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La pista da Belluno a Sarajevo

Hussein Bosnic, nome di battaglia Bilal, esce dall’aula del tribunale di Sarajevo ammanettato con il lungo barbone islamico d’ordinanza e una tunica blu. Davanti ai giornalisti abbassa lo sguardo.
Due papà bosniaci hanno appena testimoniato accusandolo di aver reclutato i loro figli per la Siria con il lavaggio del cervello della guerra santa. Uno è morto e l’altro ha chiamato l’ultima volta a casa il primo gennaio dal fronte del Califfato. Bosnic è un anello importante della catena di arruolamento dei mujaheddin non solo in Bosnia, ma in mezza Europa compresa l’Italia. Una «Balkan connection» che coinvolge gruppi estremisti salafiti pure in Kosovo ed Albania, colpita ieri dall’operazione antiterrorismo scattata in Italia e a Tirana.

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«In nome della guerra santa ha mandato mio figlio, Suad, di 23 anni, a morire in Siria. Perché non è andato lui a combattere per il Califfato?» tuona in tribunale Rifet Sabic. Subito dopo sul banco dei testimoni arriva un altro papà, Sefik Cuturovic. Bosnic gli ha radicalizzato il figlio di 19 anni arruolato nello Stato islamico. «Ibro da quando lavorava per Bosnic ha cominciato ad inveire contro di me dicendo che sono un infedele, traditore dell’Islam», racconta in aula il genitore. La moglie, separata, ha pure cominciato a cambiare «vestendosi e atteggiandosi come una wahabita». Bosnic controinterroga i testimoni con una voce da agnellino, guardato a vista da due nerboruti poliziotti. La sua difesa è semplice: «Non vi ho mai visto, non avete prove che sono stato io a mandare i vostri figli in Siria».

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I bosniaci andati a combattere con il Califfo sono 160. Oltre il 90% ha aderito allo Stato islamico e vivono a Raqqa o ad Aleppo. Trenta sono morti ed altrettanti rientrati in patria. L’imam itinerante che ha predicato la guerra santa in mezza Europa è stato arrestato lo scorso settembre. Bosnic «incitava a compiere attività terroristiche» secondo l’accusa e non ha reclutato solo in Bosnia, ma anche in Italia. A casa sua a Buzim sono stati ospitati il bosniaco Ismar Mesinovic e il macedone Munifer Karamaleski per ricevere la benedizione e i contatti per la Siria. Tutti e due vivevano in provincia di Belluno. Mesinovic è stato ucciso nel gennaio 2014, ma si era portato dietro il figlio di tre anni, che è rimasto nel Califfato con una famiglia bosniaca. «Il nonno è venuto a chiedermi se posso fare qualcosa per il piccolo, ma si trova ad Aleppo o a Raqqa» spiega Dubravko Campara, il procuratore che accusa Bosnic. In aprile sarà a Venezia per scambiare informazioni con i nostri investigatori.

«La magistratura italiana sta cooperando con quella bosniaca sul caso Bosnic – conferma Ruggero Corrias, ambasciatore in Bosnia -. I due Paesi collaborano attivamente contro la minaccia terroristica. È di qualche settimana fa la missione a Sarajevo del capo dell’antiterrorismo del Ministero dell’Interno, Lamberto Giannini».Secondo le autorità locali gli estremisti islamici nel Paese sono almeno tremila, una stima per difetto. Bosnic si è fatto le ossa da giovane nel battaglione Al-mujaheddin, contro i serbi, composto da volontari arabi e afghani. Il suo comandante era l’egiziano Anwar Shaban, uno dei primi terroristi usciti dalla moschea di viale Jenner a Milano negli anni Novanta.

Bosnic fa parte di una «Balkan connection» che si estende in Kosovo e Albania con predicatori ancora a piede libero e ben radicati in Italia. Imam reclutatori, che da qualche parte trovano i soldi per girare l’Europa e i Balcani ad arruolare mujaheddin. Il procuratore bosniaco Campara rivela che «Bosnic ha ricevuto 200mila dollari da un “benefattore” del Qatar. Via Interpol abbiamo chiesto informazioni su questo personaggio senza ricevere risposta».