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Tokyo, Japan - JAN 26 : Pedestrians are reflected on a stock board displaying the Nikkei share brokerage in Tokyo, Japan January 26, 2012. Tokyo stocks posted a modest loss Thursday.

La volatilità domina le borse:
la finanza rischia l’osso del collo

Nelle borse globali il 2019 si è aperto in linea con il solco tracciato dai rendimenti degli ultimi mesi del 2018, all’insegna di una volatilità di ampia portata, trainata da venti che in larga misura soffiano in direzione del ribasso. La finanza segue i suoi cicli, si va dall’euforia (connotata dal boom del 2017 e dei primi mesi del 2018) all’incertezza, in attesa degli eventi. Che possono essere positivi o, in prospettiva, esplosivi. 

Un acuto osservatore come Mauro Bottarelli ha fatto notare questo dato di fatto: “Ormai è tutto sconnesso, si passa da rimbalzoni del +4% a crolli generalizzati nell’arco di poche ore, spesso addirittura intraday”, ha scritto l’analista su Il Sussidiario. “Basta un niente per innescare dinamiche sottotraccia al grande pubblico, che però sono sufficienti a mandare tutto fuori giri: basta un minimo rialzo del rendimento dei Treasury, una lettura macro più stonata di quanto ci si attendesse e si passa direttamente dal purgatorio all’inferno”.

Le borse rischiano l’osso del collo in un contesto che vede l’irrazionalità farla da padrona e le banche centrali incerte sul da farsi. Mario Draghi si prepara all’uscita dal suo mandato alla guida della Bce rinsaldando la linea del quantitative easing dopo la fine del programma di stimolo monetario, come l’indicazione di tassi a zero almeno fino all’autunno e il reinvestimento in toto dei titoli in detenzione alla Bce lasciano intendere chiaramente, ma gli interventi di politica monetaria faticano a raggiungere l’economia reale. La Fed di Jerome Powell e la Bank of England alzano invece i tassi, provando a controllare lo sgonfiamento di mercati ripieni di sopravvalutazioni azionarie.

Tutto questo, tuttavia non risolve alla radice le contraddizioni accumulate nel decennio che ha seguito il crac di Lehmann Brothers. Diverse spade di Damocle pendono sul sistema finanziario globale in questo primo scorcio di 2019, e sembra di essere tornati ai tempi dei mutui subprime.

2,2 milioni di miliardi di dollari in derivati riempiono la pancia del sistema finanziario globale, colossi come Deutsche Bank vacillano sotto il peso dello shadow banking system e i prestiti studenteschi e i crediti automobilistici statunitensi sono la nuova versione dei mutui dello scorso decennio. La Cina dovrà gestire invece la bolla del debito privato e le difficoltà di finanziamento degli enti locali. Negli Stati Uniti, ai derivati si aggiunge un debito corporate in grandissima ascesa. L’Eurozona non ha certamente negli effetti della manovra economica italiana la minaccia principale: la Francia presenta un debito aggregato del 400% e il suo sistema finanziario, legato strettamente a quello tedesco, è minato alla base dalla massa di titoli tossici a lungo ignorati dalla vigilanza bancaria di Francoforte.

In questo contesto, tra la fine del 2018 e i primi giorni dell’anno, sottolinea Bottarelli, sono scattati “tre proxies di crisi. Primo, il tasso repo relativo al collaterale generale – di fatto il costo della vita stessa dei trades, derivati in testa – è salito al massimo dal 2001, a un passo dei 400 punti base superiore all’attuale tasso di riferimento della Fed”, indice del timore di un crollo generale della disponibilità di liquidità “Secondo, la curva dei tassi sulle scadenze a 1 e 2 anni del Treasury Usa è andata in inversione massima (10,8 punti base), addirittura superiore al precedente record dell’infausto ottobre 2008. Terzo, è letteralmente crollato l’export sudcoreano (-1,2% a dicembre contro le attese di un +2,5%), da sempre il riferimento preferito da Goldman Sachs per definire lo stato di salute dell’economia globale”.

Segni di un’instabilità che alimenta la volatilità contraddistinguente le borse in questi mesi. E volatilità ed incertezza emergono proprio mentre le borse assistono a uno sgonfiamento generalizzato che, paradossalmente, ha portato numerosi titoli a quotazioni più realistiche, specie nel settore tecnologico. Ma le aspettative della finanza sono tutto fuorché razionali, e ciò finisce per accentuare questa pericolosa volatilità. Nella giornata del 3 gennaio è bastato che Apple rivedesse da 89-93 a 84 miliardi di dollari i ricavi realizzati nel il trimestre finale del 2018 per innescare un ribasso generalizzato nelle borse di tutto il mondo.

L’Italia, in questo contesto, è a metà del guado. In un mondo che vede le borse rimanere sopravvalutate, Piazza Affari ha conosciuto un trend opposto, pur cedendo nettamente nella seconda metà del 2018. Il riassetto di numerosi titoli bancari potrebbe guidare una crescita dei listini nel 2019 e i “campioni nazionali” guidati da Eni e Cdp appaio ora più che mai in eccellente salute. Tuttavia, la legge di bilancio del 2019 non va abbastanza in direzione di investimenti produttivi capaci di offrire uno stimolo anticiclico a un trend globale di rallentamento della crescita e il persistere dell’interesse della Vigilanza della Bce sul nostro Paese mina la fiducia verso la ripresa dei bancari.

Il caso Carige ne è emblematica testimonianza: come sottolinea Il  Messaggero, “per la prima volta, nella storia italiana, un pezzo del sistema bancario tricolore finisce sotto il controllo della Bce”, intervenuta in questo caso direttamente nominando una terna di consiglieri al vertice dell’istituto genovese dopo la decadenza del Cda. Drammatizzare una situazione che potrebbe esser tenuta sotto controllo rischierebbe di esacerbare la precaria posizione di Piazza Affari tra le piazze globali. E a dirottare una volta di più l’attenzione della vigilanza Bce dalle reali problematiche bancarie europee.