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La giostra del bitcoin crolla
ma adesso è pronta a risalire

Da argomento principale delle testate e dei media occidentali, il bitcoin è tornato lentamente ad essere un argomento di nicchia. Aveva fatto sognare tutti, dai più grandi speculatori, fino ai piccoli investitori che avevano creduto nella rapidissima cavalcata della criptomoneta più famosa. Una cavalcata effimera che ha toccato la vetta massima di 20.000 dollari a unità agli inizi del 2018. Poi il crollo repentino.

Il bitcoin precipita ai minimi storici del 2018

Oggi c’è stata l’amara notizia. “Il bitcoin crolla ai minimi del 2018”, così ne danno notizia in nona o decima pagina alcuni dei media che fino al 2017 avevano entusiasticamente seguito la sua crescita esponenziale. E come in qualsiasi operazione finanziaria anche per il bitcoin l’influenza mediatica conta. I titoloni sensazionalistici avevano infatti dato il loro contributo all’aumento del valore della criptomoneta. D’altronde qualsiasi investitore, prima di decidere su quale “cavallo” puntare, cerca di ottenere la migliore informazione possibile.

I vari Bloomberg, Financial Times e altre riviste specializzate di economia erano diventate così la prima conferma per la scelta di investire sul bitcoin. Si è creata così la classica “bolla”, il cui finale a scoppio è semplicemente scontato. Dai 20.000 dollari di gennaio, il bitcoin è crollato oggi a 5.800 dollari. Un duro colpo per quei piccoli investitori che avevano seguito l’onda dell’entusiasmo, comprando magari la criptomoneta a 18.000 dollari per unità, e vedendo così oggi il loro investimento ridotto del 70%.

Le strette legislative degli stati limitano le operazioni sulle criptomonete

Il crollo era in realtà più che prevedibile. Sia per il classico andamento a “bolla” del valore bitcoin, sia per le progressive strette legislative sugli investimenti in criptomoneta che sono progressivamente arrivate in tutto il mondo. Strette che sono arrivate soprattutto dal continente asiatico, dove il volume degli investimenti si era sviluppato in maniera consistente. Prima la Cina, l’India, la Corea del Sud e infine il Giappone hanno de facto chiuso i rubinetti al mercato speculativo delle criptomonete.

Tuttavia esattamente come era sbagliato farsi trascinare dall’eccessivo ottimismo sul bitcoin di fine 2017, allo stesso modo non bisogna cadere nella tranello pessimista. La “bolla” può funzionare infatti anche al contrario e l’attuale crollo potrebbe repentinamente invertire la direzione. A sostenerlo è un guru della finanza, Todd Gordon, fondatore di TradingAnalysis.com. Secondo la previsione fatta da Gordon, il bitcoin è destinato infatti a perdere valore fino ad arrivare a 4.000 dollari, per poi risalire rapidamente.

Altre criptomonete nel frattempo crescono

Il parere dell’analista è che il recente crollo non sia per nulla rilevante ai fini della sopravvivenza della criptomoneta e che entro fine anno il bitcoin potrà tranquillamente toccare e superare quota 10.000 dollari. Anche la società di analisi dei mercati Trefis la pensa così, prevedendo un picco per inizio 2019 di 12.500 dollari. Parallelamente al bitcoin occorre poi osservare l’andamento delle altre criptomonete. Secondo un articolo della Stampa del gennaio 2018, erano state recensite infatti ben 1414 criptovalute. Un mercato molto vario dunque che non sembra aver risentito degli andamenti altalenanti del suo maggior esponente.

Secondo affariitaliani criptomoneta come Tron, Eos e Binance, hanno guadagnato rispettivamente il 10%, il 30% e il 57% nel corso del 2018. Tutto questo grande caos numerico lascia però una certezza di fondo. Le criptomonete, nonostante gli alti e bassi, si sono ormai assestate all’interno dei mercati finanziari e rappresentano un grosso giro di affari. Come già scritto su questo portale, tutto questo grande gioco speculativo non è altro che un aperitivo, un antipasto della vera partita che le criptomonete si giocheranno nel futuro prossimo. Ovvero la loro sostituzione con il denaro di emissione bancaria. Stati come il Venezuela, l’Estonia e persino la Russia hanno annunciato di stare lavorando all’emissione di una criptomoneta statale. Un dibattito che potrebbe presto diventare fertile in Europa, qualora l’attuale costruzione monetaria dovesse progressivamente cedere.