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La grande bellezza dell’arte?
Vive grazie agli stupefacenti

C’ è qualcosa di stupefacente nel mondo dell’arte mondiale. Qualcosa legato ai Sackler, una famiglia molto amata dai direttori dei musei di mezzo mondo. Sempre riservati e lontani dai riflettori della mondanità, sono tra i più grandi mecenati contemporanei. Fanno ogni anno donazioni milionarie a molte delle più importanti istituzioni culturali degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. In decine fra musei, università, gallerie d’arte e centri culturali il loro nome è inciso su targhe lucidate da un inserviente ogni giorno. E finora nessuno si è mai sognato di rifiutare i loro soldi.

Eppure adesso i soldi dei Sackler sono sporchi. Hanno fatto fortuna, come ha rivelato qualche mese fa il New Yorker, grazie a un medicinale, l’OxyContin, che definire controverso è poco: si tratta un antidolorifico accusato di essere tra i principali colpevoli di una delle più grandi emergenze sanitarie della storia degli Usa, la cosiddetta «opioid crisis», scoppiata qualche anno fa e per la quale nel solo 2016 sarebbero morte oltre 53mila persone (su 64mila morti per overdose negli States in quell’anno). Gli storici americani hanno fatto un paragone che molto ha colpito l’opinione pubblica: i soldati a stelle e strisce morti in Vietnam furono 58.209: ma quella guerra maledetta durò diciannove anni e l’America ancora se ne vergogna.

Gli oppioidi sono composti chimici psicoattivi che producono effetti farmacologici simili a quelli della morfina. Agendo sui recettori del dolore sono potenti analgesici, apprezzati per i loro benefici terapeutici sin dall’antichità. Ma sono apprezzati anche dai tossicodipendenti, che li utilizzano come droga potente e abbordabile. Secondo le stime del Substance abuse and mental health services administration (Samhsa) gli statunitensi dipendenti da oppioidi sono più di due milioni. Nel 2016 sarebbero stati 95 milioni gli americani che hanno fatto uso di antidolorifici, più di quanti abbiano acceso una sigaretta. E tra essi ben 12 milioni lo avrebbero fatto senza prescrizione medica.

Tra i principali produttori di oppioidi per uso farmacologico c’è la Purdue Pharma della famiglia Sackler, che commercializza l’OxyContin. L’azienda dei Sackler non si limitava a produrre il medicinale, ma aveva escogitato una campagna di marketing molto aggressiva per convincere i medici recalcitranti a prescrivere oppiacei. La Purdue Pharma avrebbe finanziato la ricerca e pagato degli specialisti al solo scopo di dimostrare che le preoccupazioni sulla dipendenza da oppiacei era esagerata e che «l’Oxycontin poteva trattare senza controindicazioni un vasto numero di malattie». Secondo l’American society of addiction medicine, «quattro persone su cinque che oggi provano l’eroina hanno iniziato con gli antidolorifici». In pratica l’OxyContin avrebbe reso dipendenti centinaia di migliaia di persone che poi si sarebbero spostate sull’eroina perché più economica.

Messa sotto pressione dall’amministrazione Trump e dall’opinione pubblica, la casa farmaceutica di Stamford, in Connecticut – fondata nel 1892 da John Purdue Gray e George Frederick Bingham e nel 1952 acquisita dai tre fratelli Sackler, Arthur, Raymond e Mortimer – ha qualche giorno fa annunciato che dimezzerà la forza vendite dedicata e smetterà di promuovere gli oppiacei ai medici attraverso gli informatori medici. Una scelta che qualcuno trova particolarmente ipocrita: infatti i Sackler non hanno interrotto la produzione dell’OxyContin ma hanno semplicemente deciso di non spingerne la vendita: «Abbiamo ristrutturato e ridotto significativamente la nostra attività commerciale e non promuoveremo più gli oppiacei ai medici», la loro pelosa promessa.

Eppure i Sackler non sono stati ostracizzati dalla buona società americana. «Il loro nome è considerato un modello di buon operato, ma alla fin fine si sono fatti una fortuna a spese di milioni di persone che sono ora dipendenti dal loro oppiaceo. Tutto ciò è sconvolgente», ha detto al New Yorker Allen Frances, ex preside di Psichiatria alla Duke University school of medicine. I Sackler avrebbero usato i finanziamenti alle istituzioni culturali per ripulirsi l’immagine. Il Brooklyn Museum, il Solomon R. Guggenheim Museum, il Metropolitan Museum of Art, la Dia Art Foundation, l’Harvard Art Museums, il Museum of Fine Arts di Boston e la Smithsonian Institution avrebbero accettato nel corso di decenni donazioni in opere e in denaro (la sola Smithsonian avrebbe ricevuto 4 milioni di dollari nel 1982). È vero che molti di questi soldi sarebbero stati erogati prima dell’«invenzione» del farmaco incriminato, avvenuta a metà degli anni Novanta. Ed è vero che molti di questi soldi arriverebbero dagli eredi di Arthur, il ramo della famiglia che non beneficia dei soldi del medicinale maledetto. Però nel Regno Unito le cose sono differenti. La nuova Serpentine Gallery progettata da Zaha Hadid e inaugurata ai Kensington Gardens di Londra nel 2013, è stata finanziata da una consistente donazione da parte di una fondazione istituita da Mortimer Sackler e dalla moglie Theresa. Stessa storia per il Victoria and Albert Museum, che ha ricevuto dalla stessa fondazione numerose e importanti donazioni, che gli hanno consentito di aprire nel 2004 il Sackler Centre for Arts Education.

L’arte mondiale ha i suoi scheletri nell’armadio, sotto forma di scatoline cilindriche di plastica bianca. Per dirla come il Guardian: «Sarebbe come se il Metropolitan Museum avesse un’ala Pablo Escobar, come se ci fosse una sezione El Chapo Guzman al Guggenheim. E come se Oxford avesse dedicato la sua biblioteca al cartello della droga di Cali».

Andrea Cuomo