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La Libia e le difficoltà dei giornalisti

Il 29 ottobre 2015, Mohamed Neili, un fotogiornalista che lavorava per l’agenzia stampa cinese Xinhua, viene rapito nei pressi della sua abitazione a Tripoli. Da allora, di lui non sia sa più niente.


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Una sorte simile è toccata a due giornalisti tunisini Sofian Chourabi e Nadhir Ktari, presumibilmente rapiti il 8 settembre 2014 nella regione Ajdabiya, mentre si trovavano nel paese per conto del canale First TV.

“Da quel giorno non abbiamo più notizie di loro, nonostante tutti i nostri tentativi per spingere le autorità tunisine e tutte le fazioni libiche ad aiutarci a risolvere la situazione” racconta Yasmine Yacha, responsabile di Reporters without Borders per il nord Africa.

Nel gennaio 2015, il braccio libico dell’Isis ha diramato un comunicato nel quale sosteneva che “la legge di Allah” fosse stata applicata sui due. Tuttavia, per il momento non esiste nessuna prova certa della morte dei due. Questi sono solo alcuni casi riguardanti le pressioni e i rischi che i media devono affrontare tutti i giorni in Libia.

Nel 2014, 29 giornalisti sono stati rapiti nel paese, di più che in Iraq o in Siria. Secondo la Rory Peck Trust, una Ong che si occupa di libertà di stampa e delle condizioni dei giornalisti nel mondo, circa l’80% dei giornalisti libici ha subito minacce durante la loro carriera.


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L’associazione con base a Londra ha lanciato un progetto sostenuto dal Fondo per la Democrazia dell’Onu per supportare la libertà di stampa e lì indipendenza dei giornalista nel paese nel settembre 2014. “Paradossalmente, era più sicuro lavorare sotto il regime di Gheddafi che non nella Libia odierna” dice Sami Zaptia, cofondatore del giornale in lingua inglese Libya Herald “all’epoca del regime, solo i giornalisti conniventi potevano lavorare. Le autorità si limitavano ad arrestare i giornalisti dissidenti, ma non li uccidevano. “

Il Libya Herald esiste dal 2012, quando il paese godeva di una situazione migliore rispetto alla quale versa adesso. Nel 2014 però, a seguito delle elezione che hanno poi determinato il colpo di stato delle milizie Islamiche a Tripoli e la fuga del governo eletto a Tobruk, il giornale è stato pesantemente minacciato, in quanto sostenitore di quest’ultimo e delle elezioni libere. Per questo motivo, l’intera redazione è stata costretta a lasciare Tripoli e a rifugiarsi all’estero. Ed è proprio la capitale libica il posto più pericoloso, a causa dell’ingente popolazione e delle diverse vedute politiche, che hanno dato vita a parecchie frizioni tra gruppi laici e islamisti.

“Il peggior nemico dei giornalisti libici sono le molteplici milizie operanti in Tripolitania slegate sia da Tobruk sia dal governo di Tripoli. Le cosiddette “autorità” sono deboli. Queste fazioni sono guidate da attori che conoscono solo la violenza come mezzo per risolvere le questioni. Per cui, non si ritraggono dal compiere omicidi e rapimenti contro i loro oppositori, giornalisti compresi”.

Secondo Sami, le stesse milizie controllano il sistema giudiziario, indirizzando le decisioni delle corti con le minacce. “Le autorità vogliono dare l’impressione di condurre le indagini, e magari qualcosa fanno, ma senza arrivare alla conclusione di niente. La polizia giudiziaria non possiede che un esiguo numero di armi leggere, mentre molte milizie possono contare su armamenti medi e pesanti.” In questo ambiente , resta difficile risolvere i casi riguardanti i rapimenti o le uccisioni dei giornalisti, o anche solo condurre le indagini a riguardo.


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“Per il momento, l’unico gruppo che si è impegnato a combattere il crimine e a riportare l’ordine è l’Sdf, di base a Tripoli e forte di 900 uomini, guidato dall’islamista Abdelrauf Kara”.

Con il nuovo governo di Serraj, il Paese sembra avviarsi verso una sorta di riconciliazione e molte fazioni hanno giurato la loro fedeltà al nuovo premier installatosi grazie all’intervento delle Nazioni Unite. Per il momento, però, ristabilire la libertà di stampa ed espressione non sembra essere la priorità nell’agenda della nuova guida della Libia, mentre lo è la lotta allo Stato Islamico. “Penso che le cose siano migliorate che l’arrivo di Serraj. Il Libya Herald non vede l’ora di tornare a Tripoli”.

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  • bonoitalianoma

    Embeh? Una buona notizia non fa la realizzazione della “Primavera Araba”. Di certo se vengono uccisi giornalisti che sono gli annunciatori della realtà quotidiana di matematicamente sicuro vi è che gli attori di quella società non sono delle anime candide e se non diretti esecutori sono con ogni probabilità marionette manovrate da chi sta dietro le quinte. Quello che l’eterna primavera araba dal 2011 a oggi ha dimostrato quella che è stata: una stagione unica per massacrare gente sul percorso già tracciato è che alla fine si è dimostrato un salto a ostacoli sempre più massacrante per i “campioni in gara”.