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L’araba cristiana con l’uniforme

«Quando qualcuno mi accusa d’indossare la divisa israeliana e di combattere con l’esercito che uccide arabi e musulmani, io racconto sempre la storia del missile lanciato dal Libano e caduto nel quartiere di casa mia quando abitavo a Haifa. Quel missile quel giorno ferì tanti arabi. Io l’ho visto con i miei occhi e per questo posso permettermi di rispondere che anche gli arabi ammazzano gli altri arabi».

Sei anni, fa Elinor Joseph, la prima donna araba cristiana a essere ammessa nelle unità di combattimento femminili israeliane, spiegò così la sua scelta. La decisione di quella ragazza araba nata nel 1991 fu quasi naturale, ma non facile. Figlia di un arabo cristiano che aveva combattuto con i paracadutisti d’Israele, Elinor fu spinta dal padre a tentare la carriera d’infermiera volontaria all’interno delle forze armate. «Quando arrivò il giorno del reclutamento effettivo ha raccontato in un’intervista – scoprii che mi avevano destinato a un ufficio e ci rimasi molto male. Quando protestai il colonnello comandante dell’unità a cui ero stata assegnata decise di mettermi alla prova e mi fece ammettere al programma d’addestramento richiesto per le unità combattenti».

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Elinor passò quella prova, ma la destinazione per lei, araba e cristiana, non fu delle migliori. Pochi giorni dopo aver passato la selezione si ritrovò a far la guardia a un posto di blocco in Cisgiordania dove venivano fermati i palestinesi in uscita dalla citta di Qalqilya. «In verità, la mia presenza al quel posto di blocco ha raccontato Elinor – era un vantaggio per i palestinesi perché nessuno dei commilitoni osava maltrattarli in mia presenza. Quando sorgeva un problema potevo sempre intervenire discutendo in arabo per risolvere le questioni. Eppure in quei mesi – ha raccontato Elinor – ho perso molti dei miei amici».

I problemi maggiori erano nel villaggio arabo in cui la famiglia di Elinor si è trasferita dopo aver lasciato Haifa. «Davanti a me nessuno diceva niente, ma ogni giorno qualche conoscente smetteva di salutarmi. Poi molti amici hanno smesso di frequentarmi. Qualcuno a parole continuava a parlarmi, ma quando mi voltavo mi pugnalava alle spalle».

E così la sola scelta per Elinor è stata presentare un’altra domanda per entrare questa volta nel battaglione Caracalla, l’unità mista dove le donne rappresentano il 70 per cento degli effettivi. L’unica unità dove le donne – in base a una legge del 2000 – possono venir impiegate anche in prima linea, ricoprendo ruoli di combattimento. Ruoli che nell’area calda del confine con il Sinai egiziano sono tutt’altro che infrequenti. Lì nel settembre 2012 una collega di Elinor ha ucciso, nel corso di uno scontro a fuoco, un terrorista islamista pronto a farsi saltare in aria con il suo giubbotto esplosivo. E sempre lì, nell’ottobre 2014, il capitano Or Ben Tehud, una donna ufficiale ferita in un attacco alla sua jeep, è scesa dal mezzo e ha risposto al fuoco contribuendo a mettere in fuga gli assalitori.