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La rabbia dei tartari di Crimea

Simferopoli – «È un’invasione come lo fu in Afghanistan ai tempi dell’Urss ed in Cecenia. Se finirà come la Siria lo deciderà solo Allah». Abbas, barbetta islamica, sulla porta della moschea di Fontani, un quartiere della capitale della Crimea in mano ai tartari non ha dubbi sull’annessione alla Russia.
La minoranza musulmana della penisola vede Vladimir Putin come «il nuovo zar che vuole rimettere in piedi l’Unione Sovietica». I più giovani e le frange salafite con i barboni islamici d’ordinanza sono pronti a combattere per l’Ucraina contro «l’invasore». Un manipolo di tartari già lo fa in Siria al fianco dei ribelli filo Al Qaida contro il regime di Assad alleato di Mosca.
Un pericoloso quadro che cozza con la ressa dei filo russi da ieri accalcati davanti ai centri civici di quartiere per ottenere il passaporto di Mosca e restituire quello ucraino.
Il taxista che ci accompagna nel quartiere di Fontani resta impressionato dalle azzurre bandiere tartare che sventolano ad ogni incrocio. «Questa non è Crimea» sussurra e per sicurezza ripiega quella russa che sventola sul cruscotto.
Alim, 23 anni, barba e papalina islamica, definisce «orribile quello che ha fatto Putin in Crimea. Mi sento ucraino e musulmano. Non prenderò mai il passaporto russo». I due coetanei che lo accompagnano con gli stessi connotati da islamici duri e puri annuiscono. «Mosca ha superato la linea rossa. Siamo pronti a combattere – sostiene Alim -. Se osassero mettere le mani sulle nostre terre e case che ci siamo riconquistati dopo le deportazioni di Stalin tuoneranno le armi».

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Per ora i musulmani di Crimea organizzano solo delle ronde di vigilanza attorno alle loro zone, ma gruppi radicali islamici ucraini, come Hezbi e Tahrir gettano benzina sul fuoco. A Fontani ci sono cellule salafite ed i ragazzi per strada giurano di «non aver paura della potenza militare russa». Nella moschea con un alto minareto ci fanno entrare, ma pochi vogliono esporsi. Abbas e un giovanotto con il barbone nero rompono il silenzio: «Se i russi ci provocheranno la Crimea potrebbe diventare una seconda Cecenia» dove le truppe di Mosca hanno vinto subendo pesanti perdite. «Guardate cosa hanno fatto ad Ametov (un attivista tartaro rapito e ucciso nei giorni scorsi, nda). La nostra pazienza non durerà per sempre» sostiene il musulmano più giovane.
Nella sala disadorna della preghiera un pugno di fedeli si piega verso la Mecca. Anche dalla Crimea sono partiti i volontari della guerra santa per la Siria. Qualcuno dice che i tartari contro Assad sono un centinaio, altri parlano di una decina. L’unica certezza è che il 25 aprile dello scorso anno un musulmano della Crimea, nome di battaglia Abdul Karim Krimsky, si è fatto saltare in aria ad Aleppo. Non a caso sui siti della rivolta armata in Siria si inneggia alla resistenza contro i russi nella penisola. Secondo Abbas «i tartari che combattono in Siria rispondono al richiamo della fede per la guerra santa». E nella penisola annessa alla Russia potrebbe capitare lo stesso. Ieri il parlamento di Kiev ha sancito che «non smetterà mai di lottare per liberare la Crimea».
Nel frattempo a Simferopoli la gente si accalca all’ingresso dei centri civici di quartiere dove vengono rilasciati i passaporti russi. La procedura è gratuita, ma ci vogliono dieci giorni. «Sono stata a Milano in vacanza e ci tornerò con il passaporto russo. Che me ne faccio di quello ucraino adesso che sono di nuovo a casa» ovvero fra le braccia di Mosca secondo Ludmila, una simpatica signora di mezza età che parla italiano. Mamme con i figli in braccio, babuchke, giovani ben vestiti e anziani sono tutti in fila per l’agognato passaporto russo.
Ieri la Duma, il ramo basso del Parlamento russo, ha ratificato il trattato di annessione della Crimea. E circola la voce che Putin potrebbe fare una visita lampo nella penisola. Non esiste alcuna conferma ufficiale, ma se arrivasse a Sebastopoli, bastione della flotta di Mosca del Mar Nero, verrebbe accolto come il nuovo Zar di tutte le Russie.