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La forza che muove migliaia di pellegrini

Quella che lo studioso irano-americano Vali Reza Nasr ha definito «The Shia Revival» in un saggio profetico apparso nel 2006, si manifesta nella geopolitica della «rivincita», con i successi militari e diplomatici della Repubblica Islamica dell’Iran e dei suoi alleati siro-iracheni, come nelle piazze di tutto l’universo sciita nel giorno dell’Ashura nel ricordo di Hussein, il terzo Imam, figlio di Fatima, nipote di Maometto, la cui morte a Karbala (nell’odierno Irak dove è sepolto) nel 680 ha inventato il culto del martirio. Nel decimo giorno del mese di Muharram del calendario islamico, tra la notte del 30 settembre e del primo ottobre di quest’anno, si è svolta la festività più sacra per i seguaci di Ali che da Teheran a Beirut, passando per Damasco e Baghdad, hanno commemorato, ognuno con le sue specificità nazional-popolari l’uomo che da solo sfidò la dinastia degli Omayyadi.

E se oggi i sunniti considerano l’Ashura come l’esaltazione di una scissione che ha indebolito l’Islam, gli sciiti l’hanno trasformata in una mobilitazione planetaria contro l’ingiustizia. «Kullu yaumin Ashura, kullu ardhin Karbala», «ogni giorno è Ashura, ogni terra è Karbala», recita il motto di questa cerimonia. È col martirio di Hussein che si consolida la fitna, il grande litigio, tra sciiti e sunniti. Quell’uomo carismatico rappresentato dall’iconografia con un copricapo verde, la barba folta, in sella ad un cavallo bianco, adorato da tutti i fedeli per la sua tenacia e quello spirito di ribellione nei confronti di un Califfato oppressore, considerato peraltro il responsabile dell’assassinio di suo padre Alì (primo Imam dello sciismo, genero del profeta Maometto ed emiro dei credenti). Il Signore dei Martiri – questo è l’appellativo di Hussein – decise dunque di partire insieme ai suoi seguaci ed alcuni familiari, tra cui donne e bambini, per liberare Karbala. Improvvisamente quando da Damasco si venne a sapere che la rivolta degli «alidi» sarà repressa col sangue da un esercito di 4mila soldati mandati dal Califfo Yazid (oggi nessun sciita chiama il proprio figlio con questo nome proprio), gli abitanti di Karbala si rifugiarono in casa e non uscirono in soccorso di Hussein, lasciandolo così ad un tragico destino che lui stesso in fin dei conti scelse volontariamente. La battaglia si concluse con la tortura e la morte di tutti i suoi fedelissimi, ad eccezione di Zayn, rimasto sotto una tenda perché malato, mentre la sua testa fu mozzata e portata trionfalmente nell’attuale capitale siriana dove oggi sorge la Grande Moschea Omayyade. La commemorazione dell’Ashura serve proprio a mettere indietro le lancette del tempo ed espiare la colpa di aver tradito il figlio di Fatima sacrificatosi per un’intera comunità religiosa che oggi vendica secoli di persecuzioni. Oggi il centro più importante delle celebrazioni è ovviamente Karbala, dove si svolge anche il pellegrinaggio dell’Arbain che ormai ha assunto proporzioni tali da rivaleggiare con l’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’islam – esattamente quaranta giorni dopo la ricorrenza del massacro. Tuttavia esistono altrettante città dove l’Ashura ha una forza simbolica devastante. Una di queste è appunto Beirut.

Metropoli multiconfessionale e dalle mille sfaccettature che vede i locali scintillanti del Viale degli Armeni ad Ashrafieh frequentati da giovani libanesi cristiani intersecarsi con i quartieri sciiti dove invece, una volta l’anno, decine di migliaia di persone si riversano nelle strade per celebrare l’Ashura. Tutto è iniziato a Dahieh, la sera del 30 settembre. È buio pesto, solo le moschee brillano di una luce verde al neon. Verso ora di cena una fiumana di persone si dirige in fila verso la piazza principale. I carri armati dell’esercito libanese sono disseminati su tutti viali che conducono all’epicentro della cerimonia. I controlli ai checkpoint sono interminabili.

Il 16 ottobre 1983, in piena guerra civile, un convoglio dell’esercito israeliano si infiltrò tra i fedeli, e secondo il racconto del giornalista Robert Fisk ne Il martirio di una nazione fu riconosciuto e preso d’assalto dalla folla. Questa volta invece si teme l’ennesimo attentato su ordine di Daesh contro la comunità sciita. Il sedicente Califfo Abu Bakr al Baghdadi ha già colpito altre volte e già dal 2012 aveva minacciato di punire «i traditori dell’Islam» con la presa delle due città sante, Kerbala e Najaf. Del resto lo stesso predecessore Abu Musab Al Zarqawi quando era capo di «Al Qaeda in Iraq» prese di mira in diverse occasioni gli sciiti con stragi ed attentati fino a portare l’Iraq ad un passo dalla guerra civile.

In piazza i partiti maggioritari sciiti Hezbollah e Amal hanno organizzato un sistema di sicurezza perfetto. Tutto è controllato dagli uomini muniti di walkie talkie e kalashnikov. Ad attendere i fedeli c’è un maxi schermo che ad un certo punto proietterà il discorso del leader Hassan Nasrallah. Solo pochi minuti perché all’alba dell’indomani, domenica primo ottobre, c’è la grande cerimonia di chiusura con la parata nazionale sciita ad Haret Hreik, il celebre quartiere nella periferia Sud di Beirut bombardato a tappeto nel 2006 dall’aviazione israeliana, poi ricostruito in pochi anni dalla compagnia privata Wa’d, in arabo, «la promessa». Alle 6 del mattino già arrivano i primi pullman dai villaggi situati a Sud del Libano e nella Valle della Bekaa.

Bastano poche ore che già l’intero vialone che dalla moschea Qazem conduce alla piazza dove un altro maxi-schermo proietterà in diretta il discorso finale dell’Ashura, è già invaso da centinaia di migliaia di pellegrini. Gli sciiti saranno anche una minoranza ma nessuno oggi sembra avere questa capacità di mobilitazione popolare. Le ideologie sono tutt’altro che morte.