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La lotta al terrorismo in Russia:
così Mosca combatte i jihadisti

Il terrorismo di matrice islamista iniziava a prendere di mira la Repubblica Federale di Russia e a destabilizzare le repubbliche del Caucaso settentrionale a partire dal 1999 quando i separatisti ceceni, allora al governo, si spaccavano e nasceva la corrente jihadista che intendeva instaurare nella regione uno Stato dove regnasse la sharia. Nel 1998 l’ex vice-primo ministro della Repubblica Cecena di Ikeria, Shamil Basayev, lasciava l’esecutivo guidato da quell’Aslan Maskhadov che nel dicembre del 1996 aveva vinto le uniche elezioni regolari tenutesi in Cecenia, accusando il neo- presidente eletto di voler riconsegnare la Cecenia ai russi. Basayev si univa a Movladi Udugov, anch’egli candidato alla presidenza cecena con uno schieramento ben poco popolare, di stampo islamista radicale, che infatti raccoglieva meno dell’un percento delle preferenze. Se Basayev era un militante e guerrigliero di lunga esperienza, Udugov era un propagandista che conosceva bene i segreti dei media al punto da venir ritenuto da molti l’artefice della “vittoria mediatica” cecena durante la prima Guerra (1994-1996). Non a caso sarà proprio Udugov a fondare e gestire il sito internet dell’Emirato del Caucaso, il “Kavkaz Center”. Entrambi condividevano, supportavano e propagandavano quell’Islamismo radicale di stampo wahhabita e jihadista che era un corpo estraneo in Cecenia e più in generale nelle terre islamiche del Caucaso settentrionale, da sempre legate a un Islam autoctono di stampo sufi. Basayev e Udugov presero le redini di quel jihadismo che dai primi anni del 2000 mieterà vittime in tutta la Federazione Russa e che architetterà stragi come quella del teatro Dubrovka (2002), quelle di Nazran e di Beslan (entrambi nel 2004). Tre attentati che se sommati portano a un totale di 522 morti e più di mille e cinquecento feriti.

