni dai governi, prima di Nestor Kirchner e poi di Cristina Fernandez, mentre l’attuale risicata maggioranza assume le sembianze di un pastone, il cui unico tratto comune é rappresentato dalla volontà di detronizzare il “Kirchnerismo”. Il 10 di dicembre toccherà, infatti, alla presidenta Cristina Fernandez de Kirchner consegnare il testimone presidenziale all’entrante Maurizio Macri. La sua vittoria, di stretta misura, pone ora un dubbio: cambiare o non cambiare? Cambiemos o no cambiemos? Questo è il problema. CAMBIEMOS è l’emblematico nome del partito guidato dall’imprenditore e sindaco Macri, per due volte consecutive alla guida della città di Buenos Aires, e che si può definire come un vero e proprio specchio per le allodole. “Cambiare, l’importante è cambiare” questa la frase ricorrente di chi è convinto che il partito “Cambiemos” rappresenterà una svolta politica, denunciando una presa di posizione poco chiara o perlomeno priva di contenuti: troppo demagogico il discorso di chi governerà, ma senza prendersi la briga di spiegare come. Nei giorni scorsi sui social network imperversavano messaggi che richiamavano al benessere degli anni novanta, fatto , secondo i sostenitori di Macri, di pantagrueliche “parrilladas a dos mangos” (grigliate per due sodi). Niente di più dell’italianissimo “meglio l’uovo oggi che la gallina domani” perché, purtroppo, queste esternazioni non considerano affatto quanto alto risultò essere il prezzo per il popolo argentino del rapporto uno a uno tra pesos e dollaro statunitense. Poca memoria e, soprattutto, poca lungimiranza per chi si illudeva che in dieci anni di governo Kirchnerista si potessero risollevare le sorti di un Paese che avrebbe bisogno almeno di quaranta anni di buon governo per ritrovare il proprio assetto socio economico. Allora sì che l’Argentina avrebbe potuto primeggiare. E non solo in Sud America ma, considerando gli scenari internazionali, anche a livello mondiale. Ma per quei pochi che possono e preferiscono andare a fare la spesa a Miami è meglio e opportuno convincere la gente che la liberalizzazione del mercato è l’unica soluzione possibile: via il “cepo” al dollaro (controllo statale del prezzo del dollaro), via i freni all’importazione, via le tasse sull’esportazione dei prodotti del settore primario, via tutte le misure protezionistiche, insomma, a scapito di un fragile equilibrio del mercato interno. È molto probabile un ritorno al modello degli Anni Novanta, perché in effetti gli economisti dell’entourage di Macri sono gli stessi che determinavano le fallimentari politiche economiche del periodo menemista e che CAMBIEMOS ha tenuto lontani dalle telecamere, in questi ultimi mesi, per evitare sconvenienti confessioni riguardanti i loro progetti. Una censura che oggi è destinata a finire. Ovviamente Macri e i suoi hanno smentito, anzi, hanno rilanciato la palla delle responsabilità al loro avversario Scioli, il candidato dell’attuale governo, sostenendo che la minaccia di un ritorno a quelle politiche è solo un mezzo per incutere paura alla popolazione, una strategia per spostare voti dalla loro parte. Un po’ come se avvisare che un ladro ti sta entrando in casa fosse cagione di spavento per il proprietario dell’immobile, invece di un avvertimento sulle cattive intenzioni dell’intruso. Nelle ultime settimane il dibattito si é spostato per le vie delle città argentine, i sostenitori di Scioli e dell’attuale governo sono scesi in piazza: ricercatori, sindacalisti, imprenditori, docenti, negozianti, attori, operai hanno fatto sentire la loro voce sul campo, preoccupati di perdere quello che hanno conquistato in questi dieci anni e più di politica economica e sociale, consci del fatto che il cammino da difendere era quello della prosecuzione del rafforzamento del mercato interno e quindi delle PIMES. Volevano proseguire nella riduzione del tasso di disoccupazione sostenendo il mercato del lavoro, puntare sull’educazione e la ricerca scientifica, redistribuire il reddito e ridurre la dipendenza economica dall’estero. Politiche queste che contrastano con le vaghe intenzioni di un governo sostenitore del libero commercio. Il discorso del nuovo presidente segue la linea poco chiara di un percorso senza tracciato. “Che Dio mi illumini”: questa una delle frasi dalla quale si evince la richiesta da parte di Macri di un aiuto ab extra, un’illuminazione diretta proveniente dall’esterno. Rimane l’incognita di capire a quale aiuto si riferisca.

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