lapresse_20161220092914_21652981

La Turchia è in balia dei terroristi

È stata una due giorni particolarmente movimentata per la Turchia di Erdogan. Un duplice attentato verso le diplomazie straniere che mette in seria discussione l’autorità del Sultano nel Paese. Eppure la penisola anatolica, da quando proprio il Capo dell’AKP è stato prima al governo e ora presidente del Paese, la Turchia sembra sempre più succube di una serie di gruppi armati che seminano il terrore per le strade delle principali città.

Dagli anni ’70 ad oggi numerosi gruppi organizzati hanno fatto irruzione sulla scena politica turca, con risultati piuttosto cruenti. Il gruppo più longevo è il PKK (Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan), originariamente partito politico di ispirazione marxista-leninista. Fu fondato da Abdullah Ocalan nel 1978, può vantare circa 40mila vittime. È nelle liste governative dei gruppi terroristici di USA, Turchia, UE e Iran, ha sposato la causa curda, da sempre piaga del Paese. L’attuale governo aveva stipulato un accordo nel 2013, sebbene dopo l’attentato di Daesh a Suruc, nell’Est del Paese, la tregua sia saltata, convincendo Erdogan ad adottare nuovamente una linea dura con il movimento filo-curdo. Vanta ben tre gruppi armati: HPG (Fronte di Difesa del Popolo), L’Unita delle donne libere (YJA-STAR) e l’Esercito di Liberazione Nazionale del Kurdistan (ARGK).

LEGGI ANCHE
La guerra dell'economia
tra la Cina e gli Stati Uniti

Un gruppo di inferiore rilevanza ma degno di menzione è il TAK, ovvero i “Falchi per la liberazione del Kurdistan”. Precedentemente affiliati al PKK, sono indipendenti dal 2005 ed hanno rivendicato due sanguinosi attentati nella capitale del Paese, il più importante dei quali quello del 17 febbraio scorso ai danni dell’esercito regolare turco, nel quale sono rimaste uccise 28 persone. Erdogan ha più volte ribadito ad Obama di ritirare il sostegno americano al popolo curdo, puntando il dito contro il Partito siriano dell’Unione democratica curda, il Pyd, accusato di essere il sostentatore di questi bracci armati appena citati.

Tra i movimenti squisitamente ideologici che esulano dalla componente etnica che contraddistingue PKK e TAK vi è il Fronte rivoluzionario per la liberazione del Popolo (Dhkp/c), movimento fondato nel 1978, anche questo di ispirazione marxista-leninista. Ha rivendicato l’attentato del 2013 nei pressi dell’ambasciata americana ad Ankara, quando un attivista si fece esplodere uccidendo un membro della sicurezza, e uno nella sede della rivista Adimlar, che si sosteneva essere vicina allo Stato Islamico, nell’aprile del 2015.

In una posizione differente si colloca Daesh, lo Stato Islamico, o Califfato. Più volte si è sottolineata la posizione ibrida della Turchia nei confronti dell’ISIS. Nei mesi scorsi è stata comprovata una sorta di collaborazione tra Ankara e il Califfato, mostrando come dal poroso confine turco-siriano gli scambi tra armi turche e petrolio estratto da ISIS fossero più che floridi. Inoltre, Erdogan ha più volte ribadito la sua contrarietà rispetto alla posizione delle milizie curde dell’YPG nei comandi delle operazioni anti-terroriste. Insomma, parrebbe che la Turchia avesse più interesse a stare con Daesh piuttosto che contro di essi, eppure non sono mancati gli attentati su territorio turco. Suruc, nel 2015, nel quale sono morti decine di giovani attivisti curdi, Sultanhamet, nel gennaio scorso, l’aeroporto Ataturk nel giugno di quest’anno.

In un recente video reso pubblico da RT, l’Ambasciatore siriano all’ONU ha denunciato il fermo di alcuni agenti militari e di intelligence stranieri ad Aleppo Est, tra cui un turco. Il coinvolgimento della Turchia è pur plausibile, ma i tentativi di conciliazione con la Russia dicono altro. Lo stesso attentato all’ambasciatore Karlov ha un sapore amaro su tale fronte. La certezza degli ultimi mesi è che la Turchia è un Paese in balìa del terrorismo, ed Erdogan non sembra ad oggi in grado di estirpare la minaccia, qualunque sia la provenienza.

  • virgilio

    questo e il lavoro sporco di MOSSAD-CIA