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“L’unità della Cina è inevitabile”
Ancora tensione per Taiwan

Nel quarantennale che celebra il “Messaggio ai compatrioti di Taiwan” il presidente Xi Jinping, mercoledì, ha tenuto un discorso alla Grande Sala del Popolo di Pechino i cui passaggi salienti dovrebbero far tremare i polsi agli abitanti dell’isola in cui si rifugiò il generale Chiang Kai-shek sconfitto al termine della guerra civile.

Nel suo discorso Xi Jinping ha sottolineato ancora una volta che la storia e il diritto ribadiscono che Taiwan fa parte della Cina e che le due entità a cavallo dello Stretto appartengono ad un’unica e sola Cina e nessuno o nessuna forza può alterare quanta condizione.

“La Cina deve essere e sarà riunificata”

Secondo il presidente cinese la Cina deve essere è sarà riunificata. “È una conclusione storica delineata da oltre 70 anni di relazioni di sviluppo attraverso lo Stretto e un passaggio obbligato per il grande ringiovanimento della nazione cinese nella nuova era”. 

Xi Jinping ha fatto appello nel suo discorso alla popolazione dei due lati dello Stretto di Taiwan affinché lavori unita per il bene supremo della Cina e si abbandoni “all’onda di marea della storia” che, secondo il Presidente, lavora per la riunificazione pacifica della Cina attraverso lo sviluppo delle relazioni congiunte tra Pechino e Taipei.

Sin qui sembra il solito discorso sull’ineluttabilità del ritorno di Taiwan in seno alla grande Cina, se non fosse che il presidente Xi Jinping quest’anno ha sentito il bisogno di fare una particolare precisazione. 

Il leader del Comitato Centrale del PCC ha infatti detto che nonostante la sincerità e i grandi sforzi volti ad una riunificazione pacifica non promette affatto l’abbandono dell’uso della forza.

Sebbene abbia sottolineato che “i cinesi non combattono i cinesi” Xi è stato molto chiaro quando ha riferito all’assemblea che “non facciamo promesse sulla rinuncia all’uso della forza e ci riserviamo il diritto di prendere tutte le misure necessarie”.

Secondo la retorica del Presidente questa minaccia, nemmeno troppo velata, non sarebbe rivolta all’isola “ribelle” bensì alle “forze esterne” e ai separatisti taiwanesi che soffiano sul fuoco dell’indipendenza.

Per Xi Taiwan resta, come sempre sostenuto dalla Cina in precedenza, una “questione interna” e come tale va trattata, quindi non viene ammesso nessun tipo di ingerenza esterna.

La nota di biasimo agli Usa

Nello stesso giorno dell’assemblea presieduta da Xi Jinping il governo cinese, attraverso il portavoce del ministero degli esteri Lu Kang, ha infatti severamente redarguito Washington in merito alla continua politica di ingerenza nella questione dell’isola di Taiwan sottolineando come l’Asia Reassurance Initiative Act siglato da Trump lo scorso anno sia una “volgare interferenza” alla politica interna di Pechino. 

La parte incriminata del provvedimento americano riguarda, oltre la possibilità di vendere armamenti a Taiwan, la direttiva che prevede il coinvolgimento degli Usa per mantenere lo status quo ed il supporto per raggiungere una risoluzione pacifica accettabile per entrambe le parti. 

“La Cina è fortemente insoddisfatta e si oppone fermamente all’insistenza americana di trasformare l’atto in legge” sono state le parole di Lu Kang che ha aggiunto come questo violi il principio della “Una Cina” e degli accordi stipulati precedentemente.

La dichiarazione arriva nemmeno 24 ore dopo che lo stesso Xi Jinping, il primo gennaio, aveva espresso la propria soddisfazione, congiuntamente al Presidente Trump, per i progressi fatti dalle relazioni diplomatiche tra i due Paesi sottolineando come queste, oggi, siano ad un livello importante.

Nonostante gli “alti e bassi”, come notato da Xi, la Cina sta lavorando con gli Usa per aumentare il livello di coordinazione, cooperazione e stabilità a beneficio di entrambi i popoli e della pace globale. 

Cosa sta succedendo?

La Cina ormai è proiettata a diventare una potenza globale e sta compiendo sforzi enormi per conquistare questo traguardo in tempi brevi.

Xi Jinping, sempre più autocrate, del resto ha ben espresso questo traguardo nel libro “Governare la Cina” e le recenti dichiarazioni su Taiwan, in particolare il passaggio in cui il Presidente fa riferimento al “ringiovanimento”, sono perfettamente in linea con la sua filosofia espressa nel testo. 

La Cina attraverso l’impulso dato all’estensione della sua rete commerciale tramite la Nuova Via della Seta (Belt and Road Initative) e grazie ai progressi compiuti nel campo della scienza e delle costruzioni militari, sta decisamente virando verso una politica globale in tutti i campi.

