Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman attends the Future Investment Initiative FII conference in the Saudi capital Riyadh on October 24, 2018. - The summit, nicknamed "Davos in the desert", has been overshadowed by growing global outrage over the murder of a Saudi journalist inside the kingdom's consulate in Istanbul. (Photo by GIUSEPPE CACACE / AFP)

Dopo l’omicidio di Khashoggi
Bin Salman rischia di saltare

Robert Baer ha trascorso 21 anni come agente operativo della CIA, gran parte del quale in Medio Oriente. È autore di sei libri, tra cui “See No Evil: The True Story of a Ground Soldier in the CIA’s War on Terrorism” e “Sleeping With the Devil: How Washington Sold Our Soul for Saudi Crude.”

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Ora che è stato confermato che l’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi, è stato premeditato e, senza fare menzione di quanto sia stato eseguito a sangue freddo, bisogna ora capirne il motivo, e dal perché bisogna arrivare alla domanda ancora più importante su cosa significhi per la stabilità saudita.

Prima di tutto, si deve considerare che quello degli omicidi extragiudiziale non è il modus operandi saudita. I sauditi che si oppongono al re, tradizionalmente venivano incarcerati a vita. Se si trattava di reali, invece di una cella la prigionia era una gabbia dorata, dove erano costretti a stare senza internet né telefono. Si potrebbe cadere nella tentazione di considerare l’assassinio di Khashoggi come qualcosa d’inspiegabile, un improvvisato impulso omicida dell’inesperto, impetuoso, decontestualizzato Principe Muhammand bin Salman, nome che viene abbreviato con l’acronimo MbS. Ma questa interpretazione non terrebbe conto di quanto si agita dietro le quinte saudite.

Il segretario alla Difesa James Mattis, per esempio, sembra preoccupato per la faccenda. Recentemente in Bahrain ha dichiarato che l’assassinio di Khashoggi ha il potenziale di destabilizzare il Medio Oriente. Anche se non si esporrebbe mai nel dirlo in modo esplicito, immagino che stia domandando se il regno saudita è sull’orlo dell’abisso. Anche senza l’assassinio di Khashoggi, un dittatore 33enne, patologicamente sospettoso, che possiede il potere di mettere a ferro e fuoco l’economia mondiale attraverso la chiusura del rubinetto del petrolio, non è un pensiero tranquillizzante per nessuno, neanche per i ben pensanti difensori dei Sauditi.

In ogni caso, chiunque abbia una minima comprensione di come viene gestito il Regno oggi sa che non può essere stato nessun altro ad ordinare l’omicidio di Khashoggi se non MbS. MbS è un despota che non tollera operazioni non autorizzate. Non che l’Arabia Saudita accuserà mai Mbs o lo estraderà in Turchia i 18 capri espiatori che i sauditi hanno arrestato. Anzi, i sauditi non risponderanno nemmeno alle richieste più semplici, ovvero lo spiegare cosa hanno fatto del corpo. Tutto ciò ci lascia, come al solito quando si tratta dell’Arabia Saudita, con un’analisi dettagliata.

Un contatto saudita, affidabile e particolarmente addentro, mi ha avvertito che sarebbe un errore guardare all’omicidio di Khashoggi come la semplice operazione per far zittire un oppositore. Invece, è più preciso inquadrarlo come la liquidazione da parte di MbS di un uomo che il principe considerava un traditore. Nell’oscuro mondo della politica tribale dell’Arabia Centrale questo ha un senso se si tiene conto che c’è una guerra civile in corso per l’islam sunnita, una guerra che sta trascinando l’Arabia Saudita nella peggiore crisi politica dei suoi 86 anni di governo. Da una parte c’è l’Arabia Saudita, dall’altra la Turchia. Semplificando, questa lotta equivale alla secolare battaglia tra i wahhabiti, dalla linea dura, e gli Ottomani più moderati. A peggiorare la situazione, all’interno della guerra saudita-turca c’è una guerra civile molto più crudele tra cugini tribali: la tribù degli Shammar, predominante in Arabia Saudita, contro i cugini Shammari che regnano in Qatar. È questo che ha indotto i sauditi all’embargo del Qatar, e ora minaccia di creare un solco tra loro e il Qatar, che verrebbe isolata. Questo è già abbastanza grave ma non l’aspetto più preoccupante di tutta questa faccenda.

