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La guerra globale alla droga

Filippine e Messico. Nazioni distanti, separate tra loro dalla sconfinata vastità dell’Oceano Pacifico, ma unite da una spinosa, importante e insidiosissima problematica: il traffico di sostanze stupefacenti. I governi di Città del Messico e Manila sono oggigiorno impegnati in uno scontro frontale contro i gruppi dominanti nel mercato della droga interni, attivi su scala transnazionale, e portano avanti contro il narcotraffico politiche durissime dalle importanti ripercussioni sociali. La recente, dirompente entrata in scena del presidente filippino Rodrigo Duterte, eletto a maggio capo dello Stato insulare del Pacifico occidentale, ha segnato l’avvio della campagna del governo di Manila volto a sradicare il traffico di droga dal paese; al contempo, in Messico perdura oramai da oltre dieci anni la campagna militare e poliziesca condotta dal governo centrale in numerose regioni del paese che, dopo essere stata inaugurata nel 2006 come un’operazione volta a ridurre le violenze compiute dai principali cartelli della droga, ha assunto mese dopo mese le sembianze di una lunga e sanguinosa guerra, che ha finito per segnare profondamente il paese. In questo reportage de Gli Occhi della Guerra si presenteranno parallelamente i due conflitti legati al narcotraffico che stanno sconvolgendo Filippine e Messico, analizzandone i punti in comune e studiandone anche le numerose, importanti differenze.

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Il conflitto messicano vede il governo centrale opporsi con fermezza ai principali sindacati criminali del paese, tra cui spiccano per la loro fama sinistra il Cartello di Sinaloa, comandato per molti anni dal celebre Joaquín “El Chapo” Guzmán, il gruppo dei Las Zetas, formato da ex ufficiali dell’esercito e attivo sulla sponda atlantica del Messico e il Cartello del Golfo, imperversante negli Stati nord-orientali di Tampulipas e Nuevo León. Numerosi di questi cartelli sono a loro volta coinvolti in sanguinosi conflitti intestini che hanno contribuito, nell’ultimo decennio, a provocare un’impennata nel numero di assassini e violenze connessi al narcotraffico: si stima che dal 2006 a oggi la feroce guerra civile interna al mondo del narcotraffico messicano e il duro intervento militare condotto dai governi di Felipe Calderon e Enrique Peña Nieto abbiano provocato decine di migliaia di morti, contribuendo a determinare tra il 34% e il 55% delle 164.000 vittime di omicidio in Messico tra il 2006 e il 2015. I morti tra le forze dell’ordine, tra il 2006 e il 2012, sono stati circa 4000 e, secondo le stime più recenti, dovrebbero oggi aver raggiunto oggigiorno le 5000 unità, mentre i cartelli della droga dovrebbero aver subito circa 15.000 perdite a seguito del sempre maggiore coinvolgimento delle forze armate messicane nella guerra al narcotraffico. A pagare il tributo di sangue più copioso nella brutale guerra messicana sono stati i civili degli Stati maggiormente interessati da un conflitto asimmetrico che non cessa di imporre al Messico le sue terribili conseguenze: nei primi anni del conflitto, l’aspra rivalità tra il Cartello di Sinaloa e il Cartello di Juarez hanno particolarmente insanguinato Ciudad Juarez, metropoli di 1,3 milioni di abitanti al confine con gli Stati Uniti che nel 2010 è arrivata a essere interessata da oltre 3000 casi di omicidio, mentre oggigiorno tra le città più violente del Messico si segnalano Acapulco, che dietro il sipario di attraente località turistica nasconde un volto brutale e un sanguinario conflitto per il controllo del traffico di cocaina, e Culiacán, con rispettivamente 903 e 518 omicidi registrati nel 2015.

