Un'insegnante durante una lezione in classe in una foto d'archivio. ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

La scuola oltre la povertà
In classe l’oro del Chiapas

Bisogna ingoiare tre ore di sobbalzi, pur con le migliori sospensioni. E quando Pablito, 8 anni, ci vede ancheggiare come degenti d’ortopedia, sorride coi pochi denti e alza la manina color caffè verso il mostro bollente: «Trazione integrale?». Senza, non saremmo mai sopravvissuti ai 1.700 metri della Sierra Madre del Chiapas che sale fino a quattromila e sfiora il Guatemala. A San Juan Panamá, meno di duecento anime, sono arrivati i riflettori della ribalta. La loro unica scuola, la Francisco Villa, è stata eletta per la seconda volta, la migliore del Messico in una zona di ostinata povertà e le fallite rivoluzioni del pueblo del subcomandante Marcos. Per Città del Messico è una zona «ad alta marginalità», inutile, fuori da rotte turistiche, sconosciuta alle Ong.

Non ci sono strade asfaltate. Non ci sono nemmeno i distributori di carburante e bevande, così le distanze si misurano in ore d’auto, su percorsi rocciosi e a spire di serpente che diventano torrenti di fango quando piove. La Francisco Villa con trentadue alunni è stata eletta la migliore per il 2017 tra i 78mila istituti messicani, pubblici e privati. Potrebbe suonare come un contentino del governatore Pablo Salazar, del Partido acción nacional (Pan) e De la revolución democrática (Prd), ma qui ci sono davvero allievi molto dotati, pronti a metterti in crisi con le domande, benché in Chiapas comandi il più alto tasso di povertà del Messico. È un territorio così invisibile che su Wikipedia nessuno s’è premurato di scriverne in spagnolo. Qui c’è ancora un gran bisogno di rivoluzione, ora che quel fanfarone del Subcomandante dal 2014 è in pensione.

Gli allievi di 9, 10 e 11 anni, cinque mattine a settimana si svegliano all’alba, discendono in mezz’ora il sentiero, canticchiando per tenersi svegli e non perdersi tra l’erba altissima. Alle otto suona la campanella. Ad aspettarli c’è una robusta colazione offerta dal governatore Salazar a base di caffelatte, tortilla di mais, scatolette di tonno e frutta. «Ma questa settimana abbiamo solo le tortillas col latte», precisa Pablito, piuttosto seccato. Dopo avere risistemato piatti e tazze, col fango sulle scarpe, questi figli di miseri campesinos, piccoli guerrieri con sangue e facce Maya, siedono silenziosi ai banchi per la loro razione quotidiana d’istruzione. «È più semplice averli in classe se non conoscono la playstation», spiega al Giornale Miguel Rincón, 62 anni, metà professore-preside e metà santo. Vent’anni fa estese l’istruzione fino San Juan Panamá da un comune a tre ore.

I 32 indossano indumenti puliti, ma visibilmente logori. Sono ben pettinati e hanno occhi vispi e attenti. Oggi a distrarli siamo noi, arrivati dall’Europa. «Chi sa indicare Roma?», chiede alla classe prof Miguel, 680 euro di stipendio per erudire 400 allievi in sei municipalità. Salta Eugenia, dieci anni: «Aquy, Europa, Italia», puntando il ditino nel punto giusto della mappa, gli altri applaudono. C’è una sola classe, un’infermeria-mensa, la cucina e un angolo per un pisolino. Muri e crepe preoccupanti, odore di cloro dai pavimenti. Il sole che filtra dal tetto. Modesta e ordinata, due insegnanti esperti di miracoli. Il ministero dell’Educazione messicano, che da anni investe sull’istruzione per levarsi dai piedi le accuse d’arretratezza, ha premiato la Francisco Villa col punteggio di 8,7, il più alto per la qualità dell’insegnamento, il livello di erudizione e di educazione degli allievi. Da Città del Messico il premio arriverà, ma a singhiozzo, cose utili: quaderni, matite, scodelle, atlanti, gessetti, sedie, divise. La scuola che siede sul piede più basso della Sierra Madre ha sbaragliato prestigiosi istituti con l’aria condizionata di Monterrey e Guadalajara dove si insegna in inglese e i tablet circolano come le figurine. Invece, a duemilacinquecento chilometri più a sud, un palo con un filo rabberciato collega il telefono-fax della scuola dei miracoli. Sputa di continuo pagine che ricordano i nostri ciclostilati di un tempo: sono i libri prêt-à-porter che il ministero faxa. Se non cade il telefono, allora va via l’elettricità per tre giorni. E se chiediamo al prof. Miguel perché è qui e non altrove, non ha dubbi: «Il senso di giustizia. Tutti i messicani devono avere il medesimo livello d’istruzione». C’è la lezione di storia, si parla della spinosa questione del Texas perso dai messicani contro gli yankee. I libri sono ridotti al minimo, le pagine fotocopiate coi capitoli da studiare e gli esercizi. «Prima erano su carta termica da fax, poi, hanno capito anche nella capitale che impallidiva al sole. Hanno spedito un fax-stampante», ride sarcastico: «Non siamo ancora fantasmi…».

Sulle pareti le foto degli ex allievi più meritevoli. Robelsi Obed, a 11 anni aveva 9,5 in tutte le materie. Ora ne ha 21 e studia Legge da borsista a Washington. Lo Stato invia 160 euro all’anno alle famiglie campesinas per tenerli in classe e non nei campi. «Crede che a Guadalajara le avrebbero indicato Roma? I miei alunni vivono con il raccolto di sette sacchi di caffè l’anno. La scuola può cambiargli il destino». E chi è poverissimo? Tenta la lunga marcia di tremila chilometri per il grande salto negli Usa.

Alcuni riescono, altri sono deportati. Un altro Miguel, Emigdio, sorride dal muro: è il professore più amato, nel 2005 aprì la scuola anche di pomeriggio. Grazie ai due Miguel, un angolo di Chiapas, grande un quinto dell’Italia, dimenticato da Dio, è ora il vivaio della meglio gioventù scolastica messicana.

Roberto Pellegrino