Aggiungendo benzina sul fuoco, i nemici giurati dell’Arabia Saudita, i Fratelli Musulmani e l’Iran si sono schierati con la Turchia e il Qatar. A ragione o no, la maggior parte dei capi arabi vedono il presidente turco Erdogan e il suo partito Akp come Fratelli musulmani decisi a rimuovere l’Arabia Saudita e gli sceicchi del Golfo e sostituirli con un califfato ispirato alla Fratellanza araba. Non c’è bisogno di dire che paure degli arabi del Golfo sono infondate. Per esempio, sanno bene che la Turchia ha segretamente ospitato incontri tra Islah (i Fratelli Musulmani dello Yemen) e l’intelligence iraniana. Potrei andare avanti, ma il punto è che quando inizi a dare un’occhiata più da vicino a questo garbuglio di risentimenti sauditi, inizi a capire cosa ha mandato Mbs fuori di testa fino ad ordinare l’omicidio di un editorialista del Washington Post.

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Non importa che nessuno abbia fornito un briciolo di prova che Khashoggi abbia cospirato attivamente con Turchia, Qatar o Fratelli Musulmani contro Al Saud. Per MbS, un despota immaturo che è mosso solo dall’intuito e dalla paura, le prove non contano. È stato sufficiente che Khashoggi avesse frequentato con noncuranza dei nemici, veri o presunti, di Mbs per segnare il suo destino. Antichi codici di giustizia tribale possono sembrare strani per noi ma non per MbS. La vera e unica parte inspiegabile di tutta questa faccenda è come Khashoggi non si sia reso conto che avvicinarsi in qualche modo agli assassini di Mbs fosse una pessima idea.

È abbastanza preoccupante che la Turchia e l’Arabia Saudita siano bloccate in una guerra civile non dichiarata, ma è anche peggio per la stabilità saudita perché MbS è sulla buona strada per far esplodere i due pilastri del potere di Al Saud: il governo per consenso reale e il sistema clericale wahhabita. Non solo MbS ha deposto due eredi alla corona che si frapponevano fra lui e il trono, ma è anche completamente escluso dai consigli di stato di ogni principe con minima esperienza o buon senso. Si può dire quello che si vuole su Al Saud, ma è la loro conoscenza collettiva che ha permesso all’Arabia Saudita di resistere per così tanto tempo senza subire colpi di Stato (una sola eccezione si registra nel 1964, quando la famiglia decise che Re Saud non era più competente e, grazie al consenso della famiglia, lo sostituì con suo fratello Faysal). Per quanto riguarda i wahhabiti, potrebbero non piacerci ma hanno servito in modo affidabile per legittimare gli Al Saud. Senza di loro, Al Saud sarebbe solo un’altra famiglia reale mediorientale disfunzionale, una stirpe che non se la passa poi molto bene oggigiorno.

E Mbs non ha tradito solo il consenso reale e i wahhabiti. Ha fatto anche tutto il possibile per umiliare e annientare le tribù dell’Arabia Saudita che hanno ancora un certo rilievo quando, il 4 novembre 2017, ha fatto arrestare il comandante della Guardia Nazionale, Mut’ib bin ‘Abdallah, figlio del re Abdallah. Questo è stato particolarmente allarmante per gli osservatori sauditi perché la Guardia Nazionale, una sorta di leva tribale, è equivalente grosso modo a una guardia pretoriana, e allo stesso tempo un attore indipendente il cui favore i re sauditi hanno tradizionalmente evitato di alienare. Aggiungete il fatto che la Guardia Nazionale a quanto si dice, sta registrando gravi perdite nella maldestra guerra di Mbs in Yemen, e avrete un’idea di quello che MbS sta combinando mettendo a rischio la stabilità dell’Arabia Saudita.

Considerando gli imprevedibili e intricati meccanismi interni all’Arabia Saudita, prevedere ciò che succrderà è sempre incerto. Lo scontento della Guardia nazionale – o dell’esercito – può spingere all’azione, o forse no. Anche se è una possibilità remota, MbS potrebbe essere capace di trasformare il Regno in una dittatura come l’Iraq di Saddam Hussein. Ma più probabilmente re Salman sostituirà MbS per salvare l’Arabia Saudita. Speriamo in quest’ultima ipotesi.