Supporters of Myanmar's pro-democracy figurehead Aung San Suu Kyi gather outside National League for Democracy headquarters (NLD) in Yangon, Myanmar, November 9, 2015. Myanmar's ruling party conceded defeat in the country's general election on Monday, as the opposition led by democracy figurehead Aung San Suu Kyi appeared on course for a landslide victory that would ensure it can form the next government. "We lost," Union Solidarity and Development Party (USDP) acting chairman Htay Oo told Reuters in an interview a day after the Southeast Asian country's first free nationwide election in a quarter of a century. REUTERS/Jorge Silva - RTS6623

L’appello inascoltato

Nonostante le promesse del presidente birmano Thein Sein, che nel 2013 aveva assicurato “entro la fine dell’anno”, la liberazione di tutti i detenuti politici, ancora oggi, imprigionati nelle carceri del Paese per “reati di coscienza”, ci sarebbero 120 dissidenti e altri 471 in attesa di processo.

A questi vanno aggiunti i numerosi studenti arrestati dopo le proteste del marzo scorso contro la riforma dell’istruzione approvata dal parlamento.

Per questo, in vista delle imminenti elezioni legislative che si svolgeranno il prossimo otto novembre, la Myanmar National Human Rights Commission (NHRC), composta anche da diversi docenti universitari, si è appellata al governo uscente guidato dall’ex generale Thein Sein, affinché venga firmato un provvedimento di amnistia per permettere anche ai detenuti politici di poter partecipare alle elezioni. “Vogliamo elezioni libere e giuste”, ha spiegato Nyan Zaw, presidente di NHRC. “Per farlo, è necessario che possano partecipare tutti, senza limiti e distinzioni”.

Dello stesso avviso anche l’Assistance Association for Political Prisoners-Burma (AAPP), un’organizzazione birmana con base a Mae Sot, cittadina thailandese lungo il confine, che chiede l’immediato rilascio di tutti i dissidenti. “Per far si che le elezioni siano veramente libere, il governo deve immediatamente ed incondizionatamente rilasciare tutti i detenuti politici”.

Fino ad ora, però, le richieste fatte dagli attivisti pro diritti umani e da molte organizzazioni umanitarie, sono rimaste inascoltate. Anzi, in vista del voto, il governo birmano – guidato ancora da molti ex generali operativi durante la violente dittatura militare – sembra aver aumentato la repressione. Molti, infatti, vengono ancora arrestati.

Come è successo ieri al 34enne Kyaw Ko Ko, leader della All Burma Federation of Student Unions (ABFSU). Il giovane, in fuga da sette mesi dopo un mandato di cattura emesso dalle autorità per il suo ruolo nelle proteste contro la riforma dell’istruzione del marzo scorso, è stato arrestato dalla polizia nei pressi di un mercato della cittadina di Thingangkun, nella periferia di Yangon, la capitale commerciale del Paese asiatico.

“I continui arresti dei sostenitori dell’opposizione sono un chiaro tentativo, da parte delle autorità birmane, di voler reprimere la libertà di espressione e di dissenso”, ha ribadito l’associazione per i diritti dei prigionieri politici AAPP.

Intanto, oggi, attraverso un videomessaggio diffuso su Facebook, Aung San Suu Kyi – premio Nobel per la Pace nel 1991 e leader della National League for Democracy (NLD), il principale partito d’opposizione – si è appellata ai suoi elettori affinché non cadano in nessuna provocazione nel giorno delle votazioni. “Serve stabilità”, ha spiegato. E ha invitato tutti a vigilare sull’esito delle elezioni.

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