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Iraq, via al “Piano Marshall” per far tornare i cristiani

Quello della “scomparsa dei cristiani” dal Medio Oriente è un “pericolo reale”. Lo ha detto, senza mezzi termini, il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, annunciando che la Santa Sede scenderà in campo, assieme ai rappresentanti della chiesa Caldea, Siro-ortodossa e Siro-cattolica, per favorire il ritorno dei cristiani iracheni nelle loro terre attraverso un “Piano Marshall” per la ricostruzione dei villaggi della Piana di Ninive, liberati nell’ottobre del 2016 dopo due anni di occupazione jihadista.

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L’importanza della presenza cristiana in Medio Oriente

Un progetto ambizioso, che punta a creare le condizioni necessarie al ritorno a casa dei circa 95mila cristiani che restano tuttora sfollati nel Kurdistan iracheno. “La presenza dei cristiani è fondamentale per un Medio Oriente pacifico, stabile e plurale”, ha affermato il cardinale Parolin intervenendo giovedì mattina alla conferenza internazionale “Iraq, ritorno alle radici”, promossa dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. Con la loro attitudine al dialogo e al perdono, infatti, i cristiani rappresentano un “ponte” tra i diversi gruppi musulmani e contribuiscono in questo modo ad armonizzare il complesso mosaico etno-confessionale che costituisce la società irachena. Per questo, ha sottolineato il segretario di Stato della Santa Sede, dopo la sconfitta dell’Isis, i cristiani non dovranno diventare “una minoranza protetta e benevolmente tollerata” in Iraq, ma avere un ruolo da protagonisti nel “processo di riconciliazione nazionale”. La “sfida” più grande, secondo il cardinale, è quindi quella di “creare le condizioni sociali, politiche ed economiche” per “una nuova coesione sociale che favorisca la riconciliazione e la pace”.

Un “Piano Marshall” per i cristiani

Il primo passo verso quest’obiettivo è quello di riportare i cristiani nelle loro case: 1.233 quelle completamente distrutte dall’Isis nella Piana di Ninive e circa 13mila quelle danneggiate, secondo uno studio condotto da Acs. Quella della ricostruzione è, quindi, la questione più urgente. Si tratta del “primo e fondamentale requisito per avviare il rientro dei cristiani nelle proprie terre”, ha spiegato, infatti, Parolin. “La priorità è quella di riempire il vuoto lasciato” dai cristiani dopo l’invasione da parte dei miliziani dell’Isis, ha ribadito il patriarca della Chiesa caldea, Louis Raphael Sako. Il costo stimato per la ricostruzione è di oltre 250milioni di dollari. Fondi che saranno investiti non soltanto nella riedificazione delle abitazioni, ma anche nella “creazione di posti di lavoro per la popolazione locale, sia cristiana, sia musulmana”, ha chiarito il segretario generale di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Philipp Ozores. “Proprio come il Piano Marshall nel secondo dopoguerra, anche la nostra iniziativa servirà a dare un forte impulso all’economia locale”, ha detto il segretario generale della fondazione pontificia. “Migliaia di abitazioni – ha aggiunto – presentano danni riparabili facilmente ed in breve tempo, per cui già con l’arrivo dei primi fondi molte case potranno essere ricostruite”.

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La pace passa dalla riconciliazione

Oltre ad un piano per la ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive, “ci vuole anche un Piano Marshall politico e culturale per l’Iraq”, ha detto il patriarca dei caldei, Louis Raphael Sako. L’Isis, infatti, sarà davvero sconfitto solo quando ad essere sconfitta sarà la sua ideologia. Occorre quindi uno sforzo da parte della comunità internazionale per “rieducare” la popolazione e riconciliare le diverse componenti della società irachena. Assieme a quella della sicurezza, infatti, la “sfida” della “riconciliazione” è una delle più importanti che il Paese si prepara ad affrontare, assicura il nunzio apostolico in Iraq e Giordania, monsignor Alberto Ortega. In questo quadro, il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno, promosso dal presidente Masoud Barzani, è stata vista dalla Santa Sede come un’iniziativa “inopportuna” e che, ha detto il segretario di Stato vaticano, “non contribuisce a creare quelle condizioni di pace e di riconciliazione necessarie per il Paese”.

“Un posto speciale nel cuore del Papa”

“C’è un grande desiderio da parte dei cristiani e dei vescovi che il Papa possa visitare l’Iraq, anche per favorire la riconciliazione, ma per il momento, non ci sono piani concreti” per un eventuale viaggio apostolico, ha detto, infine, il segretario di Stato vaticano. Sebbene, infatti, il Santo Padre abbia “manifestato più volte l’intenzione di recarsi in Iraq”, testimonia monsignor Ortega, le difficili condizioni di sicurezza, al momento, non permettono a Papa Francesco di visitare il Paese. “Il Medio Oriente e i cristiani iracheni”, con la loro “testimonianza di fede” – assicura, però, il nunzio apostolico – continuano ad avere “un posto speciale nel cuore del Papa”.