Al Shabaab soldiers sit outside a building during patrol along the streets of Dayniile district in Southern Mogadishu, March 5, 2012. REUTERS/Feisal Omar

La Somalia è in fiamme

La Somalia non cessa d’indossare gli abiti di sangue e morte che da oltre 25 anni le sono stati cuciti addosso. Negli ultimi giorni infatti scontri pesanti tra le truppe governative, con il supporto di quelle dell’Amisom, contro le milizie Al Shabaab, si sono registrati da nord a sud del Paese. Anche in Puntland, regione settentrionale della Somalia, che è sempre stata marginale per quel che riguarda l’espansione degli islamisti, invece si sta assistendo a dei continui tentativi di penetrazione da parte delle forze qaediste.

LEGGI ANCHE
"Caschi bianchi sostengono Al Qaida"

È nell’area della Suuj Valley infatti che si sono verificati gli scontri delle ultime ore. Le truppe speciali del Puntland, dopo che i combattenti di Al Shabaab hanno installato delle basi nella zona e hanno conquistato la città di Garacad, hanno deciso di intervenire con un’operazione mirata a respingere le formazioni ribelli e liberare il centro abitato.

Dopo quattro giorni di scontri 70 insorti sono stati uccisi e 30 fatti prigionieri e Garacad è stata liberata. Ma l’operazione delle truppe speciali del Puntland non è ancora cessata perché fonti locali segnalano la presenza di 500 soldati ribelli, in fuga dalla regione e ormai accerchiati.

E mentre i combattimenti proseguono intanto arrivano anche le prime immagini dei prigionieri. Mimetiche larghe, infradito ai piedi e soprattutto facce glabre, a tratti stupite quasi disorientate. Molti infatti sono bambini e lo rivelano davanti alle telecamere e alla polizia e in un’intervista, uno di questi, giovanissimo, spiega: ”Al Shabaab ci ha detto che ci avrebbe dato educazione, è per quello che mi sono unito a loro”.

Problemi che accomunano l’intera ex colonia italiana visto che gli scontri nelle ultime ore hanno interessato anche il sud. Oltre 34 terroristi sono morti in due battaglie che si sono svolte ad Afmadow e a Ras Kamboni, ma le perdite non interessano soltanto le formazioni legate ad Al Qaeda, ma anche le forze lealiste e del contingente dell’Unione Africana, come dimostrano i 200 soldati kenioti uccisi a gennaio. E quindi ecco che la ciclicità della morte e l’aritmetica dell’orrore mettono tutto in ordine: morti da un lato, morti da un altro, e in mezzo, oggi come ieri, la popolazione civile.