(170809) -- DAMASCUS, Aug. 9, 2017 (Xinhua) -- Syrian soldiers are seen in the countryside of the southern province of Sweida Aug. 8, 2017. The Syrian army and allied fighters have been making steady progress in the battle on the Islamic State (IS) in the countryside of Sweida, near the Jordanian border. (Xinhua/Ammar Safarjalani) (zcc)

La battaglia di Daraa

La battaglia di Daraa si inserisce all’interno del contesto della guerra civile siriana. Secondo molti, il conflitto ha inizio proprio da Daraa il 15 marzo 2011. In quella data, infatti, nella città del sud della Siria e in tutto il Paese, si svolgono imponenti manifestazioni anti governative, le più importanti dall’inizio dell’anno

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Il tutto assume proporzioni importanti soprattutto a Daraa, lì dove il 6 marzo 2011 alcuni minorenni erano stati arrestati dopo aver scritto sui muri frasi contro Assad e dove le manifestazioni si trasformano in guerriglia.

La protesta a Daraa del marzo 2011

Il 2011, come ben si sa, è l’anno spartiacque per il mondo arabo: in Tunisia ed Egitto crollano i governi di Ben Alì e di Hosni Mubarack. Dopo settimane di proteste, scintille scoppiano in altri Paesi e la Siria non fa eccezione.   Daraa diventa così la città simbolo dei vari movimenti di protesta: la sua lontananza da Damasco, che fatica a controllare il territorio, sembra incoraggiare diversi gruppi.

La protesta più importante è quella del 15 marzo, coincidente con tante altre analoghe manifestazioni nel Paese. Ma già prima si registrano scontri: l’arresto di alcuni studenti accusati di aver scritto frasi offensive nei confronti di Assad  surriscalda gli animi sia a Daraa che nella provincia. Diverse le manifestazioni, sia favorevoli che contrarie al governo. Gli scontri iniziano ad essere all’ordine del giorno e nel mese di marzo 2011 si contano già diverse vittime tra manifestanti e forze governative. È il preludio dell’inferno che si scatena in tutta la Siria nei mesi successivi.

L’importanza strategica di Daraa

Daraa è il capoluogo dell’omonima provincia, posta nella parte più meridionale del Paese. Si tratta di un crocevia importante e delicato, visto che tale territorio confina con la Giordania e con il Golan occupato dagli israeliani. Ma non solo: in questa provincia, come in quella confinante di Sweida, risiedono numerose comunità della minoranza dei Drusi.

Daraa è quindi vitale sia da un punto di vista strategico che simbolico: non avere più il controllo di questa provincia vuol dire esporsi lungo i fianchi che confinano con Giordania ed Israele. Ecco perché, ancor prima che ad Homs e nella provincia di Idlib, l’esercito siriano invia i mezzi dell’esercito proprio a Daraa.

Dopo le tensioni accumulate nella popolazione e nella società della provincia e della città di Daraa, a seguito delle manifestazioni iniziate a marzo, il 25 aprile Damasco invia i soldati. Troppo marcato, infatti, è il rischio di una degenerazione delle tensioni in una zona così strategica.

L’esercito circonda la città ed interviene lì dove alcuni gruppi di manifestanti hanno installato i propri quartier generali. L’operazione dura circa una settimana. Per alcuni mesi Damasco riesce a riportare la calma, ma a livello mediatico è la prima volta che le tensioni in Siria iniziano ad affacciarsi in Occidente.

Stati Uniti e Ue condannano l’uso dell’esercito da parte di Assad e iniziano a meditare circa la possibilità di applicare sanzioni. Ma ancora la Siria appare un problema minore rispetto ad una Libia contemporaneamente già in guerra.

Le prime conquiste dell’Esercito siriano libero a Daraa

Così come ad Homs e nel nord della Siria, anche a Daraa il conflitto vero e proprio inizia intorno al mese di novembre 2011. Diversi villaggi, ma anche alcuni quartieri della stessa Daraa, vengono strappati in parte o temporaneamente al controllo del governo. Se fino ad inizio 2012 gli scontri tra ribelli ed esercito possono essere considerati alla stregua di azioni di guerriglia, il conflitto arriva a Daraa nell’aprile del 2012.

