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La Cina sempre più forte in Africa:
tra “nuova Shenzen” e il caso Gibuti

Il futuro della Cina è in Africa. I rapporti economici tra il Dragone e il Continente Nero si fanno sempre più intensi. Xi Jinping ha intenzione di estendere l’influenza cinese in tutto il mondo, e per farlo ha lanciato il progetto della Nuova Via della Seta, via mare e via terra. Le nuove rotte commerciali partiranno da Pechino e si estenderanno un po’ ovunque, Africa compresa. Già da diversi anni la Cina ha fitte relazioni con la maggior parte degli stati subsaharani. C’è chi attacca la realpolitik cinese accusandola di neoimperialismo, e chi la considera un valido modello per le realtà africane. La verità sta nel mezzo.

Sovranità perduta: il caso del Gibuti

Xi Jinping ha scelto di seguire la win-win strategy, una strategia che assicura reciproci benefici tra la Cina e i singoli stati africani con cui il Dragone collabora. Tra i pilastri fondamentali di questa dottrina, apprezzata dai presidenti locali, c’è la non interferenza politica cinese negli affari interni dell’Africa. In questo modo Pechino può sguinzagliare i suoi fondi statali per investire nella costruzione di infrastrutture utili per il commercio. Dall’altra parte, governi poveri possono ritrovarsi tra le mani strade, ferrovie e porti. Il problema principale è che in certi casi la bilancia rischia di pendere enormemente in favore della Cina. Prendiamo il Gibuti, paese chiave situato sul Corno d’Africa. Qui, tra l’altro, i cinesi hanno costruito la loro prima base militare all’estero e un porto. Il Gibuti ha però pagato un caro prezzo, trovandosi costretto a cedere il 77% del proprio debito estero al governo cinese.

La “nuova Shenzen” nascerà in Tanzania

Ma emblematico, in senso opposto, è il rapporto tra Cina e Tanzania. Dal 2013 Pechino ha in mente di trasformare Bagamoyo in un porto del futuro. Bagamoyo è una piccola città di circa 35 mila abitanti che si affaccia sull’Oceano Indiano. La situazione, dopo cinque anni di stallo, sta per sbloccarsi e il presidente tanzaniano John Magufuli è pronto a collaborare con Xi Jinping. Il progetto cinese è mastodontico e si propone di creare una “nuova Shenzen” praticamente da zero. I lavori trasformeranno un anonimo centro africano nel più grande complesso di moli dell’Africa. Non solo, perché intorno al porto di Bagamoyo sorgerà una zona economica speciale con la funzione di attirare startup tecnologiche, industrie e, perché no, turisti. Costo dell’operazione: 10 miliardi di dollari. Tempo stimato per il completamento dell’opera: 10 anni. A svolgere i lavori toccherà alla China Merchants Holdings International e al fondo sovrano dell’Oman. Qualcosa di molto simile accadrà anche in Sri Lanka con il progetto Port City.

Insomma, il dilemma dell’Africa è se salire sul treno dello sviluppo cinese anche a rischio di perdere parti importanti della propria sovranità, o se aspettare tempi migliori per modelli alternativi.

  • http://virgilio.it Oraculus

    Ci stiamo rinsavendo molto tardi…la Cina e’ una miliardaria espressione di corpi únificati dagli stessi intenti comandati con una única…testa!! , amare il proprio paese e’ amare e rispettare le stesse condivise esistenze…ossia quello che i rincoglioniti di Bruxelles non sanno , ne fare ne…gestire.