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Intersos, la Ong che resiste

Non vivono blindati come la Cooperazione allo sviluppo, ma pure loro evitano di uscire dalla città per controllare i progetti nell’entroterra infestato dai talebani. Nel 2014 la sicurezza è precipitata nell’Afghanistan occidentale dopo dieci anni di sangue e sudore sputati dai soldati italiani. Nella zona di Herat gli omicidi mirati degli “sciacalli”, una coppia di talebani in motocicletta, sono stati 25 solo in settembre. Nel mirino dei “brigatisti” afghani finiscono gli ufficiali delle forze di sicurezza. I rapimenti express sono la piaga peggiore. Gli stranieri rimangono la preda più ambita, ma non mancano i sequestri di afgani, compresi bambini, che si risolvono con un riscatto minimo di 10mila dollari. In luglio due cooperanti finlandesi di una Ong cristiana sono state freddate dentro un taxi nel centro di Herat.

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Intersos ha in piedi tre progetti nell’Afganistan occidentale dalla distribuzione di cibo e kit di emergenza, alla formazione della protezione civile fino al buon governo nei piccoli villaggi. Quest’ultima una scommessa ardita, ma vincente che coinvolge direttamente gli afghani nella scelta del progetto.

I talebani, però, considerano un pericolo mortale lo sviluppo del paese con l’aiuto degli occidentali. Sulle pareti di una scuola nel villaggio di Musa Qala Khan a venti chilometri dalla città i gruppi armati hanno scritto slogan che inneggiano alla guerra santa come “morte ai nemici dell’Islam e agli invasori crociati” o “lunga vita all’emirato talebano”. Non è stata costruita dagli italiani, ma Intersos, che ci ha ospitato ad Herat e Kabul durante il nostro reportage “Afghanistan goodbye”, dovrà erigere una recinzione. “In questi ultimi mesi è assolutamente vietato agli espatriati uscire nei distretti. E’ frustrante, ma solo il personale locale va fuori città per controllare i progetti – spiega Paolo Fattori, capo missione in Afghanistan – Nonostante la situazione rimarremo anche dopo il ritiro delle truppe italiane a fine anno. Per una Ong di emergenza come Intersos non esiste un luogo dove ha più senso restare”.