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Le cause che hanno condotto dapprima alla presa di potere dei cartelli di narcotrafficanti in vasti settori della società messicana e in seguito alla deflagrazione del violento conflitto attualmente in corso sono molteplici e vanno indagate con un’analisi a lungo raggio. In primo luogo, l’ascesa dei signori della droga messicani è stata decisamente facilitata dal progressivo declino del potere detenuto dai cartelli colombiani di Cali e Medellin nella seconda metà degli Anni Novanta, che ha portato i gruppi narcotrafficanti basati in Messico ad appropriarsi del controllo sui traffici di cocaina diretti negli Stati Uniti. Un’analisi del Congresso di Washington ha stimato che, nel 2007, i cartelli della droga messicani controllassero oltre il 90% del traffico di cocaina in ingresso agli Stati Uniti; calcoli delle Nazioni Unite hanno determinato che il valore del giro d’affari mosso dal narcotraffico basato in Stati come Sinaloa, Baja California e Guerrero potrebbe avvicinarsi ai 60 miliardi di dollari annui. Il benessere garantito dall’accesso ai ricchi mercati americani ha garantito ai cartelli messicani il potere economico necessario alla costruzione di una vera e propria “piattaforma di consenso”: da un lato, centinaia di milioni di dollari vengono spesi ogni anno principalmente dal Cartello del Golfo e dal Cartello di Sinaloa per la corruzione di ufficiali di polizia ed esponenti politici, dall’altro invece le associazioni criminali sfruttano i proventi del loro sporco business per radicarsi nelle società delle zone in cui imperversa la loro guerra contro il governo o per contendersi il controllo di aree ritenute strategiche. La povertà endemica delle regioni del Messico interessate dal narcotraffico è sicuramente da ritenere una delle cause principali che ha garantito ai cartelli della droga la possibilità di espandere la loro base di arruolamento e reclutare personale civile per compiti logistici o di sorveglianza: oltre il 42% della popolazione messicana, al 2013, viveva sotto la soglia di povertà secondo la Banca Mondiale, mentre 7,4 milioni di abitanti soffrivano di problemi di inedia o malnutrizione. A partire dall’introduzione del trattato di libero scambio con USA e Canada, il North America Free Trade Agreement (NAFTA), nel 1994, la crescita delle disuguaglianze economiche è stato repentino: attualmente, il 10% più ricco della popolazione messicana possiede il 42% della ricchezza, mentre al 10% più povero non resta che l’1,3%. L’economista Raj Patel ha denunciato nel suo libro I padroni del cibo la disarticolazione delle tradizionali strutture sociali su cui si fondavano gli Stati campesini di Oaxaca, Zacatecas e Michoacán, nei quali la dissoluzione del tradizionale ceto contadino ha aperto la strada nell’ultimo ventennio all’ascesa delle organizzazioni criminali.

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La durissima guerra condotta dal governo di Città del Messico contro i gruppi narcotrafficanti vede coinvolti sul terreno oltre 200.000 uomini tra militari e poliziotti, ma fatica a ottenere risultati tangibili a causa di un vulnus strategico che ne ostacola una conduzione efficiente: il governo messicano mira infatti principalmente a reprimere i gruppi criminali per ridurre i casi di violenza connessi al narcotraffico negli Stati che ne sono afflitti e punta alla cattura o all’eliminazione dei leader dei principali cartelli, ma fatica notevolmente a contenere le cause sociali del narcotraffico, lasciando inoltre che sia la Drug Enforcement Agency statunitense a operare, oltreconfine, la maggiore quantità di sequestri di droga, cocaina in primis. La lotta contro il narcotraffico potrà avere successo solo se le singole realtà locali del Messico saranno oggetto di politiche sociali complementari alle azioni di contenimento del narcotraffico: il rilancio dei sistemi economici locali e la lotta alla corruzione, infatti, potrebbero risultare più decisivi di lunghe e logoranti campagne militari per portare all’erosione della base di potere su cui poggiano oggigiorno il Cartello di Sinaloa, i Las Zetas e gli altri componenti del mondo del narcotraffico messicano.

Il caso filippino, invece, presenta sfumature differenti rispetto a quello messicano. La campagna promossa dal governo di Manila per lo sradicamento del narcotraffico all’interno dell’arcipelago, infatti, non si sta connotando affatto come una guerra asimmetrica od un conflitto a bassa intensità. Nella “guerra alla droga” dichiarata dal presidente Rodrigo Duterte a partire dalla sua elezione, avvenuta il 31 maggio scorso, i bersagli non sono organizzazioni vaste, radicate territorialmente e dotate di struttura paramilitare come i cartelli messicani, ma il generico, diffuso mondo dei trafficanti e dei consumatori di droga filippini, sovrapposti ed inquadrati all’interno del medesimo mirino. Tra questi, rappresentanti delle Triadi cinesi sembrerebbero giocare un ruolo importante nel commercio clandestino dello shabu, la metanfetamina che va per la maggiore tra i consumatori filippini.

