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L’Isis si risveglia in Libia,
Tripoli di nuovo sotto attacco

Lo Stato islamico si risveglia in Libia e prova a colpire di nuovo Tripoli. Le autorità della capitale libica hanno ordinato l’evacuazione del ministero degli Esteri, già colpito lo scorso 25 dicembre da un attacco armato, e delle torri Dhat al-Imad. La notizia è stata riportata per prima dal sito libico The Address, che si ritiene vicino al generale della Cirenaica Khalifa Haftar.

I media libici riportano diverse informazioni da cui è possibile trarre un quadro ancora incerto. Secondo l’emittente al-Hadath, le forze di sicurezza hanno deciso di far evacuare gli edifici a causa della “minaccia terroristica di Daesh”. Il portale d’informazione Libya Observer conferma la notizia della minaccia dell’Isis ma aggiunge il particolare del rischio dell’esplosione di un’autobomba.

parlando del rischio esplosione di un’autobomba. Le torri Dhat al-Imad ospitano le sedi di importanti banche e aziende tra cui l’Eni. E questo è un tema particolarmente importante. L’attacco alle torri è infatti un attacco che, unito a quello contemporaneo al ministero degli Esteri e collegato a quello di dicembre, crea una cornice di tensione che va a interessare (non solo simbolicamente) le relazioni internazionali della Libia e del governo riconosciuto di Fayez al-Sarraj. E il fatto che venga coinvolto il palazzo dove ha sede anche l’Eni, dimostra che la minaccia del terrorismo può incidere anche sui nostri interessi.

I terroristi tornano a colpire in Libia. Noi vogliamo tornare sul campo per raccontarvi questa guerra. Scopri come aiutarci

Perché in Libia lo jihadismo c’è e l’Isis non è affatto scomparso. In queste ultime settimane, nel Paese nordafricano continuano a rinvenire fosse comuni con i cadaveri di persone trucidate dalle milizie dello Stato islamico o a esso collegate. L’ultimo caso è stato cinque giorni fa, quando le autorità del governo di accordo nazionale hanno comunicato il ritrovamento di una fossa comune con i resti di 34 cristiani etiopi uccisi nel 2015 da miliziani legati a Daesh.

Secondo le informazioni date dal governo di Tripoli, la fossa comune è stata individuata in un terreno a pochi chilometri da Sirte, un’area che negli anni passati è stata sotto il controllo delle milizie terroriste di matrice islamista. Le autorità libiche hanno fatto sapere che i resti dei cristiani, una volta compiute le procedure di riconoscimento e tutte quelle burocratiche nazionali e internazionali, saranno rimpatriate in Etiopia, come affermato dall’agenzia Fides.

La stessa agenzia ricorda che nell’aprile 2015, un video diffuso da Furqan Media, una sorta di cassa di risonanza della propaganda di Daesh in Libia, aveva mostrato due gruppi di prigionieri composti da cristiani etiopi mentre venivano decapitati o uccisi con un colpo di pistola alla nuca su una spiaggia, probabilmente vicino Sirte. Il video annunciava poi la morte di tutti i cristiani e la fine della loro presenza se non avessero pagata la “tassa” prevista anche nel Califfato di Iraq e Siria.

Ma l’aumento del terrorismo è un segnale inquietante che deve far riflettere per diversi motivi. In pericolo non ci sono solo i nostri interessi in Libia, vista l’importanza centrale di Eni nel Paese, ma sono anche da temere i risvolti sulla nostra sicurezza, con la possibile infiltrazione di jihadisti nel flusso di migranti che dalle coste libiche cerca di raggiungere l’Italia.

Flusso diminuito drasticamente nel 2018, ma che continua a esistere. E che proprio per questo motivo è opportuno monitorare attentamente.

Dall’altro lato, la presenza di Daesh in territorio libico significa anche un persistente coinvolgimento delle forze internazionali che hanno nel terrorismo islamico un motivo di intervento. Gli stessi Stati Uniti hanno continuato in questi anni a bombardare le postazioni Isis e di Al Qaeda. E Haftar, che cerca di avere il controllo del Paese grazie all’appoggio internazionale, ha avviato una dura campagna militare contro i miliziani islamisti. Ma nel ginepraio libico è difficile fare differenze. E le milizie di matrice islamica hanno quasi tutte un referente esterno, in Europa, nei Paesi arabi e in Turchia.