L’infiltrazione del jihadismo globale nel Caucaso

Nel 1998 Basaev fondava assieme al jihadista saudita Ibn al-Khattab la Brigata Internazionale di Pacificazione (IIPB); il nome non deve trarre in inganno, perché di “pacifico” non c’era nulla. Si trattava infatti di un’unità di tagliagole guidate dal saudita veterano di numerose guerre tra cui quella afghana contro i sovietici, la prima guerra di Cecenia (1994-1996), quella in Nagorno- Karabakh (1992) e in Tagikistan(1993-95), sempre nelle file degli islamisti e sempre contro il Cremlino. L’ “internazionale jihadista” di Ibn al-Khattab, di fatto un’unità qaedista a tutti gli effetti, era ben strutturata e organizzata, con appoggi e finanziamenti a livello internazionale. Le autorità russe accusarono inoltre diverse ONG e organizzazioni “caritatevoli” islamiste di supportare le attività dei wahhabiti e dei jihadisti in tutto il Caucaso settentrionale e non a caso una delle prime misure di contrasto del nuovo piano anti-terrorismo del Cremlino fu quella di chiudere tutte quelle organizzazioni sospette, tagliando così drasticamente i finanziamenti ai jihadisti. Misura che si rivelò particolarmente vincente nella lotta all’infiltrazione wahhabita e jihadista nel Caucaso. La Russia fu tra l’altro uno dei primi Paesi a mettere al bando i Fratelli Musulmani con sentenza della Corte Suprema (2003), accusati di aver supportato l’attività di Ibn al-Khattab in territorio federale. A cavallo tra l’agosto e il settembre del 1999, grazie anche all’appoggio dell’ex presidente ceceno Yandarbiyev e alle relazioni instaurate con il leader dei wahhabiti daghestani, Bagauddin Magomedov, la brigata islamista guidata da Basaev e Ibn al-Khattab sconfinò in Daghestan con l’obiettivo di creare un Emirato nella regione del Caucaso. I combattimenti causarono varie centinaia di morti tra la popolazione civile e, di fatto, diedero inizio alla Seconda Guerra Cecena. Come illustrano però Errico De Gaetano e Andrea Lopreiato, quando il 4 agosto 1999 i due jihadisti diedero inizio all’invasione del Daghestan, si trovarono contro gran parte della popolazione. Nelle zone rurali sorsero milizie armate anti-wahhabite e i reparti russi giunti in difesa del Daghestan vennero accolti come liberatori. I daghestani erano ben consapevoli non soltanto dei danni e degli orrori perpetrati dai jihadisti ma anche del fatto che erano un “corpo estraneo” mandato da fuori. Un’unità composta in ampia parte da ceceni, arabi, afghani e pakistani, promotori di un’ideologia religiosa incompatibile con quella autoctona daghestana, anche questa tendente al sufismo e all’Islam etno-culturale. Una situazione simile a quella creatasi in Bosnia durante la guerra civile del 1992-1995 con la creazione dell’unità “el-Mudzahid”, formata prevalentemente da veterani arabi della guerra afgano-sovietica e anche questa, curiosamente, da utilizzare contro l’influenza russa, in quel caso nei Balcani colpendo gli alleati serbi. A metà settembre del 1999 la “campagna di Daghestan” si era conclusa con una sonora sconfitta subita dai jihadisti mentre le forze russe attaccavano nuovamente la Cecenia e davano il via alla Seconda Guerra che avrebbe portato alla sconfitta degli islamisti e all’insediamento di un governo pro-Mosca. Tra il 2005 e il 2007, dalle ceneri dell’internazionale jihadista, nasceva il “Fronte dei Mujahideen del Caucaso”, guidato dall’ex presidente separatista ceceno Abdul Halim Sudalayev, Fronte nel quale confluiva Shamil Basayev (che di fatto ne diventava capo militare) e quel Dokku Umarov che diverrà poi primo leader dell’Emirato del Caucaso nel 2007. Elemento distintivo del “Fronte dei Mujahideen” era quella divisione in jamaat o settori, a loro volta suddivisi in “bande”, che avrebbe caratterizzato anche il successivo “Emirato” fino alla sua dissoluzione nel 2016. Alcuni elementi distintivi di tale struttura si ritrovano ancora, seppur ormai molto limitatamente, nelle bande islamiste attive in Daghestan.

