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La Repubblica Centrafricana
sprofonda nel caos

Non sembra esserci pace per la Repubblica Centrafricana, Paese dilaniato dai conflitti tra gli ex ribelli della Séléka a maggioranza musulmana e le milizie cristiane-animiste anti-balaka che nelle ultime settimane hanno conosciuto un nuovo picco di intensità. Interessata dalle violenze incrociate tra le formazioni settarie che si contendono il controllo della capitale Bangui e del resto della nazione, grande due volte l’Italia e popolata da soli 4,5 milioni di persone, è la forza di peacekeeping della missione a guida Onu denominata Minusca, che dal 2014 a oggi ha pagato un duro tributo di sangue, avendo sofferto ben 60 vittime.

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L’ultimo morto subito da Minusca, caduto numero 3.718 nelle missioni di pace ONU, è stato un soldato mauritano ucciso il 3 aprile scorso nel corso di un assalto delle milizie anti-balaka ad una base sita a 60 km della capitale, segno di una recrudescenza nelle violenze che ha di fatto aggravato la crisi del Paese dopo il fallimento della transizione verso la pace iniziata al termine del conflitto civile nel 2014.

Dalla visita di Francesco in avanti, il tracollo della Repubblica Centrafricana

Quando l’1 novembre del 2015 Papa Francesco inaugurò proprio nella martoriata Bangui il “Giubileo della Misericordia”, per la Repubblica Centrafricana sembrava essere suonata, una volta per tutte, l’ora della rinascita. La successiva celebrazione delle elezioni presidenziali che, a marzo 2016, hanno incoronato l’attuale leader Faustin-Archange Touadéra aggiunsero ulteriore ottimismo, prima che una nuova ondata di violenze scoppiasse alla fine del 2016 nelle province centrali del Paese tra due fazioni appartenenti all’ex coalizione ribelle Seleka, a maggioranza musulmana.

In quel momento, si manifestò l’intrinseca debolezza dell’autorità esecutiva nel mantenimento dell’ordine nel Paese in assenza di appoggio Onu e si ripropose il problema atavico di “uno Stato che in più di cinquant’anni di storia repubblicana […] non ha trovato un’efficace soluzione per la gestione del potere politico e per l’amministrazione territoriale”, come sottolineato da Mauro Garofalo sul numero di Limes dicembre 2015.

Purtroppo per la Repubblica Centrafricana, tale constatazione si è rivelata vera: dopo violentissimi scontri che nel maggio 2017 hanno causato almeno 45 morti nella città di Bambari, negli ultimi tempi una nuova ondata di violenze ha letteralmente sommerso il travagliato Stato africano.

Cristiani e donne nel mirino

Come segnalato da Marco Cochi su Eastwestnelle ore successive all’assalto alla base Onu ” alcuni effettivi della Minusca hanno scoperto i corpi di 21 civili (4 bambini, 4 donne e 13 uomini) massacrati a colpi di machete, che giacevano vicino a una chiesa di Tagbara. L’aggressione è avvenuta a quattro giorni di distanza da quella contro un’altra chiesa nella vicina Séko, dove sono state trucidate più di venti persone, tra le quali anche un prete che nel luogo di culto aveva dato rifugio ad alcuni fedeli“.

L’autore sottolinea poi che “quello in corso in Centrafrica è un conflitto senza esclusione di colpi, segnato anche dall’infamia dello stupro usato come arma di guerra”.

Human Rights Wacth (HRW) ha sottolineato in uno studio dedicato alla Repubblica Centrafricana la diffusione endemica di questa pratica odiosa e segnalato, con profondo rammarico, che “i responsabili di questi efferati crimini di guerra sono tutti liberi, alcuni anche in posizioni di potere, e non pagheranno mai per il male commesso”. Un Paese martoriato sprofonda nella guerra di tutti contro tutti, e mentre le comunità civili diventano bersagli di efferati crimini di guerra, nemmeno le Nazioni Unite riescono a porre un freno alla spirale di violenze: il senso di impunità per le nefandezze commesse e il crollo dell’apparato dello Stato lasciano presagire che l’escalation dei nuovi scontri tra gli anti-balaka e i Séléka sia solo agli inizi.