Jobar, dove è avvenuto l'attacco chimico del 2013 (LaPresse)

Attacco chimico nella Ghouta:
cosa sappiamo e cosa no

L’attacco chimico della Ghouta è un bombardamento avvenuto il 21 agosto del 2013. Ad essere colpito è il quartiere di Jobar, nella periferia di Damasco. L’episodio è inseribile all’interno della battaglia per la presa della capitale della Siria nell’ambito della guerra civile: Jobar, luogo dell’attacco, era in quel momento sotto il controllo delle sigle ribelli.

La situazione nella Ghouta orientale nell’agosto 2013

La Ghouta è una regione che circonda l’area della capitale Damasco. Si tratta, in particolare, di una zona storicamente vicina geograficamente e culturalmente alla più grande città della Siria, tanto da formare un unico blocco urbano.

Allo scoppio delle prime proteste contro il governo di Assad, nell’ambito delle primavere arabe che tra il 2010 ed il 2011 infiammano il Medio Oriente, Damasco appare una città tutto sommato tranquilla. Quando le proteste, sul finire del 2011, stanno iniziando a trasformarsi in guerriglia e la Siria sta scivolando lentamente in guerra, l’area della Ghouta orientale diventa tendenzialmente ostile ad Assad.

Nelle città di questa regione affluiscono, a partire dai primi mesi del 2012, diversi ribelli che, successivamente, confluiranno nell’Fsa, l’esercito contrapposto a quello regolare. Ma è soprattutto nella città di Douma ed in quelle della parte orientale della Ghouta, che trovano rifugio diversi membri dell’opposizione. Il perché dell’ostilità di una parte della Ghouta orientale al governo centrale, risiede nelle condizioni di disagio economico e sociale vissute da questa periferia damascena, al pari di dispute e divisioni di carattere più propriamente locale.

Douma, Irbin, Harasta ed il quartiere damasceno di Jobar sono diventati già nella primavera del 2012 roccaforti dell’opposizione. A Douma, in particolare, si stanzierà la base del cosiddetto “Esercito dell’islam”, una delle principali sigle legate alla jihad siriana. Da queste località della Ghouta orientale parte, il 18 luglio 2012, l’assalto verso il centro di Damasco. Il mancato sostegno della popolazione capitolina evita però la sconfitta delle truppe di Assad, le quali contrattaccano stabilendo il controllo nelle aree nevralgiche di Damasco. Islamisti ed oppositori rimangono quindi confinati nella Ghouta orientale. Tra le zone in mano ribelli c’è per l’appunto quella di Jobar.

L’attacco chimico

Il bombardamento incriminato avviene nella mattina del 21 agosto 2013. Alcuni razzi centrano una zona residenziale di Jobar, che appartiene al governatorato di Damasco ma è attigua alle zone della Ghouta orientale in mano islamista. In quella stessa giornata, si inizia a parlare di attacco chimico: fonti vicine ai ribelli, fanno riferimento a centinaia di vittime decedute non per le conseguenze delle esplosioni, bensì per asfissia ed avvelenamento da gas tossico.

Massacro di Ghouta 2013 (Wikipedia)

Massacro di Ghouta 2013 (Wikipedia)

Nel giro di poche ore, sul web vengono diffuse immagini di cadaveri avvolti in lenzuoli bianchi e feriti che accusano i classici sintomi di asfissia. A fornire inoltre le informazioni, è soprattutto l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, stanziato a Londra e vicino a fonti locali legate ai ribelli presenti nella Ghouta. Il bilancio più drammatico lo fornisce la tv saudita Al Arabiya, che parla di 350 vittime. Dal canto suo, il governo di Damasco si affretta a smentire l’utilizzo di armi chimiche nella Ghouta orientale, bollando come false le voci diffuse dai ribelli.

Gli Usa pronti ad intervenire dopo l’attacco chimico

Red Line” è il termine maggiormente utilizzato, dopo quel 21 agosto, dal presidente americano Barack Obama nei suoi discorsi. Secondo l’allora inquilino della Casa Bianca, il leader siriano Bashar Al Assad avrebbe oltrepassato la linea rossa per via dell’attacco chimico attuato a Jobar. Per il governo americano, è dunque necessario un attacco contro la Siria per prevenire ulteriori bombardamenti del genere da parte dell’aviazione del Paese arabo.

