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La missione dimenticata degli italiani in Somalia

«A un tratto ho visto una luce giallastra e tanto fumo provocato dall’esplosione. È come se il tempo si fosse fermato, ma il santo Lince, il nostro blindato, ci ha protetti», racconta da Mogadiscio il colonnello Stefano Santoro. L’ufficiale della missione di addestramento delle truppe somale, un po’ dimenticata, ha vissuto il suo battesimo del fuoco. Il primo ottobre alle 12.05 un kamikaze jihadista degli Al Shabab al volante di una auto minata si è infilato nella colonna di blindati italiani appena uscita dal ministero della Difesa facendosi saltare in aria. «Il mezzo si è bloccato. Del terrorista suicida e della Toyota grigia che ha usato è rimasto ben poco – spiega come in un film il colonnello -. A terra ho visto un bambino svenuto per le ferite, ma ancora vivo portato in braccio verso un’ambulanza. L’auto bomba ha provocato un cratere e tirato giù un muro di cinta di una vicina caserma. Le schegge sono schizzate per un raggio di 200 metri». Fra i civili somali di passaggio si contano almeno due morti e cinque feriti, ma la strage poteva essere peggiore. Forse chi ha confezionato l’autobomba non era così esperto come in Siria o Afghanistan. «È la prima volta che un convoglio europeo subisce un attacco del genere» fa notare il generale Matteo Spreafico, che comanda la missione Ue di formazione dell’esercito somalo. Fino a oggi i mujaheddin di Al Shabab (gioventù) legati ad Al Qaeda si erano accaniti contro le unità locali e i caschi verdi dell’Unione africana, che da anni cercano di pacificare il Paese. Friulano, alpino e veterano dell’Afghanistan, il generale Spreafico ha al suo comando 180 uomini di 9 nazioni compresa una squadra di medici militari serbi. La parte del leone la fanno gli italiani con 120 militari, in gran parte bersaglieri del 7° reggimento. La missione europea Eutm, con un budget di 27 milioni di euro, ha formato 5700 uomini, la metà degli effettivi dell’esercito somalo, ma l’obiettivo è arrivare a 19mila soldati. «Dopo quasi 30 anni di martoriata guerra puntiamo a sviluppare le forze armate somale in maniera tale da renderle indipendenti e in grado di assicurare la difesa della nazione», spiega il generale Spreafico. 

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I corsi si concentrano sull’addestramento base per una compagnia di fanteria di 120 uomini compresi gli ufficiali, che dura 15 settimane. I militari italiani formano pure il personale somalo che dovrà a sua volta addestrare le unità del proprio esercito. E il colonello Santoro con altri ufficiali forniscono assistenza, come consiglieri, allo stato maggiore e al dicastero della Difesa. «Il ministro Mohamed ali Hassan mi chiama Stefano per nome – spiega – e il generale somalo che sovrintende alle operazioni mi racconta dei suoi 19 figli, la più piccola di 4 anni e il più grande di 50 con tre mogli differenti. Per far capire il rapporto umano e non solo professionale che si è instaurato». Al passaggio dei blindati con la bandiera europea e il Tricolore per le strade di Mogadiscio, qualche somalo saluta ancora nella nostra lingua: «Italia, Italia, buongiorno». 

Gli ufficiali più anziani amano ricordare come si sono formati all’accademia di Modena. Le reclute hanno un’età media fra i 18 e 20 anni. «Il grosso problema è che si tratta di una generazione nata dalla guerra, nella gran parte dei casi analfabeta. Per addestrarli usiamo spesso dei disegni», spiega Santoro. In un Paese disastrato, 100 dollari di paga al mese oltre che riso, latte condensato e scatolame per la famiglia sono una manna. «Diversi ragazzi ci chiedono di assentarsi per il funerale di un parente o assistere un familiare ferito vittime degli Al Shabab», racconta il tenente Ilario Meloni, che li addestra. A Mogadiscio e nelle altre città sia Al Qaeda sia le cellule dello Stato islamico colpiscono con omicidi mirati. Gli Al Shabab, ancora forti nel sud del Paese, organizzano posti di blocco sulle strade principali per taglieggiare pure i coinvogli dell’Onu.

Non sanno leggere e scrivere, ma le giovani reclute hanno il cellulare, che utilizzano per tutti gli scambi o acquisti con la moneta elettronica. Al mattino corrono e sparano simulando combattimenti in zone urbane, appostamenti e movimenti in trincea o in campo aperto. Poi si fermano per il qat, una foglia allucinogena masticata quotidianamente. «La loro visione delle donne è particolare – racconta il maresciallo capo Nicola Tiretti -. Parlavamo di uguaglianza fra i sessi, ma una recluta sosteneva che non è possibile. E spiegava che se qualcuno uccide un uomo deve pagare 100 cammelli invece se uccide una donna 50». Un buon numero di cammelli è stato offerto, neanche tanto per scherzo, per un’attraente caporale italiana.
Casa Italia, la nostra base è nella zona dell’aeroporto di fronte al mare, come nel 1993 durante la prima missione in Somalia. Africom, il comando Usa per le operazioni in Africa, è impegnato sul terreno con i corpi speciali in operazioni anti terrorismo. Il capo degli Al Shabab, Ahmed Omara, ha una taglia sulla testa di 6 milioni di dollari, cifra enorme per la Somalia. Jilib, a sud di Mogadiscio, è indicato come il quartier generale, che coordina dai 7mila a 10mila uomini presenti anche al nord, dove hanno subito defezioni a favore dello Stato islamico. L’ideologo Abdulqadir Mumin ha abbandonato Al Shabab per guidare le bandiere nere. I due gruppi del terrore si stanno scannando in una sanguinosa faida. 

Lo scorso anno l’elezione a presidente di Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, che ha studiato negli Usa, aveva portato una ventata di speranza. Peccato che oltre ai terroristi la Somalia sia preda dello scontro strategico fra i Paesi del Golfo. I turchi, che hanno una loro base militare a Mogadiscio, e il Qatar sono alleati e stanno prendendo il sopravvento. I nemici giurati sono gli Emirati arabi e i sauditi. Tutti, a suon di dollari, cercano di manipolare la politica somala e controllare le forze di sicurezza.

Il capitano Armando Micheli, che a Mogadiscio è arrivato la prima volta nel ’93, evidenzia una triste realtà: «Oltre il 60% dei somali ha una età media di 27 anni. Significa che due terzi della popolazione ha sempre vissuto nell’anarchia e nella violenza».

  • best67

    è l’intera somalia ad essere stata dimenticata!

  • montezuma

    L’italia del 1993 era distratta da Mani pulite e dalla allora recente caduta del Muro. Avrebbe dovuto agire subito e non mollare la presa. Quasi una generazione di ritardo che pagheremo cara in termini politico-militari.

    • best67

      Mani pulite e la crisi economica (a cui mani pulite diede una mano) innescata dall’avvio dei famigerati parametri di maastricht e della conseguente speculazione!

  • Alox2

    Non credo sia una missione dimenticata…la Somalia non e’ tanto diversa dalla maggior parte dei Paesi Africani: incapaci di governarsi! E si vede bene in Europa…il Mondiale l’ha vinto l’Africa.