LAPRESSE_20171204185245_25153685

La “manodopera jihadista”
e il suo utilizzo in altre aree

La disfatta dell’Isis in Siria e Iraq ha portato alla luce un fenomeno che va attentamente monitorato e cioè quello legato alla sorte di migliaia di jihadisti provenienti da tutto il mondo e pronti a riversarsi su altri fronti.

Tra settembre e ottobre erano iniziate a circolare voci sull’evacuazione di jihadisti dalle zone di Raqqa e Deir-ez-Zor; si era persino parlato di un possibile negoziato con le forze occidentali anti-Isis guidate dagli Stati Uniti per far sfiltrare i leader jihadisti, con successiva smentita da parte del portavoce della Coalizione.

Il vice presidente del comitato del Consiglio della Federazione russa per la difesa e la sicurezza, Franz Klinzevich, aveva puntato il dito contro Washington, accusandola di voler utilizzare i jihadisti in funzione anti-russa, esattamente come all’epoca dell’Afghanistan: “Certo, Deir ez-Zor non è Raqqa. Qui non si possono estrarre centinaia di militanti. Ma questo non riguarda il numero di militanti. Sembra che gli USA considerino ancora il senso della loro esistenza (i jihadisti) in base al confronto con la Russia, e questo, per usare un eufemismo, non è causa di ottimismo”.

Lo scorso 29 dicembre l’agenzia di stampa siriana Sana rendeva noto che gli Stati Uniti avevano aperto un corridoio aereo tra Deir ez-Zor e una base nei pressi di al-Basel, nella provincia di Hasakah, dove erano staio trasferiti i jihadisti dell’Isis, mentre fonti militari russe denunciavano la presenza di jihadisti anche nella base americana di Et-Tanf, nel sud della Siria. Tutto ciò mentre l’Onu, Amnesty International e Human Rights Watch invitavano il governo iracheno a non giustiziare i jihadisti dell’Isis.

Nuove aree a rischio

Nel frattempo però, mentre i battibecchi tra Mosca e Washington su potenziali trasferimenti di jihadisti proseguono, vi sono flussi segnalati da tempo verso altre aree; in primis quella africana con particolare attenzione alla Libia, alla Tunisia, alla Somalia, nonchè alla fascia che dal Sahel arriva fino al Niger. I Paesi coinvolti sono tutti caratterizzati da istituzioni deboli, scarsi controlli e da condizioni geografiche che facilitano la penetrazione ed è ben noto che il jihad fa breccia dove lo Stato è debole o assente.

In secondo luogo c’è l’Afghanistan, dove la penetrazione dell’Isis è sempre più intensa e proprio lo scorso 27 dicembre una serie di attentati nei confronti di obiettivi religiosi sciiti a Kabul causavano la morte di quaranta persone e il ferimento di altre trenta. La rivendicazione è stata pubblicata dall’agenzia Amaq, braccio della propaganda dello Stato Islamico.

C’è poi l’area centro-asiatica che coinvolge le repubbliche ex sovietiche di Kazakistan, Tajikistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Kyrgyzistan, dove si teme un’infiltrazione di jihadisti che potrebbero cercare non solo di destabilizzare i relativi Paesi ma di usare la zona come trampolino di lancio verso la Federazione Russa, soprattutto in vista delle elezioni presidenziali di qui a poco e dei prossimi Mondiali di calcio.

I Balcani occidentali sono un’altra zona a rischio elevato, non soltanto per via del possibile rientro di foreign fighters autoctoni dalle zone di guerra, ma anche per l’elevato livello di radicalizzazione che caratterizza il contesto socio-religioso (non istituzionale) in Bosnia e Kosovo, nonostante le autorità locali cerchino di sminuire il fenomeno.

Una radicalizzazione che viaggia sia sul web che tramite predicatori itineranti e che va ben oltre i confini di questi Paesi, raggiungendo la diaspora balcanica in Europa.

I rischi per l’Italia

L’esodo nordafricano e quello balcanico mettono a serio rischio la sicurezza dell’Italia, visto che la rotta libico/tunisina e quella balcanica sono le due principali vie utilizzate dai trafficanti di uomini. L’infiltrazione di jihadisti sui barconi e via terra è gia stata comprovata in più occasioni e con la fine dell’inverno e il miglioramento delle condizioni metereologiche i traffici plausibilmente riprenderanno, senza considerare i foreign fighters che potrebbero già essere riusciti a infililtrare l’Europa.

Del resto lo ha detto anche il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni pochi giorni fa “Possiamo avere nel 2017 sconfitto Daesh militarmente ma non siamo al riparo da minacce terroristiche che possono essere di tipo organizzato ma spesso vengono da singoli radicalizzati. L’unica cosa che possiamo fare è essere consapevoli che abbiamo forze di sicurezza e di intelligence all’altezza e di ottimo livello. Ma questo non cancella i rischi”.

Non dimentichiamo che in Italia non solo si sta andando verso una fase elettorale che potrebbe far gola ai jihadisti per cercare di condizionarne l’esito ma è importante ricordare che l’Italia a inizio 2018 parteciperà alle operazioni anti-terrorismo e contro i trafficanti di uomini in Niger, con l’invio di 500 uomini.

La manodopera jihadista

Un ulteriore aspetto che va evidenziato è il fatto che da sempre la “manodopera jihadista” è stata utilizzata in determinati conflitti per poi essere successivamente reindirizzata altrove. L’esempio più ovvio è quello legato alla “resistenza afghana” contro i sovietici, che col tempo divenne sempre meno “afghana” con il flusso di jihadisti arabi, supportati dalla CIA, che porranno le basi per quella che diventerà poi al-Qaeda.

Finito il conflitto contro i sovietici, molti di quei “mujahideen” confluivano in Bosnia per prendere parte alla guerra contro i serbi dando vita all’unità “el-Mudzahid; in Macedonia seppur con numeri ben più ristretti, nell’unità “Imran Elezi”; in Cecenia in supporto a ciò che era l’Emirato del Caucaso. Altri jihadisti confluirono nel GIA algerino o si inserirono in circuiti jihadisti egiziani degli anni ’90 come quelli legati alla Gamaa al-Islamiyya.

Non bisogna inoltre dimenticare che fonti russe denunciano da tempo il flusso di jihadisti verso l’Ucraina, accusando le autorità di Kiev di fornire loro passaporti. Un fenomeno già visto in Bosnia negli anni ’90.

Nel contempo è plausibile ritenere che gli attacchi continueranno anche in Iraq e in Siria dove, anche se l’Isis è stato sconfitto, il terrorismo di stampo salafita proseguirà nell’intento di destabilizzare la zona.