Dalla fine di agosto fino alla prima decade di settembre, Barack Obama insiste sulla necessità di pianificare un attacco contro le forze di Assad. Al suo fianco si schiera la Francia, il cui presidente François Hollande chiede anche l’istituzione di un’apposita commissione delle Nazioni unite. Lo stesso 21 agosto inoltre, proprio a rimarcare l’immediata attenzione internazionale data all’attacco della Ghouta, si riunisce a New York il consiglio di sicurezza dell’Onu mentre al Cairo si tiene una riunione urgente della Lega Araba.

Il 31 agosto Obama, nel cuore di quella calda mattinata di Washington, a dieci giorni dall’attacco chimico di Jobar, convoca una conferenza stampa: a tutti sembra l’annuncio del via dei raid contro la Siria. Si tratta invece di un discorso nel quale, rimarcando la volontà americana di punire Assad e di considerarlo al di fuori di ogni prospettiva futura di governo in Siria, si afferma il principio secondo cui, prima di iniziare l’azione militare, è necessario il voto del Congresso.

Il ruolo della Russia e l’indietreggiamento di Obama

L’attacco chimico di Jobar segna, sotto il piano politico, il primo vero braccio di ferro tra Russia ed Usa sulla Siria. Mosca è da sempre vicina al Paese arabo, sin da quando Hafez Al Assad negli anni ’60 ha concesso all’allora Unione sovietica il porto di Tartus per la prima base militare russa nel Mediterraneo.

Il presidente russo Putin è dunque sostenitore di Assad e del suo governo: la posizione del Cremlino, pur ribadendo la ferma condanna per ogni tipologia di attacco chimico, si rivela subito molto cauta sulla necessità di bombardare la Siria. Anzi, da Mosca vengono subito lanciati moniti circa l’eventualità di un’azione americana contro Damasco.

Nel settembre del 2013, Putin mette in atto un’importante azione diplomatica volta a creare le condizioni per impedire il via libera di Washington all’attacco contro la Siria. Sfruttando anche la circostanza che vede, proprio in quel mese di settembre, l’organizzazione del G20 a San Pietroburgo, Putin lancia diversi appelli affinché possa essere effettuata, prima di eventuali azioni, un’accurata inchiesta internazionale. Anche il Vaticano esprime vicinanza alla posizione russa sull’attacco chimico di Jobar, mentre l’opinione pubblica di diversi paesi occidentali si è mostrata riluttante all’idea di attaccare la Siria.

Il compromesso trovato per evitare i raid Usa contro Assad, prevede lo smantellamento dell’arsenale chimico dell’esercito siriano e l’ingresso di appositi ispettori delle Nazioni unite per verificare l’effettiva applicazione del piano. Obama, dopo circa tre settimane di pressioni per dare il via libera al raid anti Assad, alla fine fa un passo indietro e l’attacco Usa in Siria salta.

L’ipotesi americana sull’attacco chimico della Ghouta

Come detto in precedenza, sui fatti del 21 agosto 2013 gli Usa attribuiscono da subito ogni responsabilità al governo di Assad: secondo l’amministrazione Obama, il fatto che ad essere colpita sia stata una località sotto controllo dei ribelli, quale Jobar, è in tal senso la prova maestra.

Seguendo la ricostruzione dei vertici americani, il governo siriano avrebbe approvato il bombardamento con l’utilizzo di armi chimiche per demoralizzare ribelli e popolazione. Damasco, quindi – è questo il ragionamento portato avanti da Obama e dai suoi collaboratori che si preparavano all’attacco contro la Siria – voleva stroncare con il bombardamento di Jobar ogni velleità dell’opposizione.

La versione siriana e russa

Di segno diametralmente opposto è ovviamente la ricostruzione del governo siriano e dell’alleato russo. Damasco e Mosca, in primo luogo, cercano da subito di portare la discussione su un piano puramente diplomatico, in modo da far aprire un’inchiesta internazionale prima dell’annunciato intervento Usa.

