Gabriele Micalizzi

“Così la mia Leica mi ha salvato
Ho pensato di morire”

Il volto segnato dalle ferite, la mano fasciata e schegge dappertutto, ma forte e ottimista come sempre. Il fotoreporter Gabriele Micalizzi, 34 anni, ricoverato all’ospedale milanese San Raffaele, racconta come è sopravvissuto ad un  razzo Rpg lanciato dalle bandiere nere nell’ultima sacca dello Stato islamico nella Siria sud orientale.

Cosa ricordi del momento in cui sei stato colpito?

“Il fruscio mortale dell’Rpg.  Ho capito subito che era un razzo dal rumore metallico che fende l’aria. Il combattente curdo davanti a me è stato colpito in pieno. L’ho visto esplodere in mille pezzi… Poi ricordo il colore giallo dell’esplosione, che mi  ha scaraventato a terra come un lancio di dadi. Vedevo il cielo azzurro. Il primo pensiero è stato: Porca tro…, mi hanno preso”.

E poi?

“Non riuscivo ad alzarmi, a muovermi. Ero convinto che sarei morto. Mi sono toccato per primo il braccio sinistro dove c’era un buco, una  ferita profonda. Ci  ho infilato dentro il dito. Poi l’occhio sinistro che era molle come se fosse un uovo a la coque. Cominciavo a vedere sempre meno. La faccia era piena di sangue. Questo dito era a pezzi (e mostra il medio della mano sinistra bendata), ma non sentivo dolore”.

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Pensavi veramente di non farcela?

“Uno, due, tre minuti…., mi sono chiesto quanto tempo ci vuole per morire. Ad un certo punto mi sento tirare su dai combattenti curdi. Non riuscivo ad appoggiarmi sulle gambe. Mi hanno trascinato di sotto per caricarmi sul blindato. Volevo fumare l’ultima sigaretta.  Ho cercato di prendere il pacchetto nella tasca dei pantaloni, ma le dita della mano sinistra erano maciullate. Una combattente curda nell’Humve (gippone corazzato Usa nda) urlava come una pazza. Non dovevo essere un bello spettacolo. Poi ho sentito la voce di Gabriel (Cheim, il fotografo brasiliano rimasto illeso, che era con Micalizzi sul tetto). Mi ha rincuorato, ma gli ho detto che non lo vedevo”.

Chi ti ha prestato i primi soccorsi?

“Adam, il consigliere per la sicurezza della squadra della Cnn. Gli ho detto di piazzarmi il tourniquet sul braccio per fermare l’emorragia. Poi mi ha bendato la testa e il volto. Gli ho chiesto come sono i miei occhi e ha risposto: “Fottuti””.

Cosa stavi facendo sul tetto?

“Seguivo l’avanzata dei curdi sotto il fuoco jihadista. La Cnn ha evacuato la postazione della diretta centrata da un razzo. Con Gabriel abbiamo raggiunto la postazione del comandante Baghuz, che era sul tetto. Mi ha mostrato una bandiera nera dell’Isis davanti a noi e ho scattato una foto. Poco dopo è arrivato il razzo. Baghuz era dietro al soldato caduto ed è stato ferito gravemente. Non dobbiamo mai dimenticare che i curdi combattono anche per noi”.

Volevano colpire un giornalista?

“Il razzo era mirato perché sono terroristi e vogliono colpire gli occidentali”.

Come ti sei salvato?

“Grazie ai curdi che erano davanti. Le schegge più importanti le ha assorbite il giubbotto antiproiettile, che si è sfasciato. E pure l’elmetto insanguinato e ammaccato all’altezza della tempia ha resistito. Le protezioni, che bisogna sempre avere in prima linea, mi hanno salvato la vita. Non solo: la Leica, che stavo usando per le foto, mi ha riparato la faccia salvandomi gli occhi dalle schegge”.

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Le macchine fotografiche che hanno salvato la vita a Gabriele Micalizzi

Come ti hanno evacuato?