Il governo di Duterte, a partire dalla sua entrata in carica, ha imposto un vero e proprio giro di vite: l’ex sindaco di Davao City ha lanciato messaggi chiari e diretti alle forze dell’ordine, autorizzate a sparare a vista sui narcotrafficanti e chiamate a prevenire la trasformazione delle Filippine in un “narcostato”. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, poco più del 3% dei cittadini filippini farebbe uso di droghe, e il numero di consumatori non sarebbe di conseguenza abbastanza alto da giustificare le draconiane politiche promosse da Duterte. Da giugno a ottobre, oltre 4.800 narcotrafficanti e consumatori di sostanze stupefacenti sono rimasti uccisi nelle Filippine, e tra questi 3.000 sono caduti nel corso di azioni extra-giudiziarie, per mano degli squadroni di vigilantes organizzatisi nelle principali città del paese, compresa la capitale Manila. Nello stesso tempo, le operazioni di polizia hanno portato all’arresto di oltre 33.000 trafficanti, e circa 760.000 tra spacciatori e consumatori hanno beneficiato della moratoria concessa dal governo a chi si sarebbe spontaneamente “arreso”, iniziando un periodo di rieducazione in strutture apposite come il nuovo centro creato ad hoc a Palayan, sull’isola di Luzon.

Mostrando il pugno di ferro contro il mondo del narcotraffico all’interno del paese, Duterte ha trasposto nel suo mandato presidenziale le politiche portate avanti durante il lungo mandato da sindaco di Davao City, che gli erano valse il soprannome di The Punisher. Nonostante statistiche contrastanti (Duterte asserisce di aver contribuito al drastico crollo del crimine a Davao City, mentre altri dati sembrerebbero qualificare Davao City come la città filippina col più alto tasso di omicidi nel 2016), l’attuale presidente è sempre stato in grado di presentarsi come uomo dell’ordine, di costruire una forte base di consenso tra la popolazione apparendo come fattore di discontinuità e rottura da una classe politica corrotta e inefficace. Queste sono state alcune tra le motivazioni più tangibili che hanno spinto Duterte, prima e dopo la sua ascesa al potere, a incentivare in maniera tanto attiva la lotta al narcotraffico; nonostante l’irresolutezza e la durezza del presidente e le accuse contro l’operato della polizia e delle forze di sicurezza filippine provenienti da numerose istituzioni internazionali, i tassi d’approvazione dell’operato di Duterte sono elevatissimi, superiori al 70%. Ciò è spiegabile considerando il carattere di “Giano Bifronte” di Duterte, che alla durezza mostrata nei confronti del narcotraffico associa posizioni politiche notevolmente progressiste su svariate questioni sociali, avendo infatti proposto l’introduzione di un salario minimo nazionale, nuove regole per combattere la disoccupazione e l’istituzione di sistemi di controllo a livello locale per la prevenzione dei danni causati dalle catastrofi naturali. Al tempo stesso, la guerra alla droga è servita a Duterte per trovare un punto di contatto volto a facilitare le trattative di pace con i gruppi armati ribelli al governo di Manila attivi nell’arcipelago, tra cui le organizzazioni guerrigliere vicine al Partito Comunista Filippino e al Fronte di Liberazione Nazionale del popolo Moro, che a loro volta hanno assunto posizioni contrarie al narcotraffico. Motivazioni politiche e sociologiche, di conseguenza, si sovrappongono in una guerra a senso unico, nella cui progressiva escalation si può leggere un timore diffuso in paesi dagli equilibri interni delicati come le Filippine, timorosi che la diffusione della droga, per quanto relativamente limitata, possa costituire un fattore di profonda disunione e disaggregazione sociale.

  • MARIO

    SI CERCHI SCHELETRI DENTRO GLI ARMADI DEI STRAPAGATI POLITICI. SICURAMENTE SI ARRIVEREBBE AD UNA INVERSIONE IN CALO DEL TRAFFICO DELLA DROGA…

  • Aaron Goodman

    Ma quando arriva qualcuno che vuole fare sul serio, Duterte, riceve solo critiche. E si critica pure Trump per un pacifico muro.

    • https://www.youtube.com/watch?v=wDJjcL9Ya4c Anita Mueller

      Il muro c’è già e per iniziativa di Bill Clinton.