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La scuola coranica per trans

L’Indonesia è il quarto paese più popoloso nonché il Paese con la comunità musulmana maggiore al mondo; al suo interno contiene differenti connotazioni di carattere sociale e religioso, lascito dei vari popoli che hanno abitato queste isole nel  corso dei secoli; indiani, arabi, l’epoca coloniale portoghese ed olandese. Per capire meglio la natura del Paese, basti pensare che uno dei princìpi cardine su cui si fonda la Repubblica Indonesiana, nata nel 1949 grazie all’opera del Padre della Patria Sukarno, è quello così detto del “Pancasila“, l’unità del popolo attraverso la democrazia, la tolleranza religiosa e la giustizia sociale.

Negli ultimi anni il tasso di radicalismo islamico è percettibilmente aumentato; nel febbraio 2014 una legge nazionale ha definitivamente tracciato uno spartiacque con il suo passato pluralista concedendo l’introduzione della  sharia sull’isola di Sumatra, ed imponendo a musulmani e non il rispetto della “Legge di Dio”. Nel 2016 e nel 2017 gli attacchi suicidi operati da gruppi islamisti ed i numerosi arresti compiuti nell’ambito di operazioni di polizia ai danni della comunità Lgbt (l’ultimo dei quali ha condotto davanti alla corte, in un solo giorno, ben 140 persone) hanno sconvolto la capitale Jakarta. L’omosessualità non è illegale in Indonesia ma, considerata la crescente influenza dei gruppi radicali nel governo, spesso le persone Lgbt vengono perseguitate e condannate per reati legati alla pornografia, alla blasfemia e sodomia. In molti casi le pene vengono applicate anche con sanzioni corporali, come la fustigazione pubblica.

Secondo Human Rights Watch fino al 2015 la comunità transgender ha vissuto in una apparente tolleranza ma, nei primi mesi del 2016, la combinazione tra sostituzioni nei vertici politici regionali e l’intensificarsi della propaganda filo-islamista del gruppo “Front Jihad Islam” , attivo nelle zone più conservatrici di Java e Sumatra, ha portato ad un rapido deterioramento dei diritti civili degli Lgbt a cui è seguita una vera persecuzione di carattere militare e politico. Può essere utile sapere che all’inizio del 2016 Ryamizard Ryacudu, ministro della Difesa, ha descritto il movimento Lgbt come
“una forma di guerra moderna, funzionale a minare le basi dell’Indonesia”.

Nello stesso anno, il vicepresidente Jusuf Kalla ha fatto pressioni per far in modo che il fondo implementato dal programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), focalizzato alla cessazione della discriminazione e delle violenze verso la comunità Lgbt, fosse sospeso ed annullato. I “Waria“, parola che mette insieme i termini indonesiani “Wanita” (Donna) e “Pria” (uomo) e che viene utilizzata per indicare i transgender, cercano da una decade il riconoscimento formale dei loro diritti come “terzo genere”, nonché la parità a livello religioso in un ambiente sempre più conflittuale.

Nella mia prima tappa al sud, sull’isola di Lombok, la situazione non sembra così tesa. L’atmosfera calma è forse data dal fatto che questa zona è più difficile da raggiungere alla propaganda dei gruppi islamico-radicali, per due ragioni: la zona è crocevia turistico di estrema importanza per l’economia della regione ed in secondo luogo qui la comunità musulmana è “meticciata” con quelle Indù ed animista, anch’esse molto rilevanti. Per un caso del destino il motorino sul quale viaggio si ferma di colpo, mi ritrovo immerso in canti e balli ad assistere ad una colorata e fumosa festa nel bel mezzo della giungla organizzata dalla comunità locale per le imminenti celebrazioni del “Purnaba” (il giorno della Luna piena). Aggirandomi nel piazzale che ospita la ricorrenza noto come la condizione di convivenza tra persone transgender, donne, uomini e bambini sia una assoluta realtà positiva ed equilibrata.