Secondo il governo di Assad, in particolare, l’attacco chimico a Jobar del 21 agosto 2013 sarebbe opera dei ribelli e le conseguenze, tra le altre cose, potrebbero essere state artatamente amplificate dai media. La Siria dunque, ufficialmente, attribuisce la responsabilità agli islamisti che all’epoca controllavano la Ghouta orientale. Con un esercito governativo in avanzata su molti fronti, compreso quello damasceno, l’unico modo per gli insorti di avere una chance di vittoria nella guerra è quello di portare dalla propria parte la potenza di fuoco degli Usa. Sarebbe stato dunque questo il motivo alla base, sempre secondo Damasco, della messa in opera dell’attacco di Jobar. Come prova di questa tesi, il governo di Assad indica  le fonti di stampa che hanno maggiormente rilanciato l’episodio della Ghouta Est nel mondo: si tratta, in particolare, dell’Osservatorio Siriano sui Diritti Umani e delle emittenti Al Arabiya ed Al Jazeera, enti e canali considerati molto vicini alle posizioni dei ribelli e dei loro finanziatori.

Anche la Russia sostiene che l’attacco chimico di Jobar possa essere stato voluto dagli stessi ribelli per giustificare un raid Usa. Putin, in una lettera indirizzata al New York Times pochi giorni dopo l’attacco, scrive: “Nessuno dubita che il gas Sarin sia stato utilizzato in Siria. Ma ci sono tutte le ragioni per credere che non sia stato impiegato dall’esercito siriano, ma dalle forze di opposizione, per provocare l’intervento [militare]”.

La pista turca di Seymour Hersh

Sono diverse le inchieste indipendenti sull’attacco chimico della Ghouta orientale. Tra queste, spicca quella del giornalista Seymour Hersh, premio Pulitzer del 1970 ed autore del reportage che svelò il massacro di My Lai attuato dagli americani in Vietnam.

Il giornalista, in particolare, parla di presunte responsabilità turche: con Assad in avanzata, anche tra molti sostenitori internazionali dei cosiddetti ribelli si fa avanti l’ipotesi, tra il 2012 e l’inizio del 2013, che per le opposizioni la guerra è ormai persa. Da Ankara, secondo l’inchiesta portata avanti da Hersh diffusa sui media nell’aprile 2014, alcuni apparati dell’intelligence si convincono della necessità di trascinare gli Usa in guerra per ribaltare le sorti del conflitto. La Turchia infatti, ha speso milioni di dollari per armare ribelli e gruppi islamisti in funzione anti Assad.

Dunque, da qui il via per l’operazione che il 21 agosto 2013 porta al bombardamento con armi chimiche sulla Ghouta orientale per mano della stessa opposizione. La Turchia, specifica Hersh nel suo reportage, avrebbe rifornito di armi chimiche le sigle da lei finanziate già nel 2012.

Il vero motivo per il quale Obama avrebbe richiesto, nel discorso del 31 agosto 2013, l’approvazione finale del Congresso prima del via libera ai raid contro la Siria, risiederebbe nel fatto che l’allora presidente si sarebbe accorto della non esattezza delle ricostruzioni fornitegli fino a quel momento e dell’impossibilità di appurare la specifica responsabilità di Assad.

L’ipotesi che porta a Maher Assad

C’è anche una “via di mezzo” tra le ipotesi portate avanti subito dopo la strage di Jobar: in particolare, secondo una ricostruzione effettuata dall’intreccio di dati dei servizi segreti tedeschi, israeliani ed americani, sarebbe sì dimostrata la responsabilità siriana ma non del presidente Assad.

L’attacco sulla Ghouta del 21 agosto 2013 sarebbe partito, secondo quanto intercettato dai tedeschi e confermato poi da agenti israeliani, da una collina di Damasco in mano governativa dove si trovava la postazione della brigata 104 della Guardia Repubblicana e della Quarta divisione dell’esercito. Quest’ultima era comandata da Maher Assad, fratello del presidente Bashar Al Assad. Seguendo le intercettazioni, sarebbero partite in quei giorni diverse chiamate dalla base Quarta divisione verso il palazzo presidenziale in cui, tra le altre cose, si autorizzava un bombardamento con armi chimiche.