In quel mese in questa provincia meridionale della Siria sventolano già nelle manifestazioni, ed in alcuni punti del confine giordano, le bandiere dell’Esercito siriano libero (Che cos’è l’Esercito siriano libero). Il governo è costretto ad usare anche l’aviazione per colpire obiettivi considerati strategici in mano ai cosiddetti ribelli. Si apre dunque per Damasco il fronte sud, dopo quello aperto all’interno della città di Homs e in alcuni punti della provincia settentrionale di Idlib.

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Nel luglio 2012, l’attenzione della Siria e della comunità internazionale è tutta rivolta a quanto accade a Damasco e ad  Aleppo, con le due principali città del Paese sotto attacco dell’Esercito siriano libero. Ma anche a Daraa la situazione per i governativi si complica. Vengono conquistati alcuni importanti punti di frontiera con la Giordania, quasi metà dell’area del capoluogo è in mano ai ribelli. In generale, i governativi anche qui iniziano a perdere pesantemente terreno e questo acuisce la sensazione secondo cui il potere di Assad sia al capolinea.

L’Esercito siriano libero cerca di avanzare pure lungo la M5, l’autostrada che dal confine giordano arriva a Damasco prima di procedere verso Aleppo. L’obiettivo dei ribelli è quello di riunire i territori conquistati nella provincia di Daraa, con quelli della Ghouta in mano all’opposizione. Allo stesso tempo, si inizia a combattere anche sul versante della provincia che confina con il Golan israeliano.

All’inizio del 2013 la situazione vede l’Esercito siriano libero controllare circa il 70% della provincia di Daraa e parte del capoluogo. I governativi riescono però a conservare le linee strategiche di rifornimento, bloccando l’espansione dei ribelli nel fronte sud. La capitolazione definitiva della provincia dunque non arriva, anche grazie alla difesa di buona parte dell’autostrada M5 da parte dei governativi.

Le armi a favore dei ribelli che provengono dal confine giordano

Un punto importante di svolta appare quello inerente la conquista del confine con la Giordania. Amman è parte attiva nel conflitto siriano, visto che supporta le iniziative dell’opposizione permettendo un grande flusso di armi e mezzi dal proprio territorio.

Le sigle ribelli si rafforzano dal 2012 in poi grazie a quanto proviene dalla Giordania. Una delle cause della destabilizzazione della Siria riguarda proprio il controllo dei confini da pare dell’Esercito siriano libero.

Confermandosi alleata dei governi occidentali e vicina alle posizioni saudite, la Giordania fa convogliare nel proprio territorio i proventi dei finanziamenti ai ribelli dell’ Arabia Saudita, delle petromonarchie e dei Paesi europei. Da qui, poi, con l’assenza oramai totale di soldati siriani dai posti di guardia dei confini, appare molto semplice far confluire il tutto nelle zone di Daraa sotto il controllo dell’Esercito siriano libero.

Ma il sostegno della Giordania alle forze anti Assad è anche di natura logistica. Ad Amman ed in altre località del Paese, vengono curati i feriti dell’Esercito siriano libero trasportati dalla Siria, ospedali da campo e basi operative vengono allestiti nelle zone confinanti alla provincia di Daraa.

Inoltre Amman è impegnata soprattutto nei primi anni della guerra civile siriana ad addestrare, assieme ad Usa, Gran Bretagna e Turchia, diversi gruppi di miliziani per mandarli poi a combattere in Siria contro il governo di Damasco. Tra le sigle addestrate, alcune risulterebbero essere anche molto legate al mondo dell’integralismo islamico. Di certo, il ruolo della Giordania nella battaglia di Daraa e nella guerra civile siriana non appare di secondo ordine.

La nascita del Southern Front (Sf)

La guerra per Daraa e per la strategica zona meridionale della Siria non procede più spedita come tra il 2012 ed il 2013. I Fronti sembrano stabilizzarsi, l’esercito siriano, anche se controlla meno della metà della provincia di Daraa, conserva comunque le posizioni più importanti sia nel capoluogo che lungo la M5.

