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La prima linea del fronte
tra la Cina e il Giappone

Semmai dovesse scoppiare un nuovo conflitto nel Pacifico, di sicuro Ishigaki sarebbe la prima linea. È in corrispondenza di questo isolotto che il Giappone si sente più minacciato dalla Cina e dove si è organizzato per affrontare scontri in mare, offensive e ritorsioni.

Già durante la crisi tra Stati Uniti e Corea del Nord, il gigante cinese aveva approfittato per rafforzare la sua presenza sulla straordinaria catena di isole artificiali che sta costruendo nella parte bassa del Mar Cinese Orientale, in modo da poter sfruttare meglio quella che chiama “finestra strategica di opportunità”.

È lì che sarebbe stata fissata la “prima catena di difesa”, in un arco che si estende fino alle Isole Curili russe. Per il Giappone il punto più vulnerabile è l’arcipelago delle Senkaku, su cui Pechino ha puntato il suo occhio, in particolare su Ishigaki, a 90 miglia nautiche di distanza.

Nel corso dei mesi centinaia di pescherecci cinesi, scortati dalla guardia costiera o, a volte, da navi da guerra, si sono spinti fino a Senkaku, solcando dei mari che in più di un’occasione sono stati teatro di scontri con le imbarcazioni nipponiche.

Diplomatici, ma talvolta anche fisici. Nella prima metà del 2018, poi, si sono moltiplicate le incursioni nello spazio aereo da parte dell’aviazione di Pechino ed è comparso addirittura un sottomarino d’attacco nucleare.

Il governo giapponese ha risposto col dispiegamento di batterie di missili, antiaereo e antinave, installazioni radar e circa 600 soldati a Ishigaki.

La questione, tuttavia, è diventata di portata globale. Sono già stati avviati progetti futuri per la creazione di un sistema missilistico all’avanguardia frutto di una joint venture tra aziende nipponiche ed europee, con Mitsubishi Electric in testa che coinvolgerebbe inglesi, francesi e italiani. In più il Giappone a difesa delle Senkaku ha già incassato il pieno supporto del suo più grande alleato: gli Stati Uniti. La marina dello Zio Sam, insieme a quelle di Gran Bretagna, India e Australia si sono impegnate nel tenere manovre navali nell’area per difendere il diritto alla libertà di navigazione. E la tensione continua a salire.

Tutto per degli scogli totalmente disabitati, usati in passato da una piccola comunità giapponese che si guadagnava da vivere con la pesca del bonito e la raccolta di piume di albatros.

Il fatto che questi cinque isolotti, con una superficie totale di soli sette chilometri, siano diventati un potenziale punto di rottura tra due stati moderni può ricordare la metafora di Jorge Luis Borges, secondo cui assistere a Gran Bretagna e Argentina in guerra per le Falkland era come “vedere due uomini calvi che combattono per un pettine”.

In realtà, fino a poco tempo fa le isole non interessavano quasi a nessuno, fino a quando un’indagine internazionale del 1969 ha scoperto grandi giacimenti sottomarini di petrolio e gas naturale. L’anno successivo sia la Cina – che chiama le isole Diaoyu – che Taiwan iniziarono ad avanzare le rispettive rivendicazioni. L’arcipelago, che formalmente era dal 1900 una sorta di avamposto privato dell’imprenditore Koga Tatsushirō, rientrò sotto il controllo dell’amministrazione nipponica dopo il Trattato di pace di San Francisco del 1951 (non firmato però né dalla Cina né da Taiwan) e da quello di reversione delle Okinawa del 1969 tra Usa e Giappone. Il governo imperiale assegnò la giurisdizione delle isole al comune di Ishigaki ma, per non creare turbative con Pechino, proibì lo sfruttamento, lo sviluppo e l’accesso alle isole.

L’aggressività della Cina però sta convincendo anche gli eredi di Amaterasu che le sole forze di autodifesa non possono bastare per garantire sicurezza al sacro suolo del Giappone, un Paese obbligato dalla Costituzione post bellica a rinunciare per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione. Man mano che la minaccia esterna cresce, cala anche il numero di quanti sono tuttora ostili alla revisione dell’articolo 9, quello cioè che nega al Giappone la possibilità di costituire un proprio esercito a tutti gli effetti. Per ora resta di questo avviso un buon 60% dei cittadini giapponesi, con buona pace del primo ministro Shinzo Abe, che da par suo ha già approvato un aumento dell’1,3% del bilancio militare annuale, portando nel 2018 questa voce di spesa alla cifra record di 45,8 miliardi di dollari l’anno.

Ma oggi Ishigaki, oltre ad avere formale giurisdizione sulle Senkaku, è diventata una metà turistica tra le più apprezzate in Estremo Oriente, e nessuno si aspetterebbe di ritrovarsi a sorseggiare cocktail in bermuda su un atollo subtropicale circondato da stazioni missilistiche. In più, a poche miglia di distanza c’è già un paradiso terrestre completamente militarizzato: Okinawa, la sede della più grande base americana di tutto il Pacifico. Una scelta strategica, ma anche simbolica. Qui infatti si combatté quella che con ogni probabilità fu la più sanguinosa battaglia di tutta la Seconda guerra mondiale. L’esercito imperiale giapponese, persa ogni speranza di vittoria, organizzò tra l’aprile e il giugno del 1945 ad Okinawa un’ultima, disperata resistenza contro l’operazione Iceberg, lo sbarco alleato secondo per proporzioni solo a quello in Normandia.

L’intento del Dai Nippon era quello di onorare i precetti del Senjinkun, il libretto che ogni giapponese doveva imparare a memoria. Con un solo comandamento fondamentale: mai arrendersi. Così una tempesta suicida di fuoco e fiamme si abbatté sull’esercito alleato appositamente lasciato sbarcare sulle spiagge, per poi venire attaccato da linee di bunker e casematte dislocate nell’entroterra, mentre la pioggia di kamikaze dell’Operazione Kikusui tracciava una rete di morte nel cielo. Fu di fronte alle ingenti perdite, ma pure all’estremo sacrificio di 160mila tra militari e civili giapponesi, che si tolsero la vita in massa, a convincere i comandi americani della necessità di ricorrere all’unica arma più forte dello spirito giapponese: la bomba atomica.