Sempre secondo tali intercettazioni, non rese note del tutto comunque anche negli anni successivi, Bashar Al Assad avrebbe più volte dato parere negativo. Dunque, è questo il punto cardine di questa ricostruzione lanciata in primis dalla stampa tedesca, l’attacco del 21 agosto 2013 potrebbe essere stato un’iniziativa di Maher Assad in contrapposizione al parere del fratello presidente.

L’inchiesta del Mit di Boston

Negli Stati Uniti il presidente Obama  deve affrontare gli esiti di un altro rapporto indipendente, quello cioè condotto da alcuni studiosi del Massachusetts Institute of Technology. Secondo i ricercatori del Mit, in particolare, l’ordigno rudimentale presentato dal rapporto Onu sui fatti della Ghouta come l’oggetto con il quale sarebbe stato effettuato l’attacco, non può avere una gittata superiore ai 2 chilometri.

Basandosi su questa indicazione del rapporto delle Nazioni Unite e sulle mappe militari in possesso dal Pentagono, aggiornate al 30 agosto 2013, sembra impossibile che l’attacco chimico di Jobar possa essere partito da territori allora in mano al governo. Questa inchiesta, che ha destato anche diverse critiche politiche contro Obama, è stata pubblicata nel gennaio 2014.

L’inchiesta Onu

Come già detto in precedenza, le Nazioni unite hanno avviato una commissione d’inchiesta sui fatti della Ghouta subito dopo l’attacco del 21 agosto. In quella data, tra le altre cose, una delegazione Onu è presente a Damasco per indagare su altri sospetti attacchi non convenzionali. Lo svedese Ake Sellstrom guida una commissione che, tra i suoi compiti, ha pure quello di accertare l’uso di armi chimiche all’interno del contesto della guerra in Siria.

Non è viene infatti soltanto considerato l’attacco a Jobar del 21 agosto 2013, bensì anche altri episodi simili dove sarebbero state utilizzate armi chimiche: si tratta, in particolare, di quanto avvenuto a Khan Al Asal il 19 marzo, a Saraqueb il 29 marzo, a Sheik Maqsood il 13 aprile, nella Ghouta appunto il 21 agosto, a Bahhriyeh il 22 agosto, ancora a Jobar il 24 agosto ed a Ashrafiah Sahnaya il 25 agosto.

Il rapporto dell’Onu viene ufficialmente presentato il 13 dicembre 2013: nella premessa, come specificato dall’allora segretario Ban Ki-Moon, si specifica che il lavoro ha come obiettivo di accertare l’uso di armi chimiche ma non i responsabili del loro utilizzo.

Anche per questo motivo, sfogliando le pagine del rapporto, appare impossibile scovare responsabilità tra esercito regolare e ribelli.  I risultati dell’attacco del 21 agosto si trovano a pagina 44 del rapporto: si evince che in quel giorno la Ghouta viene colpita nelle località di Jobar, Moadamiyah e Zamalka. L’attacco incriminato è quello su Jobar e Zamalka, dove l’uso di armi chimiche viene effettivamente accertato. Non ci sono tuttavia riferimenti espliciti e particolari che possano ricondurre a chi, tra gli attori in causa nel conflitto, abbia bombardato utilizzando gas sarin.

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Jobar, assieme al resto della Ghouta orientale, è tornata in mano governativa quasi cinque anni dopo l’attacco chimico. Nell’aprile del 2018, infatti, il governo di Assad riesce a riprendere tutti i sobborghi periferici della capitale ancora occupati dai ribelli. Oggi in quel quartiere non si spara più, muri improvvisati e filo spinato sono stati tolti: pur tuttavia, è passato troppo tempo per poter tornare sui luoghi dell’accaduto ed accertare cosa realmente sia successo in quel maledetto agosto del 2013.