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La Terra del Fuoco sarà un deserto?

Ushuaia. «Ushuaia, la fine del mondo» è scritto a caratteri cubitali sui cartelli di benvenuto. Ed è proprio così. La capitale della Terra del Fuoco argentina è la città più a Sud dell’intero pianeta e deve molto, se non tutto, a un eroico italiano. I primi coloni europei ad arrivare da queste parti, nel 1869, furono dei missionari anglicani e fino al 1947 Buenos Aires userà Ushuaia solo come carcere dove rinchiudere i criminali più pericolosi d’Argentina. Ma fu un italiano, il falegname e costruttore bolognese Carlo Borsari che, per volontà del presidente argentino dell’epoca, Juan Domingo Perón, caricò 6mila tonnellate di materiali sulla nave Genova e nel 1948 si imbarcò dal capoluogo ligure con 600 tra lavoratori e le loro famiglie in un’avventura d’altri tempi. Obiettivo? Trasformare la città carcere in un modello di efficienza e produttività. Inutile dire che nonostante gli immani problemi logistici qui siamo a 3mila chilometri a sud di Buenos Aires con temperature spesso sotto zero grazie alla tenacia e ai materiali portati dall’Italia – tutto andò bene e ancor oggi quanto costruito da Borsari e dai suoi «600 coraggiosi» a Ushuaia è abitato e funzionante.

Tutto bene dunque? Affatto, nonostante la tenacia dei discendenti degli italiani ancora oggi. Così quando Papa Bergoglio, il Pontefice della «fine del mondo» come si è definito lui stesso, il 24 maggio del 2015, ha scritto nell’enciclica «Laudato si’» un vero inno alla responsabilità ambientale – che «lo scioglimento dei ghiacci polari e di quelli d’alta quota minaccia la fuoriuscita ad alto rischio di gas metano, e la decomposizione della materia organica congelata potrebbe accentuare ancora di più l’emissione di anidride carbonica» aveva sicuramente in mente Ushuaia, simbolo del ghiaccio e dell’estremo che di cambiamenti in peggio purtroppo ne sta vedendo sempre più. In modo fortemente preoccupante. Il Papa ha anche aggiunto che «se la tendenza attuale continua, questo secolo potrebbe essere testimone di cambiamenti climatici inauditi e di una distruzione senza precedenti degli ecosistemi, con gravi conseguenze per tutti noi». Esagerato a detta di molti sicuramente per «The Donald» che sul fronte cambiamento climatico non ci sente proprio – ma azzeccatissimo per Ushuaia. Già perché chi, solo fino a qualche anno fa, avrebbe potuto pensare che nel paradiso della Terra del Fuoco, in quella città alla «fine del mondo» dove nell’immaginario collettivo ci sono più neve e ghiacci che in qualsiasi altro centro abitato del pianeta, da tempo l’acqua viene razionata in un numero sempre maggiore di quartieri, che spesso non è neppure potabile e che, tra qualche anno, potrebbe addirittura mancare? Invece la realtà ha superato l’immaginazione. Perché il ghiacciaio Martial quello che oggi garantisce l’approvvigionamento idrico della città più australe del mondo – tra 30 anni sarà solo un ricordo se continuerà ad arretrare come sta facendo dal 1965 ad oggi. E Ushuaia da terra dei ghiacci diventerà il simbolo del fallimento dell’umanità sulla Terra per la rapacità nella distruzione delle risorse.

Quello dello scioglimento dei ghiacciai non è, dunque, solo un fenomeno limitato alle nostre Alpi ma globale, a partire dalla regione antartica di cui Ushuaia è importante periferia. Un macigno per una cittadina che è cresciuta esponenzialmente negli ultimi anni tanto da arrivare ai 150mila abitanti di oggi. Un macigno che potrebbe sancire il suo declino. In un mondo che non fonda più città Ushuaia rischia di essere tra le prime a scomparire per effetto dei cambiamenti climatici con uno scenario di graduale impoverimento dei suoi abitanti senza precedenti. E non solo perché l’annuale fiaccolata con sci ai piedi e torce in mano non si potrà più fare, ma per le pesanti ricadute su tutto l’indotto turistico, oggi fonte primaria di guadagni per l’intera comunità locale: sia per la stagione invernale più lunga del mondo che per le grandi navi crociere che, come a Venezia, arrivano con sempre maggior frequenza ed impatto ambientale.

