Afghanistan's presidential election candidates Abdullah Abdullah, left, and Ashraf Ghani Ahmadzai, right, hug after signing a power-sharing deal at presidential palace in Kabul, Afghanistan, Sunday, Sept. 21, 2014. Afghanistan's two presidential candidates signed a power-sharing deal Sunday, capped with a hug and a handshake, three months after a disputed runoff that threatened to plunge the country into turmoil and complicate the withdrawal of U.S. and foreign troops. (AP Photo/Massoud Hossaini)

Kabul, una poltrona per due. Il presidente non basta

Kabul – Kabul ha un nuovo presidente, il pasthun Ashraf Ghani. Alla fine i due litiganti, che si contendevano la poltrona dopo le discusse elezioni del 14 giugno, hanno partorito un accordo all’afghana. 

Una spartizione del potere per evitare che la parola passi alle armi con un colpo di stato o addirittura una nuova guerra civile sotto gli occhi della Nato che si sta ritirando. Dopo tre mesi di duro braccio di ferro sul risultato del voto gli acerrimi rivali, Ghani ed il tajiko Abdullah Abdullah, si sono abbracciati davanti alle telecamere suggellando un patto per un governo di unità nazionale.

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Ghani è stato proclamato presidente dell’Afghanistan ed Abdullah nominerà se stesso o con maggiore probabilità un suo uomo all’inedita figura di chief executive , una specie di primo ministro. Peccato che questa carica non esista nell’ordinamento afghano e sia stata inventata ad hoc per superare lo stallo. A Kabul lo chiamano ufficialmente Ceo, praticamente l’ «amministratore delegato» del nuovo governo, che secondo la Costituzione è guidato dal capo dello stato. Adesso sarà affiancato dal Ceo, che assomiglia da vicino alla figura di un premier.

Un sotterfugio all’afghana, che ha evitato il peggio, per ora. A Kabul circolavano insistenti voci di colpo di stato e dal Nord, Mohamed Atta, governatore vicino ad Abdullah minacciava di prendere le armi per staccarsi dal resto del Paese.

Per la successione al presidentissimo Hamid Karzai, al potere dalla caduta dei talebani, l’Afghanistan aveva aperto le urne in aprile con una pletora di candidati. Al primo posto, con il 45% dei voti, si era assestato Abdullah, eterno leader di scorta dei tajiki, la seconda etnia del Paese orfana di comandanti leggendari come Ahmad Shah Massoud. Alle sue spalle il tecnocrate, Ghani, ex ministro delle Finanze coccolato dagli occidentali in quanto pasthun, maggioranza della popolazione e serbatoio etnico dei talebani. Al ballottaggio del 14 giugno il risultato si è ribaltato, ma sono scattate subito accuse reciproche di brogli. Un lungo riconteggio di 8 milioni di voti si trascinava da tre mesi. Il distacco a favore di Ghani si è accorciato dimostrando che i brogli hanno favorito di più il nuovo presidente, che il suo rivale. Non a caso, ieri, la commissione elettorale, che lo ha proclamato vincitore, si è ben guardata da indicare il numero di voti validi.

Abdullah non ha mollato l’osso neanche dopo l’intervento degli americani preoccupati per la mancata firma dell’accordo sulla sicurezza con Kabul, che permetterà di mantenere qualche migliaio di uomini in Afghanistan dopo la conclusione della missione Nato a fine anno.

Alla fine il braccio di ferro si è risolto con la spartizione del potere e l’invenzione del Ceo, che assieme al presidente nominerà i ministri e tutte le alte cariche del Paese, compresi i governatori. Il «capo esecutivo» dovrebbe anche gestire il lavoro quotidiano del governo comunque presieduto da Ghani.

Un compromesso, che solo rimanda i problemi delle rivalità politiche ed etniche del paese con lo spettro della rivincita talebana in vista del ritiro della missione Nato a fine 2014.

A Kabul, Maruf Marzi, faccia da bravo ragazzo, non ha dubbi. «La gente non ne poteva più di questo tira e molla. Speriamo che l’accordo sul nuovo presidente ci porti fuori dal tunnel – spiega senza peli sulla lingua – I veri problemi sono la sicurezza e la disoccupazione. Senza lavoro noi giovani o ce ne andiamo dall’Afghanistan o imbracciamo le armi».