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Effettivamente così non è. Secondo un attivista che incontro in quell’occasione, Juli Susanto, membro di “Imasnset”, una organizzazione che opera a Lombok per la coscientizzazione dei Diritti delle persone transgender, “il primo problema è che si fatica a trovare le persone che hanno bisogno di aiuto perché queste hanno paura o timore a rendere pubblico il loro status e, successivamente, bisogna far in modo che abbiamo accesso a programmi specifici di prevenzione, controllo ed educazione, tutt’ora inesistenti”. Per far fronte alla mancanza di soluzioni governative, l’Ong di Juli Susanto gestisce programmi per l’educazione sessuale fornendo assistenza sanitaria, come il controllo gratuito del sangue per evitare la diffusione dell’Hiv, “problema estremamente serio e dilagante”, conclude Juli. Dai dati di un programma istituito dalle Nazioni Unite e dall’Asian Development Bank: l’ “Evidence to Action” , se ne deduce l’estensione preoccupante di un fenomeno che negli anni ’90 mise a serio rischio la salute pubblica del Paese; solo a fine 2015 sono stati registrati 650mila casi di infezione accertata e più di 77mila nuovi portatori.

La scuola coranica per transgender

Per conoscere meglio la realtà della comunità transgender indonesiana, dalle isole del sud mi dirigo verso Java. Al centro di essa si trova la boema ed universitaria città di Yogjakarta, così detta “Berlino del Sud-Est Asiatico”, fiore all’occhiello di una intensa attività culturale alternativa che guarda ai modelli di vita occidentali. Riesco qui ad incontrare Shinta Ratri, donna transgender di 54 anni, leader ed anima dell’unica scuola coranica al mondo gestita da membri della comunità Lgbt: la Pondok Pesantren Waria al Fatah. La madrasa venne da lei fondata nella sua vecchia casa per creare un luogo dove i Waria avessero la possibilità di pregare insieme senza dover rimanere isolate nelle loro case, superando quella “frontiera sociale” del binarismo di genere che impone a uomini e donne di pregare divisi nelle moschee. Come racconta Shinta “la scuola è stata, per questo motivo, obiettivo di furiosi attacchi armati a scopo intimidatorio, operati dalle fazioni più intransigenti del Front Pembela Islam e del Front Jihad Islam”.

La scuola si trova nascosta in un dedalo di vicoli, per raggiungerla chiedo in giro e tutti sanno darmi indicazioni certe, senza dimostrare nessun segno di avversione per la presenza di tale associazione. Al mio arrivo vengo accolto da Shinta, elegantemente vestita con il tradizionale Al-Amira, la quale mi racconta il suo passato e la storia della Waria Al-Fatah aperta nel 2008 : “So di essere una donna da quando ho 10 anni, quello che mi interessava non era giocare con i maschi ma stare con le ragazze, vestire come loro, sentire i loro bisogni; non ho mai avuto timore di possibili ripercussioni sulla mia vita sociale e familiare”, dice, “non sono transgender per mia sola e semplice scelta, ma per puro destino”. Mi racconta dei suoi cari, “sono parte di una famiglia di 8 fratelli, non ha mai avuto nessun problema a fargli riconoscere la mia decisione”; per darmi conferma di quanto dice, mi mostra alcune foto scattate durante momenti celebrativi in cui anche i suoi genitori prendono parte alle attività della scuola. “La mia condizione è completamente accettata dalla mia famiglia e per questo mi sento molto fortunata; non per tutti i Waria è cosi. I transgender non sono generalmente oggetto di mercificazione e schiavismo sessuale ma vivono comunque in una condizione di estrema marginalità, analfabetismo ed esclusione”. Anche secondo Shinta, una delle problematiche maggiori da affrontare è l’Hiv. “Il trattamento sanitario per le persone infette è durissimo e costosissimo”, sostiene, “anche una persona di ceto elevato farebbe fatica a sostenerne i costi e il governo non predispone nessun genere di sussidio o programma per contrastare una problematica che rasenta l’epidemico”.