La stagione degli attentati

Immediatamente dopo la sconfitta dell’“internazionale jihadista” in Daghestan inizierà però una lunga scia di violenza con attentati in tutta la Repubblica Federale di Russia. Già nel settembre del 1999 venivano infatti messi in atto cinque attentati con esplosivo contro alcune abitazioni di membri del Ministero della Difesa e contro condomini civili, sia a Mosca che a Rostov, con un bilancio di circa 300 vittime. Il 23 ottobre 2002 un commando di jihadisti ceceni guidati da Movsar Barayev assaltava il teatro Dobrovka di Mosca e prendeva in ostaggio 850 persone. Tra i terroristi vi erano numerose “vedove nere”, mogli, madri e sorelle di jihadisti morti. Dopo tre giorni le forze speciali russe lanciarono l’assalto e il bilancio finale fu di 129 morti (tra cui tutti e 42 i terroristi) e più di 700 feriti, in buona parte a causa dell’utilizzo del gas Fentanyl che permise di addormentare tutti i presenti. Gravi carenze nei soccorsi portarono al drammatico bilancio; se vi fossero stati più medici, un maggior coordinamento post-raid e più vaccini anti- Fentanyl pronti, probabilmente le cose sarebbero andate diversamente. Il 27 dicembre 2002 un commando composto da tre attentatori suicidi ceceni si schiantava contro la sede del governo a Grozny uccidendo 78 persone e ferendone più di 100. Dietro gli attacchi era sempre presente l’ombra del macellaio Shamil Basayev, ormai diventato uno dei principali ricercati da parte dei servizi di sicurezza russi. Il 24 agosto 2004 due “vedove nere” si facevano esplodere rispettivamente sui voli Volga-Avia 1353 per Volgograd e Siberia Airlines 1047 per Sochi, entrambi decollati da Mosca-Domodedovo, uccidendo 89 persone. L’attentato venne rivendicato da Basayev. Il 1° settembre 2004 un commando composto da una trentina di terroristi ceceni e ingusci del gruppo Riyad u-Saliheen attaccò una scuola di Beslan prendendo in ostaggio 1100 persone tra cui più di 700 bambini. Al terzo giorno di assedio le forze di sicurezza lanciarono un assalto caotico e mal coordinato al quale presero parte anche milizie armate e persino alcuni contadini che inseguirono dei terroristi in fuga per le campagne. Il bilancio finale fu di 334 morti e 783 feriti (terroristi esclusi). Il 27 novembre 2009 un cittadino russo convertitosi all’Islam si faceva saltare in aria sul treno ad alta velocità Nevsky express, sulla rotta Mosca-San Pietroburgo, uccidendo 26 persone e ferendone un centinaio. Il 29 marzo 2010 due vedove nere si facevano esplodere alle fermate “Lubjanka” e “Park Kultury” della metropolitana di Mosca causando 41 morti e numerosi feriti. Il 24 gennaio 2011 un attentatore suicida si faceva esplodere all’aeroporto Domodedovo di Mosca, uccidendo 36 persone. Il 28 agosto 2012 un’attentatrice suicida penetrava all’interno dell’abitazione del maestro sufi Said Afandi al-Chirkawi e si faceva esplodere uccidendolo sul colpo. Fu un dramma per tutti i sufi del Caucaso in quanto Afandi al-Chirkawi era amatissimo e ricopriva il ruolo di guida spirituale per tantissimi musulmani non soltanto in Daghestan ma in tutto il Caucaso. I jihadisti erano ben consapevoli di ciò e decisero di colpire quella branca dell’Islam da loro ritenuta eretica. Tra il 29 e il 30 dicembre 2013 due attentati colpivano Volgograd, rispettivamente la stazione dei treni e un bus diretto in centro, con un bilancio di 34 morti e 150 feriti. Due mesi prima, il 21 ottobre e sempre a Volgograd, una terrorista si era fatta esplodere su un autobus di studenti, uccidendone 7 e ferendone 38. Bisogna inoltre tenere bene a mente che almeno a partire dal 2012 nel Caucaso settentrionale, ma in particolare in Cecenia e Daghestan, iniziavano ad incrementare gli attacchi nei confronti di agenti di polizia e forze di sicurezza con una strategia ben precisa da parte dei jihadisti: colpirne il più possibile e ovunque per destabilizzare il Paese.

