Hassan

“Io, perseguitato dall’Isis e Assad”

“Quindi mi stai dicendo che tu oggi sei perseguitato sia dall’Isis che dal regime di Assad…”. “Sì, e nessuno mi può aiutare”. Hassan ha 33 anni ed è un profugo palestinese nato in Siria che oggi vive in un campo profughi di Beirut, in Libano. Condannato a morte sia dai governativi che dai jihadisti, la sua storia racchiude in sé tutti i tragici elementi della diaspora palestinese: persecuzioni, torture, condanne senza processo, privazione di documenti e diritti, di casa terra e identità. E nessuna speranza per il futuro dei suoi figli.

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Lo incontro in casa sua, un monolocale all’interno di un campo profughi che condivide con la moglie e con i due figli piccoli. La stanza piccola, occupata da un tavolo e un letto in cui dormono tutti loro. L’acqua che esce dai rubinetti è salata, l’elettricità attaccata abusivamente a un cavo che rifornisce tutto il campo. Sulle pareti ci sono foto di famiglia affiancate a bandiere e dipinti raffiguranti i colori della Palestina. “Il mio più grande sogno è quello di tornare a Giaffa, da dove venivano i miei nonni. Vorrei andare in un primo momento a vivere in Europa per ottenere la cittadinanza del Paese in cui vivrò. Con esso voglio tornare nella mia casa in Palestina, che non ho mai visto”.

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Hassan, infatti, è nato a Latakia, in Siria. “I miei nonni fuggirono lì per scampare alla morte, dato che gli israeliani stavano compiendo una serie di massacri per cacciare gli arabi. Io sono nato in territorio siriano e sono un profugo palestinese, senza alcun documento se non quello datomi dalle Nazioni Unite, che riconosce il mio diritto a tornare in Palestina. Ma le autorità israeliane mi impediscono si farlo”.

Fin da bambino il sogno di Hassan è quello di fare ritorno alla terra d’origine e combattere contro “le truppe occupanti”. Per questo da ragazzino si arruola in al Fatah, che era un movimento illegale. “Nonostante il regime formalmente sostenesse la causa palestinese di fatto temeva che i palestinesi potessero rappresentare una minaccia per la propria autorità. E per questo ci permetteva di creare associazioni di stampo etnico, cosa che facevamo clandestinamente. Molte persone, tra cui me, sono state più volte arrestate e torturate senza aver mai commesso crimini.”

È a causa della repressione contro i palestinesi che molti di loro, allo scoppio delle rivolte anti-governative del 2011, si schierarono in i ribelli. Il regime, per tutta risposta, iniziò a bombardare i loro campi profughi. “Io vivevo in quello di Latakia. Le truppe governative lo circondarono per cinque mesi e iniziarono a bombardarlo con bombe e missili, sostenendo che al suo interno vi fossero dei ribelli. Cosa vera, ma solo in minima parte. La maggior parte degli abitanti non li sosteneva, eppure vennero considerati alla stregua di terroristi e bombardati. Per difendere le nostre famiglie noi resistemmo, lanciando verso i governativi delle dinamiti che generalmente usavamo per pescare. Sapevamo di non potere vincere, ma provammo a difenderci”.

A causa dei bombardamenti ben 6000 palestinesi fuggirono da Latakia. Hassan fuggì insieme ai genitori e ai fratelli a Damasco, dove andarono a vivere nel campo profughi di Yarmouk. “Era il 2012 e Yarmouk era fuori dal controllo del governo. Il quale, a quel tempo, concesse la libertà a molti islamisti radicali che aveva tenuto in carcere per decenni. Alcuni di loro andarono a vivere nel campo, che dopo poco tempo cadde sotto il controllo delle opposizioni”.

Nel frattempo i servizi segreti del regime tornarono sulle sue tracce. Per questo arrestarono suo fratello, lo torturarono e lo costrinsero a dire dove Hassan vivesse. Che per questo venne rintracciato e gli venne proposto di diventare una spia. A causa del suo rifiuto iniziò ad essere vittima di una serie di attentati.

“Avevo aperto un negozio di vestiti all’interno del campo insieme ad un socio. Un giorno, quando non c’ero, venne fatto saltare in aria. Il mio socio era all’interno e morì. Scavando tra le macerie, qualche giorno dopo, trovai la carcassa di una bomba”.

Per evitare la stessa fine Hassan decise di fuggire. Varcò il confine con il Libano e si stabilì a Beirut, in un noto campo profughi palestinese, oggi abitato soprattutto da Siriani fuggiti dalla guerra. A Beirut Hassan trova lavoro come soldato per al Fatah – con uno stipendio mensile di 100 dollari – conosce la sua futura moglie, si sposa e mette al mondo due bambini. I problemi, però per lui non sono finiti. Pensando di essere al sicuro, inizia incredibilmente ad essere vittima delle minacce del sedicente Stato islamico.

“Poco tempo dopo la mia fuga le opposizioni che controllavano Yarmouk hanno aderito all’Isis, che ha preso così il controllo del campo e iniziato a reclutare tutti i palestinesi. Per questo si presentarono a casa dei miei genitori, che vivono ancora là, e chiesero loro notizie su di me. Minacciati, hanno dovuto dire loro che vivo in Libano. Poi hanno sequestrato la loro casa, che non gli ridaranno finché non mi arruolerò con loro. Minacciandoli di tagliare la testa ai miei fratelli se non diranno loro dove mi trovo esattamente. I miei genitori non hanno però ceduto, così quelli dell’Isis hanno sequestrato un altro mio fratello, lo hanno torturato e costretto a dar loro il mio numero. Da allora mi chiamano in continuazione”

Le registrazioni delle chiamate non lasciano dubbi. I funzionari di Daesh gli dicono che se non tornerà in Siria a combattere con loro lo faranno uccidere dalle proprie cellule presenti a Beirut. “Tra qualche giorno sono in Turchia” gli dice una voce dall’accento siriana al telefono “ti aspetto lì. Da lì ti porto a Raqqa e poi a Deir el Zor (città siriana sotto il controllo dell’Isis), dove lo Stato analizzerà il tuo fascicolo e deciderà cosa fare di te”.

Condannato a morte dall’Isis, Hassan non può chiedere protezione né all’ambasciata siriana, perché anche il regime lo vuole morto, né al governo libanese, perché parzialmente controllato dagli Hezbollah, alleati di Assad. Essendo palestinese, poi, Hassan è apolide e per questo i suoi figli, che sono nati in Libano, non hanno diritto alla sanità, all’istruzione e a nessun diritto fondamentale. Hassan e la sua famiglia, che non hanno un proprio Stato, una propria terra, una propria patria, sono facili vittime dei carnefici di tutto il mondo.

Ciò che fa loro più male non sono le minacce o le torture, ma la consapevolezza di avere alcun luogo al mondo nel quale potersi sentire a casa. Hassan lo dice chiaramente.

“Ciò che è più duro nella vita è vivere senza una patria e non potere vedere la terra in cui sono nati e cresciuti i tuoi genitori e i tuoi nonni. Il mio più grande desiderio è quello di garantire ai miei figli una patria alternativa senza che dimentichino mai le proprie radici”.

@luca_steinmann1

  • Nerone2

    ma chi ha scritto questo articolo?

    • giuseppe brunetti

      C’è il suo nome qui sopra…

  • Ernesto Pesce

    nessun cenno all’israele, non piu’ Palestina ma una patria alternativa, come volevasi i sionisti

  • Max Vetter

    Mi dispiace, ma non riesco a provare nessuna pietà per questo terrorista e il fatto che altri terroristi lo vogliano morto non me lo rende per questo più simpatico.