Ma come si è arrivati a questo? Secondo l’Istituto di scienze ambientali e glaciolologia dell’Argentina il riscaldamento globale ha portato allo scioglimento del 20% dei ghiacciai presenti nel paese. Per quanto riguarda nello specifico Ushuaia dal 1970 al 2015 la popolazione è cresciuta 11 volte, a causa di programmi di incentivazione del governo per attrarre lavoratori in questa regione sperduta. L’eccessiva antropomorfizzazione se da un lato ha portato guadagni dall’altro ha avuto un impatto devastante nell’equilibrio climatico dell’area, ora completamente destabilizzato. Anche perché si è costruito ovunque, in assenza di politiche abitative serie e disciplinate anche in senso ambientale. A questo si aggiunge un turismo antartico sempre più sconsiderato e inquinante che sta accelerando negli ultimi anni l’inquinamento locale. Si stanno poi pagando scelte scellerate come l’introduzione dal Canada, nel 1946, dei castori. L’idea era quella di impiantare un business di pelliccia di questa specie animale. Ma la situazione è poi sfuggita di mano. Se ne contano ormai oltre centomila e sono responsabili della morte di moltissimi alberi, non essendoci nell’area predatori naturali in grado garantire una omeostasi. E il futuro si tinge di colori ancora più foschi. Una recente ricerca dello scienziato Antonio Nobre, dell’Istituto brasiliano della ricerca spaziale, mette in correlazione diretta il disboscamento dell’Amazzonia con la siccità che colpirà anche Ushuaia quando il ghiacciaio Martial – che oggi garantisce l’approvvigionamento idrico della città più australe del mondo – tra una ventina di anni, come sostiene la comunità scientifica internazionale si sarà totalmente disciolto. Nello studio «Il futuro climatico dell’Amazzonia», Nobre snocciola dati da spavento: «Negli ultimi 40 anni l’essere umano ha segato 42 miliardi di alberi, una media di 2mila al minuto e il problema è che ogni albero tagliato incide pesantemente sul clima». Fino ad arrivare ai dati catastrofici ma plausibili della fondazione tedesca Heinrich Böll per la quale «se non ci sarà un’inversione di rotta nel prossimo futuro i costi solo per assistere i rifugiati climatici saranno almeno 300 miliardi di euro ogni anno», ovvero l’equivalente di quattro finanziarie italiane, un’enormità.

E Ushuaia? «I ghiacciai stanno sciogliendosi e non c’è dubbio che il responsabile numero uno siano i cambiamenti climatici» denuncia perentoria Nancy Fernández, presidente dell’associazione di professori Mane’kenk che dal 2005 lotta per sensibilizzare la comunità della Terra del Fuoco «sull’impatto ambientale delle attività umane nel luogo in cui viviamo». Un tema che è diventato, e non poteva non diventarlo, politico visto che, come la stessa professoressa sottolinea, se oggi i politici sono scelti in base alle loro promesse elettorali di tipo economico «meno tasse, scuola e sanità gratuite o con rette legate al reddito familiare, se faranno o meno la tal opera pubblica» presto lo «dovranno essere anche per le loro proposte ambientali».

«Sui cambiamenti climatici i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti e per combattere i quali gli scienziati ci dicono chiaramente la strada da seguire, l’uomo è testardo e non vuole vedere – le fanno eco altri cittadini impegnati nella lotta di sensibilizzazione ambientale per salvare la cittadina – ognuno ha la sua responsabilità morale, i politici hanno la loro e la storia giudicherà le loro decisioni». In attesa della storia la scienza corre ai ripari. È notizia di qualche settimana fa l’arrivo della Nasa statunitense in questa parte di mondo per monitorare il delicato equilibrio ambientale della città della fine del mondo e dell’Antartide con i suoi ghiacci. Proprio un recente studio dell’agenzia spaziale Usa ha dimostrato come negli ultimi 10 anni le principali riserve di acqua dolce che oggi garantiscono la sopravvivenza di 2,5 miliardi di esseri umani – il resto arriva dalle piogge-si stanno esaurendo. «Le riserve d’acqua sono limitate e, complice il riscaldamento globale, se non se ne razionalizzerà il consumo sono destinate a finire».

Quanto alle scelte politiche debbono essere riviste e corrette come sostengono anche i vari comitati cittadini. Meno turismo di massa e maggiore attenzione all’ambiente. Ushuaia rimane una terra carica di sacralità e impregnata di storia, valori che la popolazione adesso ha voglia di riscoprire. Terra un tempo di indios fu scoperta dal portoghese Magellano che la ribattezzò «Terra del Fuoco» dopo aver notato diversi fuochi accesi dagli indios Yamanas. In questo paradiso della biodiversità la prima a fiorire fu la cosiddetta economia «dell’oro bianco», derivante dalla lana degli ovini, seguita da un massiccio sfruttamento dell’oro e, più recentemente, del petrolio. Ora Ushuaia sente il bisogno di fare un passo indietro. Recuperare l’antico legame con la natura perduto. Lo deve alle nuove generazioni e alla sua stessa sopravvivenza.

  • gianfranco

    immagino che Paolo Manzo non sia mai stato ad Ushuaia e, qualora vi fosse anche stato, non più di una notte o due, durante il giorno ad ascoltare tante storie che raccontano ai turisti.