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La battaglia (tutta politica)
per ospitare i Mondiali 2026

È una storia che parte da lontano quella del rapporto tra sport e politica: organizzare dei grandi eventi sportivi dona prestigio, riesce a far calamitare l’attenzione in un determinato territorio ed a volte influenza anche alcune delle più importanti decisioni politiche; in tempi poi di mass media, promuovere un grande evento è sinonimo di pubblicità per il proprio governo e la propria nazione, tanto da giustificare ingenti sacrifici in termini di lavori ed investimenti. Oggi sono due le competizioni itineranti che più di ogni altra catturano l’attenzione a livello planetario, ossia le Olimpiadi ed i Mondiali di calcio: le prime però, da qualche anno a questa parte faticano a trovare città e nazioni in grado di sobbarcarsi il gravoso impegno economico dell’evento, significative in tal senso sono le rinunce di Roma, Budapest, Amburgo ed altre metropoli per la candidatura del 2024, tanto da costringere il CIO a ricorrere alla ‘staffetta’ tra Parigi e Los Angeles che organizzeranno rispettivamente i giochi del 2024 per l’appunto e del 2028. Diversa la storia per i mondiali: nello scorso mese di ottobre è partita la sfida per l’assegnazione della rassegna prevista per il 2026, la quale non mancherà di avere anche risvolti di natura politica.

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Il Marocco sfida la corazzata nordamericana

Con i mondiali del 2018 pronti ad essere ospitati in Russia e con il Qatar che si sta preparando ad organizzare quelli del 2022, la FIFA ha tassativamente vietato all’UEFA ed alla Confederazione asiatica di presentare candidature per il 2026: spazio dunque alle Americhe ed all’Africa ed in effetti, nello scorso mese di ottobre, nella sede dell’organismo che regola il calcio mondiale sono pervenute due proposte. La prima è una candidatura congiunta di tre nazioni, le più importanti dell’area CONCAFAF, ossia la confederazione nordamericana: si tratta, in particolare, di Stati Uniti, Messico e Canada; qualora fosse scelta questa candidatura, il mondiale del 2026 sarebbe il primo ad essere organizzato da tre Stati visto che al momento c’è solo il precedente di Giappone/Corea del Sud del 2002 come torneo organizzato congiuntamente da più nazioni. L’altra candidatura invece è africana e riguarda il Marocco, il quale ci riprova dopo aver sfiorato la vittoria per la rincorsa alla rassegna del 2010, ospitata poi in Sudafrica.

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In Marocco la corsa al Mondiale è un vero e proprio affare di Stato

Il paese africano vuole arrivare fino in fondo: il governo di Rabat, a partire dallo stesso Re Mohammed VI, ha già più volte dichiarato che il Marocco è pronto alla sfida ed è in grado di poter reggere il confronto contro i tre stati nordamericani rivali nella corsa per il 2026; non è un caso che in questi mesi sono stati accelerati i lavori ed i progetti per l’alta velocità, il TGV francese nel 2018 farà la sua comparsa tra Tangeri e Casablanca e sono pronti i nuovi cantieri che, entro i prossimi anni, metteranno in comunicazione diverse aree remote del paese. Rabat inoltre, è interessata a dare un’immagine del Marocco come quella di una nazione in crescita e soprattutto in grado di progettare e costruire nuove infrastrutture: oltre le ferrovie, grande implementazione stanno avendo gli ammodernamenti dei principali scali portuali, così come saranno intensificati i lavori per il prolungamento della rete autostradale.  

Ovviamente, nel dossier presentato alla FIFA, importante risalto è stato dato anche al dossier legato agli stadi: almeno nove le città che dovrebbero essere interessate dal mondiale 2026, con diversi stadi da costruire nei principali centri del paese o da riammodernare; il Marocco, in tal senso, non vuole essere da meno rispetto al Qatar che per il 2022 ha progettato strutture iper tecnologiche e molto avveniristiche. A prescindere dall’assegnazione o meno del torneo del 2026, per il paese africano la rincorsa al mondiale è già in parte una vittoria: tante le opere in cantiere per vincere la sfida contro la candidatura nordamericana, così come appare importante l’entusiasmo all’interno dell’opinione pubblica ed il tutto arriva in un momento in cui Rabat può vantare una stabilità politica certamente superiore rispetto ai vicini del Magreb; non è forse un caso che anche a livello sportivo il calcio locale è tornato a buoni livelli, con la qualificazione della locale nazionale a Russia 2018 dopo vent’anni di assenza da una rassegna iridata.

Messico ed Usa attenuano le tensioni in vista della candidatura congiunta

Non sembrano aver bisogno di grossi ritocchi gli impianti dei paesi nordamericani candidati per il mondiale del 2026: il Messico ha già ospitato per due volte la competizione, la prima nel 1970 e la seconda nel 1986, quando ha dovuto sostituire una Colombia non in grado di far fronte all’impegno preso con la FIFA; anche gli Stati Uniti, nonostante il calcio non sia lo sport più popolare, hanno ospitato i mondiali e questo è avvenuto nel 1994 e, da allora, il ‘soccer’ made in USA ha iniziato a raggiungere importanti traguardi specie a livello giovanile; a non aver mai ospitato un mondiale è invece il Canada, il quale però ha un’importante tradizione in fatto di organizzazione di grandi eventi sportivi, come dimostrano le Olimpiadi di Montreal 1976 e quelle invernali di Calgary 1988 e Vancouver 2010. Quella dei tre paesi nordamericani è quindi una candidatura molto forte, in cui l’obiettivo è far pesare la tradizione sportiva delle rispettive nazioni coinvolte per poter ospitare la rassegna del 2026.

Ma tale candidatura è stata fortemente a rischio nei mesi appena trascorsi; in molti oramai erano convinti del fatto che a novembre, quando cioè per l’appunto la FIFA doveva ricevere i dossier delle candidature definitive, il blocco nordamericano non si sarebbe presentato. Infatti, specialmente dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, le relazioni tra Washington e Città del Messico si erano notevolmente raffreddate per via della questione del muro che il presidente statunitense ha subito promesso di far costruire lungo il confine; da una parte e dall’altra, diversi politici hanno ipotizzato quale reciproca ritorsione in caso di ulteriori tensioni proprio il ritiro della candidatura congiunta per i mondiali del 2026. Dietro la decisione di procedere ugualmente alla rincorsa per la rassegna iridata, vi è un gran lavoro diplomatico attuato tanto a livello politico quanto tra le rispettive federazioni calcistiche; spettatore interessato in questi mesi, è stato il Canada con Ottawa pronta a presentare eventualmente una candidatura solitaria.

L’annuncio il prossimo 13 giugno a Mosca

Alla vigilia del via al mondiale di Russia 2018, a Mosca durante il congresso della FIFA verrà stabilito chi ospiterà i mondiali del 2026; a livello sportivo, questa rassegna rappresenterà un punto di svolta per il torneo in quanto sarà la prima in cui gareggeranno 48 squadre a dispetto delle 32 attuali e questo, inevitabilmente, comporterà anche un impegno organizzativo maggiore rispetto alle edizioni passate. La sfida è aperta, anche e soprattutto sul fronte politico: essendo soltanto due le candidature ufficiali, il confronto potrebbe essere destinato a polarizzarsi e con il Marocco pronto a chiedere il sostegno soprattutto delle delegazioni africane ed asiatiche.