Nuove reti commerciali, infatti, significa avere nuovi insediamenti portuali, nuove basi da cui far passare le merci, e la sicurezza per un tale traffico, dal valore enorme, è data solo ed esclusivamente dall’avere uno strumento militare moderno, efficace e all’avanguardia

Consequenzialmente serve il controllo dei mari vicini ma con un salto in avanti dato dalla nuova capacità di operare stabilmente in alto mare, e quindi a sua volta, occorre avere alle spalle dei “bastioni” marittimi contigui al territorio nazionale che facciano da solide retrovie e da “cintura di difesa” in grado di interdire il traffico marittimo e aereo ostile in caso di necessità. Leggasi Mar Cinese Meridionale e isole Senkaku.

Il cambio di passo è stato graduale ma se guardassimo oggi alla situazione dopo esserci ridestati da un letargo durato cinque anni ci accorgeremmo degli enormi risultati ottenuti dalla lenta ma costante politica di espansione cinese, che qualcuno ha ribattezzato “delle fetta di salame” ad indicare il sottile ma continuo progredire di una politica aggressiva senza che venga causato un incidente tale da diventare un casus belli.

Gli Stati Uniti hanno molte responsabilità in quanto sta avvenendo. La politica del Pivot to Asia di obamiana memoria, osteggiata da ampie ali del Congresso in favore di una maggiore attenzione all’Europa e alla Russia, ha mancato totalmente il bersaglio a causa delle sua stessa natura: il perno asiatico su cui avrebbe dovuto virare Washington si è basato su una politica che potremmo definire di “responsabilizzazione” degli alleati Usa per quanto riguarda la Difesa e ha visto il  lento disimpegno americano con il ritiro – parziale – della presenza militare nell’enorme regione indo-pacifica in favore di maggiori aiuti finanziari elargiti a pioggia.

Il vuoto venutosi così a creare è stato colmato dall’unica potenza regionale in grado di farlo, ovvero dalla Cina. Sempre tra le mille difficoltà date dalla concorrenza di altri Paesi dello scacchiere quali l’India ed il Giappone, che non intendono affatto avere un ruolo subalterno a Pechino e vedersi pertanto assoggettati alla sua potenza economica.

I recenti accordi tra Cina e Giappone, con Abe che plaude alla nascita di una nuova era tra i due Paesi, oltre a essere fumo negli occhi degli analisti sono solamente il frutto della paura nipponica di venire lasciati soli dagli Stati Uniti memori di quanto aveva fatto l’inquilino precedente della Casa Bianca.

Tokyo si sta riarmando, e lo sta facendo con l’aiuto degli Usa che sono ben felici di chiudere un occhio – anche due – pur di avere un alleato forte a poche miglia marittime dalla Cina – e dalla Corea del Nord – che possa far risparmiare in futuro qualche viaggio ai CVBG della Us Navy.  

Pechino lo sa e non le manda a dire, al di là dei sorrisi di circostanza tra i due leader, che in pieno stile orientale si profondono in inchini e ossequi reciproci a livello diplomatico, la realtà è ben diversa e la si può evincere proprio guardando al riarmo nipponico e alle motivazioni di tale riarmo, espresse a chiare lettere dal “Libro Bianco” della Difesa recentemente edito da Tokyo in cui si affermava che non ci si può fidare dell’atteggiamento cinese in politica estera in quanto ha dimostrato, al di là della diplomazia, di volersiespandere aggressivamente nelle proprie acque contigue militarizzando isole per creare degli avamposti per il controllo dei mari e dello spazio circostante.

La partita più difficile

Sebbene gli scenari di tensione internazionali abbiano prepotentemente virato ancora verso l’Europa con la recente crisi dello Stretto di Kerch e la conseguente mobilitazione di truppe e mezzi corazzati ai confini orientali dell’Ucraina che potrebbero preludere ad una guerra, la situazione asiatica non va ritenuta di second’ordine.

Il problema di Taiwan, così come quello del Mar Cinese Meridionale o delle isole Senkaku, sta lentamente degenerando ad un livello tale in cui entrambe le parti in gioco hanno cominciato a pensare di essere in diritto a non dover fare la prima mossa per ridurre la tensione. Questo atteggiamento, in cui si crede che spettino all’avversario gli oneri di una deescalation, è quanto di più pericoloso possa esistere ed è lo stesso che caratterizza, in questo momento, i rapporti tra Russia e Ucraina. 

Al di là degli accordi diplomatici, al di là della questione del debito pubblico americano detenuto in maggior parte dalla Cina – a questo proposito si ricorda che i Templari fecero una brutta fine grazie ai debiti che il Re di Francia aveva contratto con loro e che era impossibilitato a saldare – quello che conta sono sempre le questioni commerciali, intese non solo come libero passaggio di merci e persone ma anche come apertura di mercati liberi da imposte come i dazi, e le vecchie dispute territoriali, come quella per Taiwan o per il Donbass, frutto anche di considerazioni puramente strategiche.

Disinnescare la tensione per Taiwan, così come quelle per il Mar Cinese Meridionale, sarà forse la partita più difficile che dovrà gestire l’amministrazione Trump dopo la questione dei dazi – comunque ad essa correlata come detto – e rappresenterà il terreno su cui si tasterà davvero il polso di questa amministrazione, in quanto la strategia di Trump è sempre stata indirizzata più verso l’Asia e la Cina che verso l’Europa e la Russia.