Per cercare di dare una nuova scossa al fronte meridionale, le sigle legate all’opposizione decidono quindi di formare un nuovo gruppo in grado di creare un unico corpo operativo nella provincia di Daraa.  Il 13 febbraio 2014 sul web viene annunciata la nascita del Southern Front,  che racchiude almeno 58 sigle di miliziani che combattono nelle zone meridionali della Siria.

La nascita del Southern Front è propedeutica a nuovi finanziamenti da parte delle nazioni occidentali ed arabe che si proclamano ostili ad Assad, a partire da Stati Uniti e Arabia Saudita. Il Sf adotta la stessa bandiera dell’Esercito siriano libero, ma si dichiara distanziato da esso sotto il profilo operativo, non ricevendo ordini dal comando unificato dell’opposizione fondato in Turchia nel luglio 2011. Del resto, è anche bene ricordare che già nel 2014 l’Esercito siriano libero risulta parecchio ridimensionato al cospetto delle più importanti formazioni islamiste. Mentre Al Nusra e l’Isis avanzano nei territori guadagnati negli anni precedenti a danno del governo di Damasco, l’Esercito siriano libero appare sempre più in difficoltà e decisamente tagliato fuori dal conflitto.

Ma anche il Sf non è esente da influenze islamiste. Se da un lato, almeno ufficialmente, il nuovo gruppo prende le distanze da Al Nusra e dal terrorismo islamico, dall’altra, al suo interno, non mancano gruppi che hanno come obiettivo la creazione di uno Stato incentrato sul diritto islamico. I rapporti tra Sf ed Al Nusra sono comunque ambigui: in alcuni casi si registrano scontri, in altri invece emergono collaborazioni di natura operativa senza le quali il Sf non avrebbe potuto fronteggiare i governativi.

Le offensive del Sf del 2014 e del 2015

Dopo circa 18 mesi di stallo, il Sf riprende l’iniziativa nell’ottobre 2014. In quel frangente Assad appare di nuovo in difficoltà: l’Isis ha già proclamato il suo califfato, Al Nusra controlla il nord del Paese e avanza verso Idlib. I comandanti dell’opposizione a Daraa decidono dunque che quello è il momento per attaccare nuovamente l’esercito. A questo, bisogna aggiungere che nel mese di settembre sigle legate ad Al Nusra ed all’Esercito siriano libero conquistano gran parte della confinante provincia di  Quneitra. Con questa mossa, il Sf ha il fianco occidentale coperto e l’opposizione nel suo complesso controlla tutto il delicato confine con il Golan israeliano.

Nell’ottobre 2014 inizia dunque la nuova offensiva anti Assad del Sf. L’operazione dura tre giorni, dal 3 al 6 ottobre, e viene considerata un successo per l’opposizione. Non viene conquistata Daraa per intero, ma il Sf riesce a prendere diversi villaggi e molte alture strategiche tra le quali quella di  Tell Al – Harrah.

Nel marzo 2015 le notizie relative alla presa di Idlib da pare degli islamisti spingono anche il Sf ad organizzare nuovi attacchi contro l’esercito siriano. Il 25 giugno 2015 le forze dell’opposizione iniziano dunque una nuova offensiva a Daraa e, questa volta, il capoluogo appare pienamente coinvolto. L’obiettivo appare quello di prendere interamente la città di Daraa e fortificare le posizioni sia a sud che a nord della provincia.

Questa volta però l’esercito riesce a respingere gli attacchi. L’operazione, avviata il 25 giugno, termina il 10 luglio successivo. Due settimane intense di combattimenti, che consegnano alle forze fedeli ad Assad una fortificazione nel controllo dell’autostrada M5 e di alcuni villaggi ad essa limitrofi. Cronache vicine all’opposizione riferiscono di contrasti interni al Sf, derivanti soprattutto dall’eccessivo peso assunto durante i combattimenti da Al Nusra.

Al termine di questa offensiva, l’esercito tiene il controllo dei quartieri settentrionali di Daraa e delle vie di comunicazione tra il capoluogo e Damasco. Da questo momento in poi, i fronti si stabilizzano per diversi mesi.

