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L’Arabia Saudita conquista le Maldive

Se si pensa che le Maldive siano un paradiso di atolli distaccato dalla confusione imperante nel mondo, dalle sue guerre e dai conflitti che lo animano, ci si sbaglia. Mai come in questi anni, le Maldive rappresentano uno dei luoghi più interessanti per studiare il fenomeno dell’espansione delle relazioni commerciali dell’Arabia Saudita e, parallelamente, la crescita esponenziale del fenomeno jihadista. Le isole paradisiache delle Maldive sono entrate da qualche tempo nell’orbita di Riad. Un’orbita fatta non solo di investimenti economici nel settore del turismo, ma di una vera e propria pianificazione di inclusione di alcuni degli arcipelaghi delle Maldive nell’asse economico, politico, militare e anche culturale dell’Arabia Saudita. Il fatto che le Maldive siano state uno dei primi Paesi a unirsi alla monarchia saudita nel blocco a Qatar dimostra quanto sia ormai molto forte quest’alleanza tra Riad e Male.

Negli ultimi mesi, l’Arabia Saudita ha dato l’avvio alla realizzazione di un progetto da dieci miliardi di dollari che avrà come luogo prescelto l’atollo di Faafu. Un atollo strategico, a nord delle Maldive, non troppo lontano dall’isola dello Sri Lanka e dalle coste indiane. Qui, a poco più di un centinaio di chilometri dalla capitale, Male, i sauditi prevedono di costruire condomini di lusso, un aeroporto, un porto e una serie di infrastrutture, che renderanno l’atollo una proprietà della monarchia dei Saud nel giro di pochi anni. Una notizia che aveva destato molta preoccupazione nella popolazione locale, impaurita dal fatto che queste nuove costruzioni devastassero la vita degli atolli e l’economia del Paese, oltre che dal fatto che il governo stesse in sostanza vendendo il nord delle Maldive a una potenza straniera.

Come in ogni Paese in cui l’Arabia Saudita arriva con i suoi miliardi di petroldollari, anche le Maldive, negli ultimi anni, hanno assistito a una crescente radicalizzazione dell’islam locale. Anche qui, negli atolli paradisiaci dell’oceano Indiano, è arrivato il wahabismo, e con essa la cultura del jihad internazionale. Il fenomeno del wahabismo, sconosciuto a un arcipelago in cui la religione islamica era molto più incentrata sulla cultura sufi, vede negli anni una crescita di proselitismo e di violenza, che i sauditi hanno nutrito negli ultimi decenni con l’invio di predicatori e con il finanziamento di centri islamici radicali. Non è un caso che le Maldive siano preda, negli ultimi anni, della formazione di gruppi di foreign fighters che hanno deciso di imbracciare le armi per combattere in Siria e Iraq al fianco del Califfato. Sono circa cinquecento i combattenti delle Maldive partiti per la guerra dell’Isis: un numero non minimo se si pensa alla popolazione del Paese, fatta di 350mila anime disperse su un’infinità di atolli. In particolare, a partire sono giovani senza speranza, chiusi tra il lusso sfrenato dei resort costruiti dalle potenze occidentali e arabe e da un governo che non garantisce una vita dignitosa. Questi giovani, che subiscono l’indottrinamento dei predicatori wahabiti inviati da altre parti del mondo o anche su internet, trovano così nel jihad la loro consacrazione umana.

Nella volontà saudita di conquistare le Maldive, c’è evidentemente un motivo geopolitico non di poco conto. La presenza di porti e aeroporti sauditi nelle Maldive, che possono all’occorrenza diventare anche militari, rappresenta per Riad la garanzia del controllo sulle rotte marittime che collegano il Golfo Persico ai nuovi mercati orientali. Non a caso, anche la Cina ha deciso da anni di investire negli atolli delle Maldive. E non a caso sia Pechino che Riad hanno intrapreso un piano di costruzione di basi militari negli arcipelaghi dello Stato. L’Arabia Saudita ha necessità di tenere sotto stretta sorveglianza le rotte che portano il petrolio saudita nei mercati dell’Estremo Oriente e, in ultima analisi, tenere sotto osservazione anche i movimenti navali che partono dai porti iraniani verso l’Oceano Indiano. La Cina, dal canto suo, ha necessità di controllare la sicurezza dei propri cargo contro eventuali attacchi di pirateria, ma soprattutto di formare quella cintura di sicurezza nell’Oceano Indiano che è rappresentata dalla basi di Gwadar in Pakistan, Gibuti in Africa, Duqm in Oman e Hambantota in Sri Lanka. E cui adesso si aggiungono le Maldive. In questo modo, Pechino non solto controlla le tratte commerciali, ma riesce anche ad avere il quadro completo di tutti i movimenti marittimi nell’oceano Indiano anche, e soprattutto, a discapito del rivale indiano.