“Dopo il blindato sul retro di un pick up  dove hanno steso un materasso. Abbiamo viaggiato per due ore e mezza su una strada impossibile, piena di buche, la stessa che facevamo assieme per tornare dalla prima linea. Prendevo sonore capocciate ad ogni scossone, ma non morivo”.

I curdi ti hanno portato alla base americana avanzata vicino alla raffineria conquistata allo Stato islamico, dove dormivamo noi i giornalisti…

“Quando siamo arrivati, Mustafa Bali, il portavoce delle Forze democratiche siriane (che hanno sconfitto l’Isis nda), mi ha chiesto cosa devono fare. Ci eravamo salutati il giorno prima sulla linea del fronte. Tu eri partito, ma ancora in Siria. Ho chiesto subito di mandarti dei messaggi vocali. Questo è uno: ‘Ciao Fausto sono incasinato mi devono operare agli occhi. Riesci a portarmi in Italia o comunque dobbiamo andare da Emergency (che ha uno storico ospedale nel nord dell’Iraq, nda). Non possiamo perdere troppo tempo. Mi puoi dare una mano per favore? Non lasciarmi qui. Ti abbraccio forte'”.

Tutto si era già messo in moto, ma quando hai capito che eri in salvo?

“Ad un certo punto ho sentito la voce americana di un medico e ho capito che ero nella loro base. Mi hanno subito stabilizzato. Più tardi è tornato dicendomi che mi evacuavano a Baghdad. Sono stato spogliato e infilato in una specie di guscio protettivo. Non ci vedevo, ma era chiaro che stavo decollando con un elicottero”.

E una volta atterrato a Baghdad al Role 3, l’ospedale da campo Usa, più attrezzato dell’area?

“Mi hanno operato d’urgenza agli occhi. Al risveglio dall’anestesia continuavo a non vedere. Allora il medico mi ha forzato l’apertura delle palpebre dell’occhio sinistro e mi sono visto il suo faccione davanti. Poi ho sentito una vocina:  ‘Gabriele, ciao, sono Francesca. Mi hanno mandato ad accudirti’. Era un sottufficiale delle Forze armate italiane preparata al primo soccorso, dolcissima. È arrivato anche il comandante della task force dei nostri corpi speciali. Non mi hanno mai mollato un attimo. Mi sentivo finalmente al sicuro e protetto”. 

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Gabriele Micalizzi durante il suo reportage in Siria

In Ucraina, nel 2014, hai perso in prima linea Andy Rocchelli amico e cofondatore del collettivo di fotografi Cesura lab. Ci hai pensato?

“Sì e pensavo di morire come lui. Avevo un anello dedicato ad Andy con scritto ‘mai, mai cedere’ e la data del giorno in cui è stato ucciso. Prima di farmi operare ho chiesto di fare attenzione all’anello, che dovevano levarmi. L’infermiera italiana l’ha preso e ripulito perfettamente perché era intriso di sangue. Noi di Cesura siamo come un famiglia, che non molla mai”.

E il rientro in Italia come è stato?

“Sono sceso dal Falcon dell’Aeronautica militare con le mie gambe e ho abbracciato Ester, la mia compagna. Udito e vista sono recuperabili. Le prospettive sono buone. Ho una costellazione di schegge che mi rimarranno conficcate nel corpo. Farò suonare i metal detector degli aeroporti e dei supermercati”. 

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Gabriele Micalizzi, il giornalista de “La Stampa” Francesco Semprini e Fausto Biloslavo mentre seguono l’ultima offensiva contro le bandiere nere a est dell’Eufrate

Cosa racconterai alle vostre due figlie?

“Tutto, anche se in maniera meno cruda. Prima di partire ho spiegato alle bambine dove andavo, cartina alla mano e cosa avrei fatto. Mi hanno visto ferito in tv. Lo sanno cosa faccio e vedono le foto che scatto in guerra. Sono allenate, come Ester”.

Cosa ti spinge?

“La passione. E poi qualcuno deve esserci per documentare le guerre non solo per i giornali o le tv, ma per la storia”. 

Tornerai al fronte?

“Certo”.