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Le donne che vogliono uscire dall’Ue

La leadership femminile sta diventando un fattore importante, non tanto per la distinzione di genere in sé quanto per la comunanza di issues, di questioni simili e complementari che queste donne della politica condividono tra di loro, con i partiti che guidano e con i rispettivi elettori di riferimento.

Il protezionismo, insomma, passerebbe anche dalle loro menti, dalle loro intenzioni e dalla loro azione politica. Se la sfida del mondo contemporaneo, d’altro canto, è quella tra la continuazione di un mondo globalizzato, aperto, senza frontiere e la proposizione di un modello diverso costruito sulle basi di un welfare forte, sulla sovranità nazionale, sull’appello al popolo in quanto comunità di destino è, durante quest’epoca, soprattutto per via delle leadership femminili che in Europa continuano ad affermarsi, specialmente nelle urne.

Il vecchio continente, infatti, è il principale palcoscenico di questo richiamo identitario che ha nell’affermazione di donne ai vertici dei partiti la sua declinazione più ricorrente. Pensiamo a Theresa May: il primo ministro del Regno Unito si è ritrovato ad essere eletto a simbolo del neoprotezionismo, della prima vera e propria messa in discussione dell’Ue e del mercato unico, quindi della tenuta dell’Europa stessa. Il suo stile è diverso da quello delle altre donne di riferimento di questo articolo: meno “populista”, usando questa parola tanto cara ai media mainstream, ma non per questo meno incisiva rispetto al corso della storia, anzi. Una valorizzazione del popolo, altro elemento collegiale di queste leadership, rafforza la concezione unica della comunità immaginata, un carattere reattivo, flessibile, che per mezzo del costante riferimento alla comunità nazionale si pone di diritto dentro il quadro del sistema democratico, mai fuori, anzi, teso a risanare per mezzo della riconsegna del potere delle mani dei cittadini, quel distacco, quella distanza politica tra gli elettori e gli organi istituzionali nazionali e sovranazionali.

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Marine Le Pen, invece, è il simbolo dell’abbraccio tra queste donne alla narrativa populista: l’opera di dediabolizzazione, la necessità di prendere le distanze dall’etichetta neofascista, suggeriscano alla leadership del Fn di non rigettare affatto quel ” national-populisme” con cui Taguieff ha definito il Front National. L’utilizzo del termine popolo nell’accezione di laos, cioè di popolo nella sua unità ed unitarietà territoriale, nella coniugazione di una valenza meno aggregativa, come nel caso del demos, ma più mitica, mitizzata, immanente nella misura in cui l’unica logica sociale della politica sia il popolo stesso. Elemento presente in Marine Le Pen, certo, ma anche in Frauke Petry, leader dell’AfD, il partito che potrebbe seriamente mettere in difficoltà un’altra donna, questa apertamente schierata per il mantenimento dell’attuale assetto sovranazionale dell’Unione europea, Angela Merkel. Tutte impegnate, queste donne, alla costruzione di un disegno che che delinei un modello economico in grado di superare il capitalismo neoliberista, slegando la società dal trend di accentramento della ricchezza nelle mani di pochi, tutte oppositrici della grande speculazione finanziaria. Con dei distinguo, certo, in alcuni casi anche molto marcati, ma genericamente irrompenti dentro un quadro geopolitico che appariva totalmente immutabile sino a pochi mesi fa. La leadership femminile, dunque, è il fattore centrale della politica contemporanea.

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Tutte accentratrici del voto degli ultimi, degli invisibili, di coloro che nelle analisi vengono definiti le “vittime della globalizzazione”, tutte potenziali autrici di terremoti in grado di mettere a sedere per sempre l’Unione europea. L’unitarietà definitoria delle leadership in questione, insomma, può essere ricercata nei problemi politico-pratici, dagli indirizzi programmatici, dalle personalità di ferro che contraddistinguono in politica queste quattro potenziali stratificazioni politiche della leadership femminile, divise da molti aspetti, idealistici, dottrinali e carismatici, ma unite da una mentalità caratteristica, per utilizzare un’espressione del Professor Marco Tarchi, più che in un comune stile politico, tesa alla destrutturazione del mondo per come lo abbiamo conosciuto sino ad adesso. Chi più e chi meno, chi con ruoli più centrali e chi in posizioni più minoritarie, ma tutte donne ed impegnate in un irrimediabile messa in discussione, magari definitiva, del sovranazionalismo europeo.

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  • edo1969

    io! voglio commentare per primo. Allora: di tutte queste tre la Petri è una delle donne più sexy di sempre sulla scena politica, ha uno sguardo che promette scintille. Grazie per l’ospitalità sig. articolista! saluti boschi e intini

  • Divoll79

    Varrebbe la pena di prendere la cittadinanza francese solo per dare un voto alla Le Pen.
    L’ho ascoltata l’altro giorno, intervistata da un imbe-lle della BBC, lo ha messo nell’angolo a ogni domanda (e piu’ che domande, erano insinuazioni, tranelli e propaganda menzognera travestita da domanda) con logica ferrea, passione e humour. Una donna intelligente, simpatica, forte, un vero leader come se ne vedono assai di rado in Europa (Putin a parte, che e’ un fuoriclasse, di quelli che nascono 1 in 100 anni) .

  • LUKE CORRADINE

    Pero’ come ci godono i giornali con queste notizie drammatiche. Negli ultimi dieci mesi si devono essere moltiplicate vendite e partecipazioni