La nuova strategia anti-terrorismo del Cremlino

Per comprendere adeguatamente la nuova strategia anti-terrorismo messa in atto dal Cremlino è fondamentale focalizzarsi in primis sulla strage di Beslan che portò alla luce consistenti carenze nella gestione delle emergenze dovute al terrorismo da parte delle forze di sicurezza russe. Carenze che portarono a importanti cambiamenti nelle politiche alla sicurezza del Paese. Il 6 marzo 2003 venne emanata la legge federale 35-EZ, nota anche come “legge di contrasto al terrorismo” che andò a rimpiazzare quella del 1998, oramai obsoleta. Come illustrato da Mariya Omelicheva, all’epoca di Beslan la direzione del contrasto al terrorismo era affidata a due agenzie governative separate: il FSB si occupava della prevenzione e del contrasto al terrorismo politico (eredità del KGB) mentre l’MVD si occupava del contrasto al crimine di matrice terroristica. Nel Caucaso settentrionale era dunque l’MVD ad occuparsi delle operazioni anti-terrorismo visto che criminalità organizzata e terrorismo spesso si sovrapponevano ogni qualvolta vi fossero obiettivi comuni (spesso legati al reperimento o alla vendita di armi e a canali di finanziamento). Era stato creato un canale di comunicazione tra MVD e FSB tramite un centro inter-dipartimentale per la condivisione delle informazioni, ma come succede in quasi tutti i Paesi, la comunicazione e il coordinamento tra differenti corpi in ambito sicurezza è spesso carente. Un elemento che si presentò anche durante l’assedio di Beslan dove la carenza di un’autorità centrale generò problemi di coordinazione tra le due agenzie. Di fatto, quando al MVD venne ordinato di trasferire il comando dell’operazione al FSB, informazioni di vitale importanza in possesso del MVD e della polizia locale non filtrarono al FSB con tutte le relative conseguenze. Un altro elemento che caratterizzò la mancanza di coordinazione da parte di un unico ente centrale fu la moltitudine di soggetti coinvolti nell’assalto: forze di sicurezza locali, OMON, OSNAZ, Vympel, le squadre Alpha degli Spetsnaz, milizie paramilitari dell’Ossezia prive del necessario addestramento e persino alcuni “volontari” del posto che inseguirono alcuni jihadisti in fuga nelle campagne. Ciò che indusse le forze di sicurezza a lanciare il blitz resta ancora oggi poco chiaro; le versioni sono molteplici ma l’unica cosa certa è che nel primo pomeriggio del terzo giorno di assedio si udirono una serie di esplosioni e i terroristi iniziarono a far fuoco sui civili, costringendo le forze di sicurezza a un immediato intervento disordinato e affiancato dai paramilitari ossezi. L’ipotesi più plausibile è che le cariche siano comunque state attivate dai terroristi, i quali erano tra l’altro imbottiti di eroina e morfina, mentre altri loro compagni pensarono a un assalto dell’esercito e iniziarono a sparare; poco importa se accidentalmente o meno, a quel punto bisognava intervenire. Durante l’assalto venne utilizzato di tutto, partirono colpi di arma da fuoco leggera sparati tra l’altro in maniera caotica, non coordinata, da parte di agenti e milizie locali mentre l’esercito utilizzò persino armi pesanti come lanciagranate, mitragliatrici, elicotteri da combattimento e due carri armati T-72. Il post-Beslan fu caratterizzato da una serie di polemiche e inchieste che non riuscirono però a chiarire completamente le dinamiche dell’assalto e neanche le carenze preventive dell’intelligence. Una cosa era però evidente, anche la Russia aveva subito il suo “11 settembre” e l’estremismo islamista andava combattuto e schiacciato. Fu così che venne lanciata una sostanziale riorganizzazione delle forze di sicurezza e nel febbraio del 2005 Vladimir Putin creò il Comitato Nazionale Anti-Terrorismo (NAK), con l’obiettivo di coordinare le politiche e le operazioni anti-terrorismo di diciassette agenzie federali, mentre i comitati regionali anti-terrorismo svolgono il ruolo del NAK a livello locale. Le linee seguite dal NAK sono tre: la prevenzione degli attentati, l’eliminazione dei terroristi, la limitazione dei danni causati da eventuali attentati. La prevenzione è basata su un’infiltrazione e un controllo capillare del territorio, con eventuali azioni che vanno a stroncare sul nascere qualsiasi tipo di input radicalizzante; nel