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La comunità transgender in Indonesia è abbastanza numerosa, dati precisi non se ne conoscono dato che un censimento non è mai stato compiuto. Secondo Shinta, la quale accoglie nella Waria persone da tutte le parti del Paese, solo nella città di Yogjakarta ci sono all’incirca 372 transgender, in tutta l’isola di Java più di 1.000.000 e la comunità Lgbt complessiva in
Indonesia raggiunge quasi i 10 milioni di membri, 2 milioni di transgender.

Giorni dopo incontro Shinta al Garuda Convention Center di Yogjakarta, un importante hotel del centro città, in cui molti transgender da differenti aree del paese si sono dati appuntamento per costituire un National Board for Transgender Issues, attraverso il quale delineare una azione comune da intraprendere. L’obiettivo risulta quello di ottenere l’adozione formale del “terzo genere” in Indonesia ma Shinta è cosciente del fatto che una crescente paura scatenata da una campagna anti Lgbt senza precedenti, sta pian piano sgretolando quel pluralismo che in anni di dedito sforzo era riuscita a costruire.

Foto di Riccardo Pareggiani

  • Nerone2

    Ora anche questi?

    • Ma22

      E allora?

      • chojin999

        Arriverà un tempo in cui verrà impedita la nascita di psicolabili di sinistra=mafia=islam di qualsiasi tipo e qualsiasi nome si possano dare con tutte le loro pazzie !!!
        Tutti questi sono un’accozzaglia di parassiti. Il virus del mondo. Sinistra ed islamici devono essere eliminati dal mondo per garantire la vita. Sono un tumore !

        • Ma22

          Concordo pienamente. Sinistra e islamici sono il male del mondo.

    • Demy M

      L’accoppiamento continua……..

  • venzan

    Interpretano l’islam a loro comodo, come fanno tutti in questa religione.

  • thalia

    Beati loro che con coscienza possono godere di tutte le libertà che vogliono, poi si danno una lavata, pregano e si sentono rispettosi della loro fede. Ci sono bianchi, non potevano mancare, anzi fra poco saranno i più numerosi!

  • Ma22

    Se questo è il nuovo Islam lo accetto a braccia aperte. Solo che il 99.99% degli islamici (quelli che stanno invadendo il nostro paese) non sono così. Un amico di phoenix omosessuale mi ha detto che un suo amico inglese ha subito numerose minacce dalla comunita islamica della sua zona dato che si è sposato con il suo compagno (dopo anni di convivenza). Se questo è l’islam moderato (fatto di minacce e superiorità) è meglio che stiano a casa loro in Africa e non in Europa.

  • Ernesto Pesce

    Riccardo Pareggiani hai perso soldi e tempo per propagandare a favore di persone ammalate. l’umanita’ esiste ed esistera’ graze alle madri (femmine) e ai padri (maschi) non c’e’ una via di mezzo. cosi’ pure tutti gli animali.

    • thalia

      Magari somigliassimo agli animali, non esisterebbero questo tipo di schifosi problemi!

  • Ramsmeat

    Insomma ci sono musulmani che tagliano la gola ed altri che tagliano c***i.

  • chojin999

    Ah bene.. questo quindi è il risultato dell’unione dell’accozzaglia cattocomunista mafiosa filo-islamica ’68ina bisessuale brigatista stalinista massa di drogati di sinistra=mafia ? Eh ?
    Tutto lo schifo della sinistra nel mondo.

  • thalia

    Ma se si segue elogiando questo tipo di accoppiamento come aprire lo scenario alla civiltà, forse vi hanno assicurato che i bambini stavolta nasceranno davvero sotto i cavoli con buona pace di chi li vuole raccogliere a vantaggio del proseguimento della razza umana, oppure ci stanno bene gli islamici che ce li fanno quasi aggrattisse dietro buoni bebé? Levate di mezzo tutto questo sudiciume che altro non è, almeno le maddalene vanno come natura le fece: no pecoroni!