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Io ricomincio da qua

Una volta ho sentito dire che “un uomo non impara niente quando vince”, al contrario, quando perde, sviluppa in sé un’esperienza importante, che lo avvicina un passo di più alla propria saggezza. Quando ho deciso di partecipare al Reporter Day, l’unica mia sincera intenzione era quella di gareggiare con stile e confrontarmi. Non quella di vincere. Troppo egoista. Troppo bello per essere vero. Vincere prevede spesso lo scomodo e non trascurabile particolare di essere il migliore, e io di rado sento questa investitura. Figuriamoci poi nel confronto con 150 giovani appassionati come me, selezionati da un team di grande competenza, per un progetto giudicato da padrini chimerici come Fausto Biloslavo o Marco Negri. Essere reporter in prima linea è il sogno di una vita. Da quando sono stato colto dalla “passionaccia” del giornalismo; da quando ho trovato il mio idolo in un giornalista come Indro Montanelli; da quando ho imparato a memoria la sua vita.

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Prendere parte a questa progetto unico nel suo genere, promosso da Il Giornale che proprio lui fondò, nel segno del suo spirito indomabile – beh, come marcare visita? È per questo forse che mi sono subito proiettato in guerra, pensando ad un fronte dove poter tentare di arrampicarmi, chiamando, pregando, scocciando, rispolverando amici di amici che avevano sentito sotto i piedi la terra dell’Afghanistan e che potevano aiutarmi, nella speranza di essere inviato là.

Già mi vedevo con l’elmetto di Kevlar e l’antischegge con su la scritta “Press”, ad inseguire il mio sogno. A fare il reporter per raccontare e contribuire a spiegare la guerra. Sul treno che da Roma mi avrebbe portato a Milano, avevo portato con me un libro letto e riletto a farmi compagnia (forse coraggio): “Fummo giovani soltanto allora”, la vita spericolata del giovane Montanelli raccontata dalla brillante penna di Merlo. Girovagando tra le pagine, nei passi sottolineati, ecco lì il mio preferito: quello in cui l’allora direttore del Corriere bolla la supplica di Indro ventinovenne (come me) di andare raccontare la guerra per lui, con una parola straziante, «ILLUSO».

Quando mi sono confrontato con gli altri concorrenti e con i loro magnifici progetti, nell’attesa infinita dell’esamina da parte dei giudici; quando mi sono seduto davanti a quei professionisti gentili ma severi, come qualsiasi candidato teme (ma che in fondo se vuole davvero gareggiare ad alti livelli si augura) consumato dalla tensione; quando ho visto un uomo dello spessore del direttore Alessandro Sallusti girare tranquillamente tra di noi, me la ripetevo: “Illuso”.

Allora ho capito che non avrei vinto. E quando alla premiazione hanno annunciato i progetti dei vincitori, sono stato lieto che tra i miei coetanei vengano generate idee così brillanti, così diverse, affascinanti, meritevoli. Passata la fase backettiana del fallimento. Ho pensato sinceramente a quanto perdere sia importante per rimettersi in carreggiata e strappare le carte siglate con “illuso”. Per migliorarsi e tirare fuori la grinta. Gli Occhi della guerra mi hanno dato un’altra chance. Perché, forse, come citava la mail che mi aveva comunicato di aver passato la selezione per il concorso, “hanno visto qualcosa in me”. Farò l’analista per loro, finché dio o la loro pazienza vorrà. Perché l’importante, l’avevano detto il giorno della premiazione, è avere una chance per partire Tutti. A noi coglierla.