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Karachi adesso cerca il lusso

Karachi. Quando arriva la notizia dell’attentato di Barcellona, a Karachi sono da poco passate le 20. Mi trovo nella hall di un grande albergo internazionale, al bar, a provare l’ebbrezza reminiscente di poter fumare in un luogo pubblico. Mi guardo intorno. I miei vicini occidentali, locali, gente di tutto il mondo tacciono guardando le immagini in televisione. All’ingresso, metal detector, guardie con il mitra, dito sul grilletto; tutto intorno all’albergo, sui tetti, tiratori scelti dell’esercito (lì vicino c’è anche la casa del Chief Minister) con i fucili di precisione. Non è per paura del terrorismo, mi viene detto, «è che questa è una città violenta».

Dopo l’Indonesia, il Pakistan è la più grande repubblica islamica del mondo, e l’unica che ha la bomba atomica. «Paese amico» degli Stati Uniti, sta affidando la propria economia alla Cina, unica grande potenza che non abbia due sbocchi al mare: la grande autostrada e l’immenso porto di Gwadar, che i cinesi stanno costruendo, permetterà di unire l’Oceano Indiano alle regioni della Cina Occidentale. Segni di ricchezze immense spuntano qua e là in mezzo a una miseria diffusa, nella sterminata città con 24 milioni di abitanti si fatica a distinguere il centro dalla periferia, accampamenti sterrati in mezzo ai grattacieli. È difficile vedere altro dai vetri oscurati di un van corazzato, seguito da una specie di autoblindo con altre guardie armate.

Eppure il Pakistan è un grande mercato e la nostra rappresentanza diplomatica ambasciatore a Islamabad Stefano Pontecorvo, console a Karachi Gianluca Rubagotti stanno facendo un intenso lavoro nel settore commerciale, con l’incremento di oltre il 50 per cento degli scambi bilaterali lo scorso anno, e un ulteriore aumento nei primi mesi del 2017. Vogliono far capire agli imprenditori italiani che, con le dovute cautele, si può venire a fare business qui, un mercato con oltre 200 milioni di abitanti, in costante crescita, e che ha bisogno della tecnologia e delle esperienze dell’Italia. C’è stata da poco una «missione di sistema», con il sottosegretario allo Sviluppo Ivan Scalfarotto e oltre 50 imprese, un’altra con oltre 30 italiani del settore macchine tessili, lo scorso aprile, senza problemi di sicurezza.

Il console Rubagotti, dinamico bresciano, ha invitato il direttore delle relazioni internazionali dell’Anica, per i rapporti con «Lollywood», la frenetica cinematografia pakistana, e me, per lanciare fra gli operatori turistici il lago di Garda. I pakistani benestanti hanno cominciato a girare il mondo, come i russi anni fa, ma vanno solo a Venezia, Milano, Roma, hanno bisogno di nuove mete. Tengo una conferenza – sulle meraviglie del Garda, di GardaMusei e del Vittoriale – a più di cento fra tour operator e giornalisti. Il giorno dopo gli articoli fioccano, non sono molti i promotori del turismo in Italia, qui. Passo un’altra giornata in incontri Business to Business (orrendamente detti B2B), ovvero faccia a faccia con singoli imprenditori e giornalisti. Incontri professionali, come ne puoi avere in qualsiasi parte del mondo.

Poi, incontri più suggestivi. Un capo tribù, raffinato docente universitario, che si indaffara oltremodo per procurare due turbanti da portare ai miei bambini e mi spiega in cosa consiste il ruolo di un capo tribù: «Un uomo aveva ucciso il proprio asino con una fucilata, e voleva dall’altro il risarcimento: perché l’aveva ucciso per sbaglio mentre l’altro stava sodomizzando l’animale. Ho condannato il sodomizzatore a pagare 1500 dollari, e gli ho detto: Vedi? La prossima volta, con 1500 dollari, vai in Thailandia e sfogati lì». Il capo tribù controlla 20.000 voti, e rappresenta bene le due anime del Paese.

Vengo ricevuto nell’opulenta casa di una ricchissima signora, che ha convocato le amiche con figli in età da matrimonio. C’è chi spende un milione di euro per le nozze. Volete sposarvi al Vittoriale degli Italiani, volete sposarvi sul Garda?, guardate che meraviglie. Le elegantissime signore si incantano, fra frotte di servitori che servono champagne. Sarebbe proibito, ma l’alcool gira liberamente fra i ricchi, anche se nei ristoranti di lusso bisogna portarlo da casa, ben avvolto di carta. Whisky a fiumi pure nella casa di un regista importante, per la sua festa di compleanno. Belle donne e spirito mondano, una festa che potrebbe benissimo essersi svolta a Londra o New York. Ma, per le strade, quasi tutte le donne portano il velo in testa, altre il niqab e il burqa.

Una cena ufficiale inizia due ore dopo l’attentato di Barcellona. Racconto il mio strazio: scelsi quella rambla per passare il capodanno del 2000, all’inizio di un millennio che prometteva una pace rotta poco dopo, l’11 settembre 2001, chi sa ancora per quanto. La risposta è qualche lieve scuotimento di teste (molte di più si girano altrove), e un rapido cambio di argomento. Un giornalista mi spiega poi, in privato, che in Pakistan sono costretti a confrontarsi con la minaccia terroristica talebana da più tempo e con più vittime di noi. E che quando ci furono, a poca distanza l’uno dall’altro, l’attentato a Charlie Hebdo e alla scuola militare nel nord del Pakistan, hanno constatato nei media occidentali una reazione diversa fra un attacco con un numero limitato di morti e una carneficina di ragazzi (oltre 150 morti, di cui 125 studenti). Molti hanno tratto l’ovvia conclusione che per l’Occidente un morto europeo vale più di 10 ragazzi pakistani.

L’impressione è che temano l’integralismo quanto noi, ma che ce la dobbiamo cavare da soli, che non porranno alcun controllo alle migliaia di pakistani che ogni anno chiedono il visto per l’Italia: attualmente ne ospitiamo 180.000, secondo le cifre ufficiali. Soprattutto si ricava la sensazione che, nelle loro teste, dobbiamo ancora scontare il colonialismo antico e il nuovo imperialismo economico: che ce la siamo voluta, insomma. Un’impressione confermata quando all’aeroporto, per il volo di ritorno, mi trovo per ore in mezzo a pakistani simili a me – che partono per turismo o affari, e centinaia di donne in burqa con i loro uomini, avvolti in asciugamani bianchi, come deve fare chi va in pellegrinaggio alla Mecca. Due mondi che fingono di ignorarsi se no si guarderebbero in cagnesco e che convivono in un equilibrio fragile e delicato. La speranza è che non tocchi anche a noi, presto, doverlo affrontare.

Giordano Bruno Guerri @GBGuerri