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La Germania non è sola:
adesso tutta l’Europa rallenta

Angela Merkel ha potuto tirare un sospiro di sollievo dopo che i dati per gli ultimi mesi del 2018 hanno testimoniato che la Germania è riuscita ad evitare la recessione tecnica, ovvero una situazione di due trimestri consecutivi di contrazione del Pil, assestandosi sulla crescita zero nell’ultimo trimestre del 2018.

Tuttavia, tale sospiro di sollievo potrebbe rivelarsi solo momentaneo. In primo luogo, perché in Germania stanno venendo al pettine numerosi nodi connessi alle problematiche sociali crescenti, alle disuguaglianze e alla stagnazione di salari e consumi prodotte dalle riforme Hartz di inizio millennio; in secondo luogo perché il 2019 si prospetta come un anno di generale rallentamento dell’economia europea. E a questo rallentamento le politiche di Berlino hanno contribuito in maniera non indifferente.

Il mercantilismo della Germania e i suoi effetti

Che il contesto politico dell’Eurozona fosse estremamente funzionale alle prospettive economiche della Germania è chiaro da tempo, sebbene siano stati pochi gli economisti del Vecchio Continente ad aver avuto il coraggio di argomentarlo esaustivamente. Tra questi, l’italiano Sergio Cesaratto, autore del fondamentale saggio Chi non rispetta le regole, sulla doppia morale della politica mercantilista tedescache lo studioso ha definito basata su una strategia lineare: ” tenere bassi i salari interni, così i profitti sono alti, e il sovrappiù dei prodotti viene venduto all’esterno. Ma è una politica che ha le gambe corte: i Paesi periferici vedono crescere il loro debito, c’è scarsa fiducia sulla loro capacità di restituirlo e scoppia la crisi. Il modello tedesco è incompatibile con un’unione monetaria. Il problema dell’ Europa è la Germania”.

Al mercantilismo commerciale si aggiunge il “mercantilismo monetario“. La Germania e gli altri Paesi in forte surplus commerciale, come l’Olanda, “hanno approfittato dell’indebitamento e delle importazioni dai Paesi periferici per accrescere le proprie esportazioni e […] ora violano la regola del gioco fondamentale di aiutare il riequilibrio all’interno dell’unione monetaria espandendo la propria domanda interna”. Solo di recente, infatti, di fronte al rischio di una recessione Olof Scholz, Ministro delle Finanze del governo Merkel ha riconosciuto l’utilità di una spesa pubblica in infrastrutture orientata alla crescita.

Macron non riesce a star dietro alla Germania

Ma gli effetti delle politiche adottate da Berlino sul resto del continente non si sono fatte attendere. Da tempo è nota l’instabilità politica ed economica della Francia, eccessivamente sbilanciata a livello sistemico tra il sistema accentratore basato su Parigi e un Paese profondo che ha partorito la rivolta dei gilet gialli. Nel suo tentativo di seguire Berlino sul suo stesso terreno, Emmanuel Macron ha acceso le fiamme della rivolta sociale: lungi dal proporre un’alternativa sistemica, la Francia di Macron ha cercato la soluzione in una drammatica svolta neoliberista che non ha avuto altro effetto se non la polverizzazione della credibilità del Presidente.

E ora, complice la paralisi delle proteste dell’ultimo periodo del 2018, il Paese si lecca le ferite, come sottolinea La Verità: “L’ istituto francese di statistica, nel dicembre scorso, ha tagliato le prospettive di crescita per il 2018 all’ 1,5% (contro l’ 1,6% previsto a ottobre), anni luce dal +2,3% del 2017. L’ inflazione, i cui dati sono stati diffusi ieri, nell’ anno appena passato si è attestata all’ 1,8% (in rialzo rispetto al biennio precedente) ma gli analisti ritengono che si tratti di un fuoco di paglia e prevedono che l’ indice tornerà intorno all’ 1% entro giugno 2019”.

Il caso greco

E come dimenticare la Grecia, distrutta dalle politiche di austerità e costretta a una svendita massiccia di asset pubblici e tesori nazionali, sacrificati sull’altare del raggiungimento di un surplus di bilancio estremamente ampio, pari al 3,5% del Pil?  “La Confindustria ellenica nota che il calo della disoccupazione dell’ ultima anno sia dovuto in gran parte alla diffusione dei ‘mini jobs’, ovvero impieghi part time da 500/600 euro al mese”.

Lette sotto questa ottica, assumono ulteriore rilevanza le dichiarazioni pronunciate nell’aprile scorso a Milano Finanza da Fivos Karakitsos, dirigente di Spar Hellas, secondo il quale a guidare il ritorno della crescita del Pil e dello stock di investimenti sono stati il tracollo del prezzo degli “asset”, ovverosia dei beni immobili, la riduzione del costo del lavoro e il mantenimento di una stabilità costante nel pur polarizzato panorama politico.

In altre parole: la Grecia attira investimenti perché è in ginocchio e la macelleria sociale iniziata dopo la deflagrazione della crisi del debito sovrano tra il 2010 e il 2011 e continuata dopo la rapida ritirata del governo Tsipras dai suoi propositi battaglieri è giunta a compimento. I numeri del disastro economico e sociale della Grecia rendono irrisori dati contingenti di una crescita economica che giunge dopo un lungo, drammatico tracollo.

La Germania e Angela Merkel non possono che essere chiamati in correo. Jean-Claude Juncker può, in questo contesto, fare mea culpa forte del fatto che non era Presidente della Commissione Europea nel momento di maggior durezza della troika contro Atene; ma Angela Merkel no. La Grecia è il simbolo di un”Europa rallentata dall’austerità di matrice tedesca e messa in ginocchio da politiche sconsiderate di cui, solo ora, si percepisce l’effetto negativo. E il calore con cui Tsipras ha di recente accolto la Merkel ad Atene risulta, in questo contesto, francamente inspiegabile.