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Irak, attacco finale al Califfato

Il sibilo della bomba di 500 chili ti fa venire la pelle d’oca. Sembra che il caccia alleato l’abbia sganciata sulla tua testa, ma pochi attimi dopo un bagliore rossastro illumina a giorno i ruderi spettrali di Sinjar, la città martire irachena occupata dalle bandiere nere.

I combattenti curdi appiccicati ai sacchetti di sabbia delle trincee in periferia sono pronti a vomitare una valanga di fuoco sul nemico.

Giovedì, poco prima dell’alba, è scattata così la grande offensiva di 10mila Peshmerga per liberare Sinjar. Se l’attacco avrà successo sarà la dimostrazione che il Califfo si può battere. Da Sinjar gli abitanti della minoranza religiosa yazida di 30mila anime sono fuggiti nell’agosto dello scorso anno. Gli uomini neri dello Stato islamico, che li bollano come adoratori del diavolo, ne hanno massacrato o preso in ostaggio 8mila, comprese le donne vendute come schiave del sesso ai mujaheddin. Sinjar ha un valore simbolico per le stragi perpetrate, ma anche strategico. Si trova sull’autostrada 47, la principale via di collegamento e rifornimento da Raqqa, la “capitale” dello Stato islamico in Siria e Mosul, la roccaforte delle bandiere nere in Iraq. Liberare la città significa tagliare in due il Califfato.

“L’ora zero è scattata – dichiara il generale Izzedin Sa’din Saleh – Il vostro controcarro Folgore, arrivato in prima linea nelle scorse settimane, lo impieghiamo sulle trincee per colpire i bunker dei terroristi”. Mimetica da combattimento, fisico asciutto e baffetti alla curda comanda la 12° brigata, sul fronte centrale dell’avanzata. Secondo il piano “Free Sinjar” la 4° brigata sta avanzando da Est ed i carri armati curdi si sono mossi da ovest in un’operazione a tenaglia, che ha liberato diversi villaggi e tagliato l’autostrada chiamata in codice “Santa Fè”. L’obiettivo è stritolare le bandiere nere lasciando una via d’uscita a chi vuole scappare verso sud. I Peshmerga dell’unità d’elite Zeravani, guidata dal leggendario e barbuto generale Aziz Waisi, starebbero avanzando sul fronte centrale direttamente in città. I corpi speciali si sono infilati in mezzo ai ruderi in una piccola conca fra le postazioni del Castelletto, la parte antica di Sinjar e la collina con la torre dell’acqua bucherellata dai colpi. I guastatori avanzano bonificando le trappole esplosive, ma si combatte casa per casa. Almeno 600 jihadisti, compresi rinforzi giunti per contrastare l’offensiva, sono annidati nella città fantasma e si muovono lungo un reticolo di cunicoli sotterranei. Gruppi di afghani votati alla morte sono stati intercettati nelle comunicazione radio, mentre giurano di non arrendersi mai. L’avanzata che potrebbe durare dalle 48 alle 96 ore è pesantemente appoggiata dagli aerei alleati (70 raid nelle 24 ore prima dell’attacco). Il rombo dei caccia è seguito dai tonfi impressionanti delle esplosioni, che sollevano enormi colonne di fumo grigio e nero. I corpi speciali americani che dirigono l’attacco dal cielo hanno come base un piccolo fortilizio sulla montagna di Sinjar. All’esterno un fuoristrada monta il sistema per lanciare un drone tattico, che controlla dall’alto gli effetti dei raid. In prima linea ci sono anche cristiani come Gadir Isa, 28 anni, che alla vigilia dell’attacco mostrava le immagini della Madonna sul telefonino. E spiegava: “Combattiamo fianco a fianco, come fratelli, anche se abbiamo fedi diverse, contro un nemico disumano. Spero solo che il Papa preghi per noi cristiani dell’Iraq”.

Gli uomini neri del Califfo non mollano. I proiettili fischiano dappertutto e si conficcano nei sacchetti di sabbia delle trincee. Di notte il buio è solcato dai traccianti. Kamikaze si immolano con mezzi imbottiti di tritolo per rallentare l’offensiva. Al fronte ci sono anche i battaglioni yazidi addestrati dai paracadutisti italiani nel nord dell’Iraq.

L’attacco è guidato da un posto di comando avanzato dal presidente del Kurdistan, Massoud Barzani. Alla fine del primo giorno di battaglia i curdi annunciano, ma non ci sono conferme, di aver già conquistato il 70% della città ridotta ad una distesa di rovine. Il dato certo è che la liberazione di Sinjar sarà il primo passo verso l’assedio di Mosul e la fine del Califfo.

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