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L’Afghanistan tra Isis e talebani

La guerra tra talebani e Isis per stabilire a chi appartenga la leadership in Afghanistan prosegue senza esclusione di colpi. Senza rallentamenti è anche il processo di scissione interno ai talebani, tra gruppi che tentano l’accordo con il governo, gruppi che intendono evitarlo come il peggiore dei mali e singoli che, insoddisfatti di entrambe le soluzioni, decidono di passare all’Isis.


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Attentati, con conseguenze più o meno gravi, stanno lasciando una lunga scia di sangue, soprattutto nella capitale Kabul, dove anche durante la vigilia delle celebrazioni del Giorno dell’indipendenza dal regno Unito, datata 19 agosto 1919, un’esplosione si è fatta sentire nel quarto distretto di polizia di Kabul. Del resto, attentati ben più gravi si erano verificati nei mesi di luglio e agosto. Gli attacchi che colpiscono civili, militari, uffici e ambasciate vengono rivendicati ora dall’una, ora dall’altra organizzazione terroristica. Mentre le forze occidentali sono quasi completamente assorbite dai fronti mediorientale e nordafricano che riservano ogni giorno pericoli nuovi, l’attenzione è in parte stata distolta dall’Afghanistan.

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La missione “Resolute support” che ha sostituito “Isaf” alla fine del 2014, cerca di addestrare al meglio le forze afghane a respingere i movimenti estremisti, ma sia questa, sia il debole governo di unità non sembrano essere riusciti ad impedire che Isis guadagni terreno. Mentre i talebani mantengono le loro zone tradizionali di supporto,  perdono il controllo di alcune aree in favore del Daesh, così lo scontro locale e globale tra Al Qaeda e Isis aumenta a dismisura, vista la necessità di entrambe le parti di stabilire la leadership su intere porzioni di territorio.

La regione più problematica, in cui Isis continua a crescere gettando la propria sfida ai Talebani e dalla quale partono “missioni” terroristiche che nell’ultimo anno e mezzo hanno creato grossi problemi nelle due città di Kabul e Jalalabad, è quella del Khorasan, tra Afghanistan e Pakistan. Prende, infatti, proprio il nome di Wilayat Khorasan, il movimento terroristico affiliato ad Isis in Afghanistan che è riuscito, pur di fronte all’azione di contrasto da parte di Usa ed esercito afghano, a guadagnare posizioni. Anche gli Usa, infatti, non riescono più a negare che Isis abbia ormai il controllo di vaste e popolate aree nella provincia di Nangarhar e che la sicurezza, nella zona, sia particolarmente deteriorata.


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Grazie alle difficoltà che i talebani hanno incontrato dopo l’annuncio nel luglio 2015 della morte del Mullah Omar, che ha aperto dispute interne sulla sua sostituzione, il Wilayat Khorasan ha approfittato per nuovi arruolamenti e attacchi, mirando all’espansione territoriale.

Molti talebani pakistani sono passati ad Isis, come dimostra la recente uccisione di Saeed Khan, leader del movimento terroristico nella regione. Saeed Khan, infatti, era un talebano pakistano passato tra le fila del Daesh. Il movimento terroristico, nonostante abbia perduto molti esponenti grazie all’azione dell’esercito regolare afghano e degli Usa, della quale la morte di Khan è testimonianza, mantiene una presenza civile e militare nella provincia di Nangarhar, dove controlla diversi villaggi nei distretti di Achin, Deh Bala, Bati Kot, Shinwar, Kot e Chaparhar. Nell’area ha interpretato il suo solito copione: le scuole sono state chiuse, i bimbi presi e votati alla causa del jihad, le donne costrette a matrimoni forzati coi seguaci del Califfo. Le case abbandonate dai civili in fuga, infine, sono state occupate per farne “uffici” o rifugi per i miliziani.

Per imporre il suo dominio, il Wilayat Khorasan si contende con i talebani alcuni obiettivi strategici, che dalla provincia di Nangarhar sono più facilmente raggiungibili. Tra questi, attaccare Jalalabad, dove vi è la presenza degli Usa e delle forze afghane e attaccare Kabul, distante circa 150 chilometri da Jalalabad. Sulle due città si concentrano gli sforzi sia di Al Qaida, sia di Isis per imporre la supremazia, ed è per questo che negli ultimi mesi gli attacchi non solo si sono intensificati, ma vengono rivendicati ora dall’una, ora dall’altra organizzazione. Il ruolo di Isis in Afghanistan è stato inizialmente sottovalutato e forse lo è ancora oggi.

È pur vero che il controllo territoriale, rapportato all’intero Afghanistan, risulta ancora inferiore a quello dei talebani, ma non per questo è meno importante, soprattutto a livello simbolico. Il Khorasan, infatti, ha un significato religioso per gli islamici, poiché secondo i testi sacri l’esercito dei “veri credenti” si rifugerà proprio lì prima dell’Apocalisse. Come è ormai noto, tra gli obiettivi dichiarati dell’Isis vi è quello di riunire tutti i paesi storicamente islamici in un Califfato che vincerà una guerra apocalittica contro l’Occidente. “Possedere”, dunque, la terra dove ci si potrà rifugiare prima dello scontro finale, ha una forte valenza simbolica.


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Il controllo del Khorasan, inoltre, consente di lanciare una sfida diretta all’altro competitore, Al Qaeda, che tradizionalmente ha avuto la leadership nell’area. E la rivalità con Al Qaeda, non bisogna dimenticarlo, è per il comando del movimento jihadista globale. Per Isis, poter vantare appoggi in quella terra in cui i movimenti jihadisti moderni sono nati, cioè l’Afghanistan, vuol dire anche dimostrare che il suo è un califfato universale e transregionale, che non conta solo su Iraq e Siria. L’Afghanistan, dunque, è troppo importante per il Daesh e, anche se l’area attualmente controllata è limitata, le zone di attacco e quelle di supporto non lo sono altrettanto.

L’Isis ha, ad esempio, un grosso margine di azione sulla Highway 7, tra Jalalabad e Torkham gate, confine col Pakistan. Ciò potrebbe consentire di tassare i beni trasportati su questa importante arteria e trovare nuovi fondi per il sostentamento dell’organizzazione terroristica. I successi del governo e degli Usa, con diversi terroristi uccisi, non hanno di molto mutato la situazione. Lo stesso dicasi per l’uccisione del leader Saeed Khan. Questi movimenti, anche se decapitati, hanno una grossa capacità di sostituire il capo mancante. Infine, come si diceva, l’avanzata del Daesh non fa altro che fomentare la rivalsa da parte dei talebani. Questi ultimi non hanno nessuna intenzione di farsi scalzare dalle nuove generazioni che sono nate proprio nel loro seno, dunque non hanno altra strada che incrudelire le loro azioni, quando non vogliano invece prendere accordi con il Governo. Il Presidente Ghani sta cercando proprio questo compromesso. Ma anche su ciò i talebani si stanno dividendo, diventando sempre meno coesi. L’ala meno disponibile all’accordo col Governo tenta di imporsi con nuovi attacchi e, in alcuni casi, c’è da supporre che vi saranno nuove defezioni in favore del Wilayat Khorasan. Il terrore, in Afghanistan, non solo non è finito ma presumibilmente, con la diminuzione numerica dei contingenti delle missioni internazionali, continuerà a crescere. Del resto, i propositi della missione Isaf di ricacciare indietro i talebani sono manifestamente falliti.