  • Rifle Leroy

    Ho come l’impressione che questi sauditi si stiano comprando terreni all’estero (anche in kosovo e bosnia) per poi trasferircisi a vivere. Che poco poco la loro intenzione sia quella di scappare dalla loro terra natia?
    Non so quanto un saudita sia attaccato a quello che è a tutti gli effetti un immenso deserto, io lo sarei poco.

  • gennarino

    UNA BELLA BOMBA ATOMICA DOVREBBE RADERE AL SUOLO L’IPOCRITA ARABIA SAUDITA, ISRAELE E LA TURCHIA, LE PRINCIPALI CAUSE DEL TERRORISMO! GLI AMERICANI INSIEME A QUEI VIGLIACCHI DI BRITANNICI ANDREBBERO INVECE RIDOTTI IN SCHIAVITÙ PER I PROSSIMI CENTO ANNI!

    • Pirata Nero

      concordo in pieno!

  • agosvac

    Sarà ma a me sembra che gli interessi della Cina, prettamente commerciali, siano contrastanti con quelli dell’Arabia Saudita. Non fosse altro che perché l’Arabia Saudita sovvenziona il terrorismo islamico che contrasta nettamente con l’attività commerciale che è scopo della Cina! Non ci può mai essere libero scambio commerciale con chi fomenta l’isis. Tra l’altro i cinesi già hanno gli uiguri che rompono i coglioni.
    L’unica cosa buona è che i cinesi non sono come gli europei, se qualcuno gli rompe le scatole, lo eliminano!!!

    • Antonio Fasano

      veramente è il contrario: sono i cinesi a rompere i coglioni agli Uiguri. Così come li rompono ai Tibetani!!!

      • agosvac

        Già, però gli uiguri sono circa trenta milioni i cinesi sono , quanti?, un miliardo e mezzo!!! Tra l’altro paragonare gli islamici uiguri ai tibetani è come confondere il piombo con l’oro!

        • Antonio Fasano

          Ognuno sul proprio territorio! Ed entrambi i popoli invasi e sottomessi ai cinesi. In cosa consisterebbe la differenza?

          Il giorno 19 giugno 2017 12:20, Disqus ha scritto:

          • agosvac

            La differenza consiste nel fatto che lei ha abiurato la fede cristiana per diventare islamico, pertanto non è certamente al di fuori delle parti. Cercherò di spiegarle la differenza, ma sono sicuro che non la capirà. E’ vero che il Tibet è stato invaso dai cinesi, ma non è vero che gli uiguri sono stati invasi visto che molti secoli fa si sono stanziati in un territorio che era cinese. Comunque quel che volevo fare risaltare è che c’è un’enorme differenza tra la forma tradizionale tibetana e la religione islamica. Differenza che evidentemente le sfugge. La forma tradizionale tibetana è per sua natura “non violenta”, l’Islam è, per sua natura, violenta tanto da portare al terrorismo cosa del tutto fuori da ogni pensiero tibetano.

          • Antonio Fasano

            Per mia fortuna io non sono mai stato “Paolista”. Ma sempre islamico e seguace del Profeta Isa figlio di Maria, Messia nella carne. Siete voi che vi spacciate per cristiani quando non lo siete affatto.

            Il giorno 20 giugno 2017 12:09, Disqus ha scritto:

  • dottor Strange

    uscire dal petrolio sarebbe opportuno per smettere di finanziare chi ci odia (lasciando perdere le stupidaggini sul riscaldamento globale). il problema è che se si propone una centrale geotermica, le pale eoliche (dove tira vento, ovviamente), le centrali a biomasse ed i termovalorizzatori esce subito fuori un comitato che blocca tutto. a chiacchiere ci si propone di ridurre le emissioni di CO2 e la dipendenza dal petrolio e poi non si fa un beneamato……siamo governati da buffoni pagati dagli sceicchi.
    PS: il nucleare è finito

    • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

      Invece si fa parecchio, come gli impianti a livello globale dimostrano. Geotermia dicevi? Prova a chiedere ai toscani circa la puzza (e pensa anche al turismo) …

  • gianfranco

    sono anni che il clima, non quello meteorologico, è cambiato alle Maldive, basta essere attenti osservatori, non solo nella visita alla Capitale, ultimamente come non mai, ti senti sotto osservazione costante, anche nel resort. Nemmeno in sperdute parti dell’Indonesia mi sono sentito così dove, pare, l’uomo bianco sia ancora una novità ed i locali ti avvicinano per stringerti la mano e le immersioni sono anche molto più belle, non ultimo, costa meno.