La comparsa dell’Isis a Daraa

Tra il 2014 ed il 2015, come ben si sa, l’Isis avanza tra Siria ed Iraq e, a livello mediatico, conquista la scena nel mondo arabo e occidentale. I proclami del Califfato arrivano anche nella provincia di Daraa, dove si costituisce una cellula dello Stato islamico che occupa una piccola ma strategica porzione di territorio.

In particolare, le bandiere nere del Califfato appaiono in un territorio dove convergono i confini di Siria, Giordania ed Israele. Ironia della sorte, questo territorio è conosciuto dai siriani come “Yarmouk“, lo stesso nome del campo profughi palestinese che costituisce l’unico bastione dell’Isis nella città di Damasco.

In questa zona non risultano città di grandi importanza, vi sono centri però medio grandi come quelli di Tasil e Saham Al Jawlan. Questa enclave dello Stato islamico nella provincia di Daraa alterna momenti di attività militare, in cui gli islamisti dell’Isis si scontrano con gli islamisti di Al Nusra, a periodi in cui invece non si spara un colpo.

La situazione di stallo nella provincia di Daraa

L’attenzione mediatica e militare da parte di esercito e ribelli si sposta sempre di più nel nord della Siria e ad Aleppo, oltre che nella lotta all’Isis. Il fronte di Daraa rimane a lungo in secondo piano, anche se non mancano gli scontri tra governativi e ribelli, specialmente dopo l’intervento russo al fianco di Assad.

Fino all’inizio del 2018, i fronti risultano cristallizzati, eccezion fatta per qualche guadagno territoriale governativo lungo la M5 e all’interno della città di Daraa. La provincia più a sud del Paese vive dunque una fase di stallo importante. Ad acuire questa sensazione, vi è anche la situazione diplomatica: Israele infatti teme che un’eventuale avanzata delle forze governative a Daraa possa portare all’istituzione di postazioni avanzate di movimenti legati Teheran vicino i propri confini.

Al fianco di Assad, infatti, vi sono anche gli Hezbollah libanesi ed altri movimenti vicini all’Iran. Lo stesso Assad, essendo sciita, è da sempre considerato affine al governo degli ayatollah, nemico numero uno di Tel Aviv. Durante tutti questi anni di guerra non mancano dunque anche scontri diretti nei pressi del confine siro-israeliano. L’aviazione dello Stato ebraico, specialmente dal 2016 in poi, interviene più volte per bombardare con l’artiglieria le postazioni dell’esercito siriano. Israele usa spesso anche l’aviazione per colpire presunte postazioni di Hezbollah o dell’Iran nel sud della Siria. In alcuni casi gli aerei con la stella di David si spingono fino a Damasco e nella provincia di Homs.

La vita nella città di Daraa durante la guerra

Dal 2013, Daraa è una città divisa in due: le zone nord occidentali sono in mano governativa, quelle sud orientali invece sono sotto il controllo del Sf ma con diverse cellule di Al Nusra operative. La vita dunque non appare affatto semplice per i civili. 

Il centro di Daraa è attraversato da una linea del fronte composta da trincee, sacchi di sabbia e vecchi autobus usati per separare i quartieri governativi da quelli in mano islamista.  Molte zone risultano distrutte o seriamente danneggiate, sia per le offensive ribelli degli anni passati, così come per i raid  governativi. Le infrastrutture più importanti, a partire dagli assi viari interni ed esterni alla città, sono in gran parte impraticabili e questo ovviamente rende difficili i rifornimenti specialmente per la popolazione civile.

Oltre al problema della sicurezza – dato dalla presenza delle linee del fronte in pieno centro e a quello della distruzione di diversi quartieri – c’è dunque anche la difficoltà nel reperimento di cibo e medicinali. I viveri scarseggiano nelle poche attività commerciali rimaste aperte, sia nella parte governativa che in quella avversaria. Nella città di Daraa dovrebbero essere funzionanti alcuni ospedali, ma sia la difficoltà di raggiungimento dal resto della Siria sia le sanzioni occidentali rendono problematico l’approvvigionamento di farmaci.

