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Sirte, la battaglia finale contro Isis

Da Sirte. Nel rudere di un palazzo in prima linea a Sirte la vampata rossastra di un’esplosione, alle spalle di un manipolo di combattenti che urla vittoriosamente Allah o Akbar (Dio è grande), ci fa ammutolire. Un kamikaze dello Stato islamico si è fatto saltare in aria con una macchina minata. Il sangue è schizzato fin dentro il rudere, che ci protegge dipingendo di rosso il soffitto. E i brandelli umani del suicida ci piombano sulla testa. I carri armati sulla strada, che erano l’obiettivo, sono intatti. I miliziani delle bandiere nere continuano a bersagliarli, inutilmente, con le mitragliatrici. I proiettili sollevano sbuffi di fumo grigio, ma non scalfiscono la corazza. Da quattro mesi 3mila uomini in gran parte di Misurata, ma giunti anche da Tripoli, Zliten, Zwara e altre città, una volta tanto unite, avanzano combattendo casa per casa con l’appoggio aereo americano. Sirte, l’ex roccaforte del Califfo sulla costa libica di fronte all’Italia, è una città spettrale ridotta a un cumulo di macerie. Poche centinaia di jihadisti votati alla morte sono ancora asserragliati nella zona residenziale di Al Jizza e in una striscia del quartiere 3. La spallata finale è questione di giorni. Sirte sarà la prima capitale delle bandiere nere a cadere.

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«Secondo le nostre informazioni uno dei capi tunisini nelle sacche di resistenza si chiama Moez Fezzani. Potrebbe essere lo stesso terrorista collegato all’Italia, anche se lo abbiamo solo intercettato e non sappiamo quale sia il suo volto per identificarlo», spiega il colonnello Ismail Shoukri, comandante dell’intelligence libica nell’area di Sirte. Fezzani, veterano della guerra santa catturato dagli americani in Afghanistan ha vissuto a lungo a Milano. Prima l’abbiamo scarcerato ed espulso nel 2012, poi condannato in secondo grado a 6 anni di carcere per terrorismo, ma stava già combattendo in Siria.

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L’ultima avanzata ha portato alla conquista del quartiere 1 di Sirte, che si affaccia sul Mediterraneo. I vecchi carri armati di fabbricazione sovietica aprono la strada a cannonate alle katibe, i reparti libici che combattono lo Stato islamico. Il tank è piazzato in mezzo a un incrocio a un centinaio di metri dal minareto di una moschea bucherellato dai colpi, che sta in piedi per miracolo. Il cannone si alza lentamente e vomita una vampata rossastra di fuoco sollevando una nuvola di polvere. La granata fa a pezzi la postazione di un cecchino delle bandiere nere.

I combattenti avanzano appiattiti ai muri di cinta della zona residenziale e noi dietro, in mezzo a un fuoco d’inferno. Per passare da un edificio a un altro, evitando di venir colpiti, i libici più nerboruti portano delle mazze per sfondare i muri. E bisogna scalare le pareti più alte con mezzi di fortuna fino ad arrivare a pochi metri dalle bandiere nere.

Un libico anti Isis ci porta a vedere, orgoglioso, il cadavere semi carbonizzato di un miliziano del Califfo. «Forse viene dal Ciad. Ecco la fine che fa chi ci invade. Non permetteremo a nessuno di occupare la nostra terra», spiega Mohammed che parla bene inglese. Questa è un guerra dura e spietata, senza prigionieri.

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I salafiti con i barboni lunghi fino al petto e i baffi rasati non si fanno fotografare, come i talebani. Però vogliono far vedere ai giornalisti che i buoni sono loro e i cattivi quelli dell’Isis, nemici giurati per la supremazia nell’Islam duro e puro.

I combattenti libici sono un’armata Brancaleone: qualcuno porta l’elmetto, altri il giubbotto antiproiettile, ma con i sandali ai piedi. Nessuno indossa un’uniforme uguale all’altro. A ogni battaglia si appiccicano addosso un nastro adesivo di colore diverso, giallo, arancione o rosso per evitare infiltrazioni e il fuoco amico. Non mancano i portafortuna, come una pecorella di pezza o un orsacchiotto di peluche. «I nostri figli vogliono che li portiamo al fronte convinti che ci proteggeranno. A noi ricordano sempre che abbiamo una famiglia e una casa dove tornare», spiegano i combattenti.

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Anas Circassi, giovane, prestante, ben equipaggiato e con il turbante nero, sembra un Rambo islamico. «Noi siamo musulmani, ma i terroristi li combattiamo. L’Isis è un cancro velenoso per il mondo, per l’Islam e per la Libia», sottolinea in prima linea.

In un vicolo sono abbandonati e aggrovigliati uno all’altro tre corpi dei miliziani del Califfo, che cominciano a gonfiarsi sotto il sole. Uno, di pelle molto scura e fattezze diverse, potrebbe far parte della legione di volontari nigeriani di Boko Haram (Occidente è peccato), che combattono a Sirte con le bandiere nere. La scena più incredibile è quella di un furgoncino protetto da corazze artigianali fermo in mezzo alla strada. Sul volante è riverso il corpo di un kamikaze. La spessa lamiera davanti è ridotta a un colabrodo dai proiettili di mitragliatrice pesante. Un cecchino deve aver colpito l’autista suicida prima che si facesse esplodere. Nel cassone sul retro ci sono ancora granate di artiglieria e fili per l’innesco. Nessuno osa toccarlo per timore che salti tutto in aria.

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Dopo 5 ore di battaglia torniamo indietro, ma non è facile. Un combattente di mezza età ci appare davanti come un fantasma. Dal buco di proiettile nella gola il sangue zampilla come una fontana. Si tiene ancora in piedi, ma barcolla. È stato appena colpito. Per un attimo i nostri sguardi si incrociano. Sembra chiederci aiuto, ma la scena ci ha impietrito. Prima che crolli altri combattenti lo sorreggono per trascinarlo all’ambulanza. La mimetica è inzuppata di sangue. E mentre lo caricano sulla barella l’autista urla all’infermiere nel retro «ferma l’emorragia, ferma l’emorragia».

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Per uscire dall’inferno seguiamo un pick up stracolmo di giovani combattenti, che dovrebbe aprirci la strada, ma si infila in un viale battuto dai cecchini. Dei container bucherellati messi di traverso non bastano a proteggerci. I colpi fischiano dappertutto sempre più vicini. Un proiettile colpisce il nostro fuoristrada con un assordante fragore metallico infilandosi nella carrozzeria a fianco del fanalino posteriore. Un’accelerata pazzesca a zig zag in mezzo al viale della morte e siamo in salvo.