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Kosovo, tra i soldati italiani

L’Italia è in prima linea in Kosovo sin dall’inizio dell’intervento armato nel Paese, avvenuto nel giugno del 1999, ed è tra le principali nazioni che intervengono nella missione “Kosovo Force” (KFOR) con circa cinquecento militari di tutte le Forze Armate. Gli sforzi dell’intera missione sono molteplici e rispondono a mandati di deterrence presence, ovvero sono operazioni coordinate con le autorità locali e altre organizzazioni internazionali rivolte a garantire un ambiente sicuro, la completa libertà di movimento per le diverse etnie che abitano il Paese, formare le capacità locali e supportare la comunità internazionale. La leadership di KFOR è stata affidata nel settembre 2016 al Generale di Divisione Giovanni Maria Fungo.

Gli obiettivi dei soldati italiani del Multi National Battle Group West (MNBG-W) sono rivolti principalmente alla salvaguardia del Monastero di Visoki Dečani e al controllo del ponte della città di Mitrovica, uno dei simboli più forti della divisione interetnica tra i serbi e gli albanesi presenti in Kosovo. Installate sul fiume Ibar nel 2001, le capriate d’acciaio del New Bridge di Kosovska Mitrovica separano ancora oggi la parte nord serba da quella meridionale abitata invece da kosovari albanesi.

La protezione e la salvaguardia del Monastero di Visoki Dečani rappresenta uno dei task più importanti della missione Nato in Kosovo. Qui i militari italiani presidiano giorno e notte l’edificio, la vita che si svolge all’interno e sono i primi risponditori in caso di minaccia.

Il Ten. Col. Giuseppe Cannazza del Battaglione di Manovra del MNBG-W specifica che a Dečani è al lavoro un «dispositivo di sicurezza che si articola in una parte statica consistente in una serie di punti di osservazione e di controllo dislocati in luoghi chiave intorno all’edificio e in una componente dinamica che invece opera attraverso il pattugliamento degli itinerari di accesso al sito religioso».

Dalla fine della guerra nel 1999, centinaia di luoghi di culto serbi ortodossi sono stati distrutti o gravemente danneggiati. La necessità di attivare un dispositivo militare volto alla salvaguardia del Monastero sorse nel 2004, quando le frange terroristiche albanesi rasero al suolo decine di luoghi di culto serbi in tutto il Paese.

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Monastero di Visoki Dečani, Kosovo. L’ingresso dell’aerea presidiata da KFOR.

Oltre a quella albanese, le minacce per questo luogo di culto non giungono solo dai nemici storici. A questo proposito, la parola spetta a Padre Sava Janijc, egumeno del monastero e massima autorità della chiesa ortodossa serba in Kosovo: «La missione e il ruolo di KFOR qui sono estremamente importanti per noi in quanto abbiamo molti problemi di sicurezza con i locali, con i kosovari albanesi, e con altre infiltrazioni esterne. Alcuni mesi fa, ad esempio, quattro estremisti islamici sono stati arrestati proprio davanti l’uscio d’ingresso. Il pericolo e le minacce per il monastero sarebbero enormi, ma grazie a KFOR questo posto riesce ad accogliere molti turisti da Cina, Israele, Turchia e altri paesi di tutto il mondo. Il dispositivo di sicurezza italiano protegge questa bellezza, al fine di garantire la pace a lungo termine. E proteggendo questi luoghi che sono simboli di molte etnie, di storia, di arte, KFOR sta assicurando che il futuro di questa regione non sarà la scomparsa della popolazione cristiana e di questi bellissimi luoghi».

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Padre Sava Janijc dinanzi il monastero.

«KFOR è una missione che guarda molto non solo agli aspetti operativi, ma anche al sostegno e al supporto della popolazione locale» afferma il Generale di Divisione Giovanni Maria Fungo, rimarcando l’importanza strategica dei progetti di cooperazione civile-militare (CIMIC).