La situazione quindi nel capoluogo più a sud della Siria, così come nel resto del Paese, vede i civili come anello più debole di una guerra che proprio a Daraa ha visto i suoi primi nefasti germogli. Sia dalla città che dalla provincia, nel corso degli anni del conflitto, si contano migliaia di cittadini che abbandonano le loro case. Alcuni di essi trovano rifugio a Damasco o in altre parti della Siria ritenute più sicure, altri invece attraversano il confine con la Giordania. Le emergenze umanitarie sono dunque parecchie anche sul fronte meridionale e, anche qui, a guerra finita, il sostegno ad una popolazione snervata dalla guerra sembra essere la vera priorità.

L’offensiva governativa del 2018

Dalla fine del 2016 all’inizio del 2018, il contesto della guerra siriana appare radicalmente rovesciato. L’esercito riesce infatti a prendere Aleppo, a riconquistare gran parte del deserto strappandolo al Califfato dell’Isis, e a mettere definitivamente in sicurezza Damasco, grazie alle vittorie sugli islamisti nella Ghouta.

Questi eventi non solo pongono Assad in una posizione di forza politica e militare, ma riescono anche a liberare mezzi e uomini da numerosi fronti. L’esercito adesso ha meno battaglie da affrontare e meno zone da sorvegliare e può essere redistribuito là dove le forze governative appaiono ancora in difficoltà.

In questa ottica, dopo la fine della battaglia per la Ghouta e per Damasco nell’aprile 2018, i comandi delle truppe lealiste decidono di attaccare Daraa e di chiudere i conti definitivamente con il fronte meridionale. Non a caso, già prima di maggio, numerosi convogli con mezzi e militari siriani percorrono verso sud l’autostrada M5 e si schierano lungo gli avamposti dell’esercito nella provincia di Daraa.

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La strategia di Assad è la stessa adoperata in altre zone della Siria: da un lato la possibilità di una via diplomatica per la risoluzione della battaglia, offrendo l’attuazione di un programma di riconciliazione, dall’altro i raid dell’aviazione siriana che preannunciano possibili avanzate di terra dell’esercito. Dopo alcune trattative intavolate con la mediazione della Russia e non andate a buon fine, nell’ultima decade di giugno parte l’offensiva governativa volta alla riconquista da Daraa.

La prima area ad essere recuperata dal governo è quella del “Layat”, situata nella zona nord della provincia di Daraa e posta quasi interamente lungo i fianchi orientali dell’autostrada M5. Nel giro di pochi giorni, il Layat viene interamente riconquistato dal governo. Per il Sf si tratta di una battuta d’arresto importante, che grava anche sul morale dei miliziani. Per questo motivo, nei primi giorni di luglio, l’esercito di Assad riesce a spingersi oltre ed a recuperare intere porzioni di territorio nella provincia di Daraa.

La bandiera della Repubblica araba siriana viene issata in località da dove manca da ben sei anni. Molte delle 58 sigle che compongono il Sf si sciolgono ed accettano resa e riconciliazione con il governo di Assad. Le truppe avanzano tra conquiste “manu militari” e bandiere bianche esposte in molte zone della provincia di Daraa. Entro la prima decade di luglio, l’esercito riprende di fatto tutta la zona ad est del capoluogo. Questo particolare non è di poco conto: tale avanzata permette infatti ai governativi di ritornare lungo il confine con la Giordania, sigillandolo ed impedendo il transito di armi e rifornimenti per le sigle ribelli. Quella frontiera, il cui mancato controllo dal 2012 in poi ha favorito la destabilizzazione di Daraa, ad oggi è nuovamente un presidio di Damasco.

Grazie alle ultime avanzate, inoltre, i possedimenti islamisti e del Sf dei quartieri meridionali di Daraa vengono cinti all’interno di una sacca. Di fatto, la presenza dell’opposizione nel capoluogo più a sud della Siria è ridotta a pochi quartieri circondati da ogni lato dalle truppe dell’esercito.