frattempo le autorità provvedevano a chiudere tutte quelle ONG straniere sospettate di supporto ai jihadisti, tagliando così i canali di finanziamento. Una volta colpito nei suoi punti vitali e privato del suo appoggio internazionale, il terrorismo islamista del Caucaso settentrionale non è più stato in grado di coordinarsi e organizzare attacchi come quelli dei primi anni del 2000 e sono i dati a dimostrarlo. Un altro aspetto vincente della strategia preventiva di Mosca è stato il coordinamento con le autorità islamiche ufficiali, prevalentemente legate alla dottrina autoctona di stampo sufi, con le quali hanno provveduto a una sensibilizzazione, in particolare nei confronti dei giovani che diventavano spesso bersaglio della propaganda jihadista. Esponendo, sia in moschea che sul web, la corretta visione dell’Islam hanno di fatto isolato e marginalizzato la propaganda wahhabita. Un programma che ha anche permesso di scongiurare diverse partenze di giovani disposti ad arruolarsi nello Stato Islamico. Nel frattempo le forze di sicurezza russe hanno sistematicamente preso di mira tutti i leader jihadisti che man mano si presentavano a rimpiazzare i precedenti, a loro volta eliminati: Djamaleil Mutaliyev, Shami Basayev, Ibn al-Khattab, Alim Zankishiyev, Emir Abdul Majid, Zelmikhan Yandarbiyev, Dmitry Sokolov, Supyan Abdullayev, Anzor Astemirov, Jamaluddin Mirzaev, Dokku Umarov, giusto per citare alcuni nomi di una lista ben più lunga. Nel 2013 i jihadisti non sono riusciti ad andare oltre i due attentati di Volgograd; le olimpiadi invernali di Sochi nel 2014 si sono svolte in totale tranquillità e a parte qualche colpo di coda in Cecenia e i soliti attacchi sporadici contro pattuglie di agenti in Daghestan, Kabardino-Balkaria e Inguscezia, i terroristi sono riusciti a combinare ben poco. Persino l’attentato dello scorso 19 maggio alla chiesa ortodossa San Michele Arcangelo di Grozny è risultata in un vero e proprio fiasco da parte dei jihadisti; il bilancio finale è stato di sette morti (quattro terroristi, due agenti di polizia e un civile) e due feriti, ma poteva andare decisamente peggio se non fosse stato per la prontezza dei parrocchiani che erano stati preparati a gestire le emergenze. Colpi di coda di un Emirato del Caucaso dilaniato non soltanto dalle nuove strategie del Cremlino, ma anche da una serie di fattori che hanno sgretolato il jihadismo caucasico, in primis le diatribe di tipo dottrinario e organizzativo sulla conduzione del jihad all’interno dell’Emirato stesso; in secondo luogo c’è il flusso di jihadisti recatisi in Siria a combattere nelle file dell’Isis e di Jabhat al- Nusra, in quanto impossibilitati a operare nel Caucaso. Una vera e propria fuga di volontari che ha lasciato a secco l’Emirato del Caucaso. Non bisogna inoltre dimenticare che la nascita dell’Isis ha portato molte jamaat ad abbandonare l’Emirato del Caucaso per unirsi ad al-Baghdadi, creando così frammentazioni interne e decentralizzazioni che sono risultate letali per i jihadisti. Se da una parte infatti l’Emirato del Caucaso si è rapidamente sgretolato sotto i colpi di Mosca, dall’altro l’Isis non è mai riuscito a infiltrarsi e consolidarsi in Caucaso settentrionale. Il colpo definitivo è poi arrivato in Siria a partire dal settembre 2015 quando la campagna militare russa contro i jihadisti in Siria ha causato pesantissime perdite tra le unità cecene e daghestane. Ora Mosca si trova davanti a una nuova sfida, dovrà contrastare il possibile rientro di jihadisti del Caucaso e la possibile infiltrazione di quelli provenienti dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Nel frattempo l’Isis ha lanciato diverse minacce mediatiche nei confronti dei Mondiali di calcio attualmente in corso in Russia, ma fortunatamente fin’ora si è trattato soltanto di tanto rumore e si spera che così sia fino alla fine dell’evento, anche perché le misure di sicurezza prese dal Cremlino sono senza precedenti.

  • bruno

    Terroristi usraelo sauditi stroncati come i fascisti nella Grande Guerra Patriottica auguriamoci che Conte tranquillizzi i nostri amici russi e non mandi più soldati e aerei nel baltico li mandi in Libia piuttosto

  • Alox2

    Difficile combattere il terrorismo islamico quando il primo alleato e amico di Putin si chiama Ramzan Kadyrov…