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La guerra degli idrocarburi

Cercare nessi di causazione tra ambiti tanto diversi, potrebbe sembrare un’avventura da sprovveduti. Certo è che non può sfuggire la netta correlazione tra lo stato di cronica instabilità geopolitica che affligge il Medio Oriente e il Nord Africa e la presenza, in queste regioni, delle più grandi riserve di idrocarburi.

“C’est l’argent qui fait la guerre”, diceva il ministro delle finanze francese Colbert, intendendo sia che il denaro permette di vincere le guerre, sia che a causa di esso le guerre vengono intraprese. Questa massima, nella nostra epoca di economia industriale e ancor di più di economia di servizi andrebbe riadattata leggermente, ma si presenta comunque valida.

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Già durante la Seconda Guerra Mondiale ci si rese conto che il motore della guerra era l’energia, il petrolio in particolare. Hitler finanziò costosissimi esperimenti per poter sintetizzare l’idrocarburo in laboratorio e riuscire a riempire il gap di disponibilità che lo separava dagli Alleati. Potremmo dunque dire che la Seconda Guerra Mondiale inaugura un periodo in cui “c’est l’énergie qui fait la guerre”. Chiaro è che il fine ultimo della guerra resta il potere geopolitico ed economico ma, se si pensa allo strettissimo legame che intercorre tra energia disponibile a basso costo e crescita economica, ci si rende subito conto della preminenza strumentale che le risorse energetiche rappresentano, quelle idrocarburiche in primis.

Questo quadro rappresenta un idealtipo che permette un’interpretazione sufficientemente chiara per analizzare la situazione mediorientale e, addirittura, le tensioni militari che attraversano il globo, da Washington a Pechino, passando per Mosca. È noto ai più che il prezzo del petrolio sta toccando dei ribassi senza precedenti storici.

A inizio anno, un report di Goldman Sachs, chiamato New Oil Order, ha previsto per la fine del 2016 un prezzo pari a 20 dollari al barile, per il benchmark West Texas Intermediate. Le cause di questi ribassi sembrano seguire semplicemente la legge della domanda e dell’offerta e sarebbero il prodotto di tre concause parallele. La rivoluzione degli shale gas e oil statunitense, il mantenimento da parte degli altri esportatori di quote costanti di produzione e il rallentamento dell’economia cinese. Le prime due concause hanno generato un’espansione dell’offerta di petrolio sul mercato globale. Gli Stati Uniti, da sempre fra i più grandi importatori di petrolio, hanno implementato nuove tecnologie di estrazione (horizontal drilling, fracking, multilateral drilling),  estremamente pesanti dal punto di vista degli investimenti, che hanno permesso di sfruttare remunerativamente pozzi prima considerati anti-economici per le difficoltà di recupero, legate alla conformazione geologica (le riserve di roccia scistosa). Questo ha invertito la tendenza e ha permesso che gli USA siano diventati un potenziale esportatore. Ovviamente ciò ha generato un quantum di idrocarburi che non sono più assorbiti dal mercato statunitense, che ormai provvede da solo a se stesso.

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La Cina,  divenuta il primo importatore mondiale di petrolio, terminato l’approvvigionamento per le riserve strategiche, si avvia ad una fase di relativo rallentamento dell’industria (fenomeno di cui si danno diverse interpretazioni, dal passaggio da un’economia industriale a quella di servizi, fino alle classiche crisi industriali da sovrapproduzione).Questo ha portato ad una contrazione della domanda. Gli altri paesi produttori, e o esportatori, avrebbero potuto rispondere a questo cambiamento, avutosi gradualmente a partire dal 2009, in due modi. Contrarre la propria produzione, per riassorbire il surplus statunitense, o mantenere costanti le quote. Tentativi di concertare le quote di produzione sono stati portati avanti da Mosca già da febbraio di questo anno. L’obiettivo sarebbe quello di creare quote fisse per risospingere verso l’alto le quotazioni del greggio. I paesi coinvolti sarebbero dovuti essere quelli OPEC e la Russia. Il prezzo basso del petrolio, si è rivelata un’arma potentissima. Se da un lato gli USA si sono avvantaggiati fino ad oggi della serie decrescente, che ha permesso loro di produrre energia e disporne per l’industria a bassissimo costo, dall’altro emerge un grosso problema di remuneratività. Come già spiegato, le tecnologie per l’estrazione shale sono molto costose e permettono di rientrare degli investimenti a patto che possano vendere il greggio recuperato sopra un certa soglia di prezzo. Il rischio che gli USA corrono è i prestiti concessi dalle banche non siano onorati e che queste non si possano rifare aggredendo le tecnologie che, a quel punto, risulterebbero fuori mercato. La Russia, promotrice delle quote concertate, vede il proprio gas scendere nelle quotazioni, dal momento che il suo prezzo è determinato a partire da quello del greggio, a meno di determinati coefficienti moltiplicativi. L’Iran, terminate le pluriennali sanzioni, non ha mancato di tornare ai livelli di produzione ed export pari al periodo precrisi (circa 4milioni al giorno di barili, la metà dei quali destinati all’export).

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Il Venezuela, paese OPEC  e ottavo al mondo per esportazione, vive uno stato di agitazione endemica contro il presidente antistatunitense chavista Maduro. E i sauditi? La situazione si complica. La casa reale ha visto molto male l’apertura obamiana verso l’Iran degli Ayatollah. Possiede inoltre un vantaggio strategico. Fra tutti i paesi produttori, è quello che meglio assorbe i ribassi dei prezzi per il fatto che dispone di tecnologie produttive molto più economiche, soprattutto rispetto agli States, alleati di sempre, ultimamente molto poco affidabili. In tutto questo quadro, non è possibile non notare come il caos in Libia possa giovare all’economia degli idrocarburi. Ristabilire un governo di unità nazionale, che possa riportare le esportazioni ai livelli fisiologici, vorrebbe dire affossare ancora di più le quotazioni. In ultima analisi, si deve tener conto anche del fatto che gli USA hanno una legge federale che, per arginare le crisi petrolifere come quelle degli  anni Settanta, non permette l’esportazione di idrocarburi in paesi che non facciano parte di aree di libero scambio con l’america. Tentando di rendere sempre più invisa la Russia agli alleati europei, continuano a premere per trovare un accordo sul TTIP. Cui prodest? Rispondere specificatamente mi sembra difficile. Ma riesumare la vecchia analisi di estrema sinistra, secondo cui gli USA nel 2003 hanno destabilizzato l’Iraq non per esportare la democrazia e combattere il terrorismo, ma per il petrolio, non mi sembra più fantascienza.