Le forze di sicurezza dislocate lungo tutto il territorio si fanno carico di fornire supporto alle diverse necessità incontrate dalla comunità kosovara, con particolare attenzione alle urgenze delle minoranze serbe che vivono sparpagliate nelle enclave. Qui i serbi abitano in villaggi composti da poche centinaia di persone: avendo poche risorse, non sono autosufficienti e necessitano di diverse forme di aiuto.

Durante l’inverno il sobborgo di Orahovac viene letteralmente seppellito dalla neve. La circolazione di mezzi e persone è gravemente ostacolata dalle condizioni climatiche avverse.

«La stagione invernale è sempre molto problematica per noi. Diventa impossibile fare qualsiasi tipo di spostamento. Il ghiaccio e le abbondanti nevicate rendono molto difficoltoso l’accesso ai servizi. Possiamo contare sulla missione che ci aiuta con le cure mediche e consegnando materiale scolastico per i bambini».

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Enclave di Orahovac, Prizren, Kosovo. Ružica Stojanovic e il piccolo Sasa nel cortile dell’asilo.

Ružica Stojanovic lavora come educatrice nel nido dell’enclave. Il mercoledì pomeriggio si sposta nel centro clinico installato accanto all’asilo e offre il suo aiuto volontario all’equipe di medici della missione. Almeno una volta a settimana il personale del MNBG-W, un gruppo eterogeneo di specialisti provenienti dalle file dell’Esercito italiano, sloveno e austriaco svolge attività clinica in favore della popolazione locale, distribuisce farmaci e beni di prima necessità.

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Orahovac, Prizren, Kosovo. Un medico italiano durante una visita medica nella clinica.

Il controllo del territorio e la presenza dei soldati nei luoghi sensibili del Kosovo gioca un ruolo decisivo per l’equilibrio del Paese. La calma apparente del Kosovo nasconde tensioni e animosità che continuano a serpeggiare silenziosamente tra le diverse etnie, come dimostrano alcuni recenti fatti di cronaca raccontati da il Giornale.

«Abbiamo una fitta rete di monitoraggio che si basa sulle forze che sono giornalmente sul terreno e che ci consente di valutare qual è la progressione verso la normalizzazione dell’area» specifica il Generale Fungo. «Tra queste spicca un’unita innovativa che è il Joint Regional Detachment Centre, piccole pattuglie di soldati armati in maniera leggera che vanno in giro e tastano il polso della situazione sociale. A me piace definirli come “assistenti sociali militari” in quanto mi restituiscono la sensazione di quali sono le esigenze e le problematiche reali della popolazione a prescindere da quello che è riportato sui media o da ciò che viene discusso negli ambienti politici e amministrativi».

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Istok, Kosovo. Un “Lince” del MNBG-W durante un’operazione di pattugliamento in una zona abitata dalla minoranza serba.

In uno Stato cuscinetto in cui l’informazione – vera o falsa che sia – viene travisata o strumentalizzata per fini politici e propagandistici, essere sul territorio rappresenta il miglior modo per valutare la situazione e garantire quella necessaria deterrenza che è ancora richiesta.

Pattugliare e controllare gli obiettivi sensibili non significa solo attivare una macchina di protezione per un luogo di culto o per un evento pubblico nella capitale, significa anche controllare le abitazioni delle minoranze che ricevono minacce, per raccontare alla popolazione locale che l’alleanza è sempre lì per loro ed è in grado di esercitare tutte le opzioni operative che possono essere richieste.

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Istok, Kosovo. La fotografia mostra l’immagine ottenuta attraverso un visore notturno utilizzato durante il pattugliamento di una zona della città dove risiede la minoranza serba.

  • bruno

    prima abbiamo fatto la guerra alla Serbia poi abbiamo creato un aborto giuridico come il Kosovo poi andiamo a difendere i serbi che sapevano benissimo difendersi da soli se non fossero stati bombardati dalla NATO complimenti alla politica estera italiana