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Il Qatar e la Striscia di Gaza

Per molti anni, il Qatar ha rappresentato un soggetto finanziatore e alleato dell’organizzazione palestinese che guida i territori della Striscia di Gaza: Hamas. Il ruolo di Doha è stato fondamentale nel dare supporto economico, politico e anche logistico a Hamas, tanto che il precedente leader, Khaled Mashaal, è stato per anni ospite dell’emiro del Qatar e con lui il cosiddetto politburo dell’organizzazione. Non deve quindi sorprendere che la guerra, per ora soltanto economica e diplomatica, fra il blocco dei Paesi sunniti e l’emirato di Doha abbia un impatto rilevante anche sui territori palestinesi. La Palestina, e i suoi delicati equilibri con Israele e le varie parti del mondo arabo e islamico in generale, rappresenta uno dei campi da gioco in cui si sviluppa la complessa sfida per la leadership del mondo mediorientale.

Negli ultimi giorni, il leader dell’autorità palestinese, Abu Abbas, ha chiesto al Consiglio di Sicurezza di tagliare i rifornimenti di elettricità a tutta la Striscia di Gaza al fine di condurre Hamas a più miti consigli e di riconoscere pienamente la leadership dell’Autorità palestinese in tutti i territori. Abu Abbas ha iniziato con il taglio del 40% alla fornitura elettrica, che comporta per il popolo della Striscia la possibilità di avere luce elettrica regolare soltanto per poche ore al giorno. Una scelta dettata da una situazione difficile all’interno della Palestina, ma soprattutto, evidentemente, dalla crisi internazionale con i Paesi arabi. Con il blocco economico al Qatar, Hamas non ha più quelle fonti di finanziamento che Doha aveva garantito per molto tempo. Il fiume di denaro che arrivava dai fondi qatarioti permetteva ad Hamas di mantenere il controllo sulla Striscia di Gaza e perso come interlocutore e rivale del governo palestinese di Abu Abbas. Chiuso il fiume di denaro proveniente dal Golfo Persico, Hamas si è ritrovata improvvisamente senza un appoggio politico fondamentale all’interno del mondo arabo, e il governo palestinese ha pensato di trarne immediato giovamento.

L’ordine delle monarchie del Golfo e dei loro alleati nei confronti del Qatar è stato chiarissimo: bloccare ogni finanziamento al terrorismo internazionale, a Hamas e alla Fratellanza Musulmana ed espellere tutti i gli affiliati al terrorismo islamico. Il messaggio a Doha è arrivato forte e chiaro, ma ha un risvolto negativo per la stabilità della stessa Palestina, tanto da aver destato allarme in tutti i Paesi coinvolti dalla guerra israelo-palestinese: espellere i dissidenti e gli affiliati delle organizzazioni accusate di terrorismo islamico significa inviare questi stessi personaggi nei luoghi dove le organizzazioni terroristiche sono più forti. Il rischio è che gli espulsi torneranno in massa nella Striscia di Gaza, portando, metaforicamente ma anche finanziariamente, il Qatar in Palestina.

L’Egitto, uno dei Paesi del cosiddetto blocco sunnita, ha subito compreso il rischio di questa decisione imposta dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati al Qatar. In contemporanea con il blocco imposto a Doha, l’esercito egiziano ha chiuso ogni accesso alla Striscia di Gaza e imposto controlli a tappeto su tutto in confine. Per scongiurare il rischio di un’escalation di tensione tra Hamas e governo egiziano, il governo del Cairo ha deciso di incontrare Hamas per imporre all’organizzazione palestinese l’ultimatum di cessare ogni collaborazione con il fronte islamista del Sinai e consegnare tutti gli affiliati ai  Fratelli Musulmani. Hamas ha tentato di giungere a un compromesso, ma l’Egitto non ha sentito ragioni. Al contrario, il fatto che Abbas abbia chiesto la diminuzione della fornitura di energia elettrica subito dopo l’incontro e che l’Egitto abbia offerto l’aumento della distribuzione di corrente elettrica in cambio della consegna da parte di Hamas di alcuni sospetti di terrorismo, dimostra quanto abbia influito nello scacchiere palestinese la volontà di Al Sisi.

Mentre i Paesi del Golfo hanno optato per questa decisione di sradicare Hamas e i Fratelli Musulmani dai loro territori, Israele, dal canto suo, non sembra convinto di questo cambiamento politico dentro la Striscia di Gaza. Il motivo è semplice: Hamas, per quanto nemico giurato di Israele, è molto conosciuto da Tel Aviv. Sono decenni che lo Stato di Israele e Hamas si combattono e, per certi versi, l’organizzazione palestinese è stata anche un freno alla forza politica dello Stato di Palestina per giungere a una territorialità tangibile. Israele più che temere Hamas, nella sua situazione attuale, teme il futuro della Striscia di Gaza qualora l’organizzazione uscisse con le ossa rotte da questa campagna anti-qatariota. Le alternative credibili sono o un’esplosione di focolai di tensione in tutto i territori occupati, o una presa di forza di frange legate allo Stato Islamico, oppure un rafforzamento dell’autorità palestinese e del concetto di Stato di Palestina, oppure, quarta possibilità, remota, che gruppi palestinesi legati in qualche modo a Hamas si avvicinino all’Iran e ad Hezbollah per il controllo della Striscia di Gaza, anche con il placet del Qatar stesso. In ogni caso, per Israele non sarebbero notizie molto positive. La fine di Hamas può rappresentare una vittoria di Israele soltanto se lo stesso Stato ebraico ne è autore, altrimenti, in casi alternativi, rischia di essere l’origine di mali ancora peggiori per la politica israeliana in Palestina.