Per chiudere la battaglia di Daraa, manca la zona occidentale della provincia. Si tratta della parte più delicata dell’operazione. Infatti, l’esercito siriano deve avanzare là dove vi sono i confini con il Golan israeliano e dove vi è la presenza della sacca dell’Isis formatasi nel giugno 2015. È soprattutto il primo elemento a destare preoccupazione. Come detto, Israele teme il posizionamento di gruppi legati a Teheran lungo le proprie frontiere ed anche nel mese di luglio ha bombardato obiettivi governativi nella provincia di Daraa.

Secondo alcune fonti, esisterebbe una mediazione russa in grado di assicurare Israele sulla presenza esclusiva dell’esercito siriano lungo i propri confini e questo potrebbe dare il definitivo via libera alle ultime operazioni necessarie a Damasco per la ripresa complessiva di Daraa.

Sia in città, che nella restante parte ancora in mano islamista della provincia, si combatte aspramente con un occhio però rivolto anche alla diplomazia. La speranza, soprattutto per i civili, è che per completare la battaglia di Daraa la politica possa arrivare prima delle armi.

La definitiva presa della città di Daraa

Rimasti intrappolati all’interno dei quartieri meridionali della città di Daraa,  il 12 luglio 2018 gli islamisti e gli ultimi gruppi legati al Sf capitolano nella città capoluogo della provincia più meridionale della Siria.

Il governo, dopo una mediazione curata dalla Russia, raggiunge un accordo con le fazioni ribelli che vengono evacuate nel nord del Paese. Finisce così, dopo sei anni, la battaglia per Daraa città: il centro da cui sono partite le prime proteste nel marzo 2011 è adesso interamente sotto il controllo delle forze di Assad.

Il 12 luglio la bandiera della Repubblica araba siriana viene issata in tutti i punti più importanti di Daraa. La città può adesso pensare alla ricostruzione ed all’assistenza della popolazione civile. Nel frattempo, l’esercito prova a conquistare le ultime sacche islamiste in provincia.

La sconfitta definitiva di islamisti ed Isis

Non solo la provincia di Daraa, ma anche quella di Quneitra è contrassegnata dall’offensiva finale di Damasco nel fronte sud. A partire dalla seconda metà di luglio del 2018, le truppe siriane intensificano gli sforzi per riconquistare gli ultimi territori islamisti lungo i confini israeliani e giordani. 

La vera battaglia inizia il 20 luglio, quando i governativi attaccano la sacca dell’Isis nella valle di Yarmouk, anche grazie ai numerosi soldati ribelli che, una volta sconfitti, decidono di combattere per Assad. Questa volta sono pochi i bus verdi diretti ad Idlib. 

L’Isis si trincera ma l’esercito riesce ad avere la meglio dopo pochi giorni di battaglia. Dopo la conquista di Tasil, la città più importante della sacca, le linee di difesa jihadiste collassano e il 31 luglio le truppe di Assad entrano negli ultimi villaggi ancora occupati dalle bandiere nere. Con la fine di questa battaglia, si chiude di fatto il fonte sud: l’intera provincia di Daraa torna sotto il controllo siriano. 

  • Dario Asso

    Finalmente.potranno pensare a ricostruire,quello che le primavere arabe hanno distrutto,con la complicità di governi corrotti e falsi.Nessuno chiederà scusa,nessuno si prenderà la responsabilità per il torto fatto.Gli sponsor dei terroristi non finanziano più,per il solo motivo che non trovano martiri pronti ad andare a morte sicura.Hanno perso la guerra non vale la pena a perdere più soldi.Della morte se ne fregano.
    Non è ancora finita ma questo sarebbe il finale che mi auguro.

    • Alox2

      Ci hanno provato, forse fra 100 anni si sbarazzeranno del Dittatore…

      • Dario Asso

        Dittatore con la maggioranza dei voti.

      • Mario Marini

        Zerbino di Mc Cain e dei tagliagole

  • Mario Marini

    Spero in una vittoria rapida e, subito dopo la corte penale internazionale metta sotto processo quei criminali di guerra che rispondo al nome di John Mc Cain, Barak Obama, Hillary Clinton e Recep Erdogan