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Jihadismo e islamismo politico

Oggi si sente molto parlare di “infiltrazione jihadista” e di foreign fighters di ritorno dal fronte siriano, un fenomeno di indubbio e serio pericolo; poca attenzione è però incanalata nei confronti di un’altra tipologia di infiltrazione, quella legata all’islamismo politico, anch’esso radicale ma dalle modalità di inserimento più subdole.

Troppo spesso infatti si tende a considerare come pericolo esclusivamente ciò che viene definito “terrorismo”, tollerando invece gruppi attivi in una propaganda ideologico-dottrinaria radicale silenziosa, non sconfinante nell’estremismo violento e diretta con modalità di stampo quasi settario, con un programma a medio-lungo termine.

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Del resto non dobbiamo dimenticare che il terrorismo è soltanto un modus operandi, una scelta operativa alla cui base vi è comunque un’ideologia di stampo radicale. Nel caso dell’Islamismo politico radicale, ne possiamo individuare la presenza in Europa già a metà del XX secolo.

Facciamo un passo indietro: nel 1970 l’ex presidente bosniaco, Alija Izetbegović, fondatore assieme ad alcuni “confratelli” di un gruppo denominato Mladi Musulmani (Giovani Musulmani. 1939) e ispirato all’ideologia dei Fratelli Musulmani egiziani, pubblicava un documento intitolato “La Dichiarazione Islamica”, un lavoro che contribuiva a dargli una fama da fondamentalista islamico.

Nel testo non viene mai nominata la Bosnia ma piuttosto la creazione di una comunità islamica omogenea dal Marocco all’Indonesia, dall’Africa tropicale all’Asia centrale. In alcuni passaggi piuttosto controversi, egli dichiara che nella storia non vi sono movimenti religiosi islamici che non sono contemporaneamente anche politici, che “non ci sarà mai pace né coesistenza tra la fede islamica e le istituzioni politiche e sociali non islamiche” e che “il movimento islamico può e deve impadronirsi del potere politico perché è moralmente e numericamente così forte che può non solo distruggere il potere non islamico esistente, ma anche crearne uno nuovo islamico”.

L’ex presidente Bosniaco affermava però che: “L’ordine islamico si può realizzare soltanto nelle nazioni in cui i musulmani rappresentino la maggioranza della popolazione. Senza questa premessa sociale, l’ordine islamico si riduce a mero potere”.


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Secondo quanto illustrati da Izetbegovic nella sua “Dichiarazione Islamica” dunque, “il movimento islamico può e deve impadronirsi del potere politico”, in quanto per l’Islam religione e politica sono inseparabili. Le modalità non sono però quelle violente, non sono improntate sul jihad violento, ma su un altro tipo di jihad, quello dell’infiltrazione politica, sociale e mediatica.

Un concetto più che mai attuale visto che proprio Tariq Ramadan poche sere fa a Milano ha parlato proprio del “jihad della comunicazione”.

La giornalista Cristina Giudici l’ha ben documentato: “Ramadan ha spiegato che i musulmani europei, soprattutto giovani e donne, devono esporsi, far sentire la propria voce, entrare nei consigli comunali, diventare sindaci…Bisogna fare un jihad della comunicazione”, ha detto Ramadan per incoraggiare tutti i fratelli ad essere presenti in modo capillare ovunque. E in modo trasversale in tutti i partiti in tutta Europa”.

Infiltrazione politica e mediatica dunque, nell’attesa che i musulmani aumentino? Plausibile e non è certo un caso che nel frattempo l’Islam politico è molto attivo nei centri islamici italiani; nuove sale di preghiera vengono aperte con fondi provenienti dal Golfo; esponenti dell’Islam politico e sovrani transitano per le comunità islamiche e viene preparato il terreno dottrinario e ideologico per tutti coloro che frequentano i centri di una determinata area islamista che punta all’egemonia comunitaria e al riconoscimento istituzionale.

Se poi la dottrina è quella di Hassan al-Banna, Sayyd Qutb, Yusuf Qaradawi e Muhammad Ibn Abd al-Wahhab, allora il fenomeno diventa preoccupante.

Del resto è un fuoriuscito dei Fratelli Musulmani, Mohammed Louizi, ex Presidente dell’organizzazione Etudiants Musulmans de France, ex membro del Forum delle Organizzazioni Giovanili e Studentesche Europee (FEMYSO) di cui fanno parte anche i Giovani Musulmani d’Italia (GMI) a spiegarlo nel suo libro “Pourquoi j’ai quitté les Frères musulmans”.

Louizi, che ha lasciato i suoi incarichi denunciando il progetto globale della Fratellanza, ha illustrato come l’organizzazione opera in Europa con lo scopo, a lungo termine, di introdurre e imporre la propria narrazione islamista in ciascun paese europeo. Questa operazione si chiama tawtin, ovvero “diventare cittadini, integrarsi”, e viene attuata con la costruzione di moschee, acquisizioni immobiliari, la costruzione di scuole private, l’indottrinamento.

Il tawtin è però soltanto una tappa, un obiettivo territoriale che porta al tamkin, l’obiettivo finale, il dominio della “legge di Allah”, secondo interpretazione degli islamisti dei Fratelli Musulmani, sull’Europa.

È dunque plausibile ritenere che l’islamismo dei Fratelli Musulmani sia un argine al radicalismo? Probabilmente no. Non è un caso che negli anni ’90, durante la guerra di Bosnia, Alija Izetbegovic, ideologicamente legato al panislamismo della Fratellanza, aprì le porte a migliaia di sanguinari jihadisti arabi di ritorno dalla guerra afghana contro i sovietici, tutti personaggi che non potevano far ritorno nei propri paesi d’origine come Egitto, Arabia Saudita, Algeria, perché considerati un pericolo per la stabilità dei rispettivi regimi. Tra i nuovi “ospiti” in suolo bosniaco figuravano diversi esponenti della Fratellanza egiziana ma anche molti qaedisti e membri della Gamaa al-Islamiyya. Tra i nomi più noti troviamo Ayman e Muhammad al-Zawahiri, Usama Bin Laden (al quale venne concessa la cittadinanza bosniaca), Abu Maali e Anwar Shaban.

È vero che Alija Izetbegovic dichiarò di essersi limitato a “tollerare” la presenza di tali personaggi, consapevole che sarebbero diventati un problema; intanto però tra il 1992 e il 1993 nasceva l’unità “el-Mudzahid”, composta in prevalenza da jihadisti arabi e resasi nota per crimini e violenze nei confronti di miliziani e civili. Una presenza tra l’altro malvista anche dagli stessi musulmani bosniaci che non condividevano l’ideologia radicale di tali personaggi.

Fu poi proprio Abu Maali, in un’intervista a una rivista jihadista nel 2005, a spiegare come Izetbegovic fosse noto come ideologo e difensore del panislamismo anche all’estero.

Insomma, forse sarebbe utile anche andare oltre il rischio dei jihadisti di ritorno dal fronte siriano per analizzare altri aspetti che sono invece silenziosamente (ma non troppo) impiantati in suolo europeo da lungo tempo. Non è certo un caso che nel 2003 un verdetto della Corte Suprema russa mise al bando una serie di organizzazioni islamiste, tra cui i Fratelli Musulmani, accusati di aver coordinato e supportato i jihadisti di Amir Khattab in Caucaso.