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L’inferno libico rischia di far sprofondare l’Italia

Il premier del governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Sarraj, parla chiaro ai microfoni de Il Corriere della Sera: la battaglia di Tripoli rischia di far sprofondare la Libia occidentale in un abisso in cui la prima vittima potrebbe essere anche l’Italia. L’appello di Sarraj tocca nel profondo le corde del cuore del governo italiano, che sulla questione migranti sembra essersi definitivamente spaccato.

Il Movimento Cinque Stelle sostiene una linea più appiattita sul diritto internazionale e sulle aperture delle porte ai rifugiati libici. La Lega, invece, tira immediatamente il freno. E la scelta di Matteo Salvini di schierarsi contro l’avanzata di Khalifa Haftar – accusando la Francia, tessendo la sua rete con gli Stati Uniti e con il governo di Tripoli e della città-stato di Misurata – è servita a far capire che per il suo partito, l’interlocutore privilegiato resta Sarraj. E con lui Ahmed Maitig, vice premier libico e esponente della la “Sparta libica”: Misurata. Lì dove sono i nostri soldati.

In queste ore, l’Italia ha messo in campo tutta la sua strategia. Dopo il vertice di Giuseppe Conte con gli emissari di Haftar (pochi giorni prima, gli stessi avevano incontrato i vertici francesi a Parigi), è il turno del vice di Sarraj e del ministro degli Esteri del Qatar a Roma. Loro rappresentano l’asse con cui l’esecutivo giallo-verde punta a mettere un freno all’avanzata di Haftar su Tripoli. Una campagna militare che si sta arenando dopo la speranza del Blitzkrieg dei primi giorni di operazioni. La situazione sul campo si è fatto molto più complessa: una compagnia del generale si è consegnata agli uomini del governo di Sarraj. E mentre la battaglia infuria sul fronte meridionale della capitale, Haftar è volato a Mosca e al Cairo per chiedere sostegno militare e di intelligence. Qualcosa non torna: ma la “volpe del deserto” libica ci ha abituati a repentini cambi di strategia e sorprese quando tutto, per lui, sembrava perduto.

La questione per l’Italia è grave. E sono ore frenetiche. L’appello lanciato oggi da Sarraj è stato cristallino. Ha parlato della crisi in Libia parlando di centinaia di migliaia di libici pronti a partire dal loro Paese per raggiungere l’Europa e quindi l’Italia. La rete dei trafficanti di esseri umani è pronta a mettersi in moto per riattivare un circuito criminale che l’Italia, con un lavoro incessante con tutte le fazioni libiche, aveva cercato di frenare. I risultati ottenuto negli ultimi mesi sulla rotta del Mediterraneo centrale potrebbero essere spazzati via in un colpo. E se è un problema per la sicurezza italiana, lo è anche dal punto di vista elettorale per Lega e Cinque Stelle, che sull’immigrazione hanno costruito una grossa fetta del proprio consenso popolare.

Proprio per questo motivo, la posizione dell’Italia si sta ricucendo sull’asse con la Tripolitania. Il governo sa che non può rischiare di perdere la parte occidentale del Paese, quella più vicina alle nostre coste. L’invasione verso l’Italia potrebbe essere una realtà fatta non più di migranti e basta, ma di rifugiati di guerra. “Noi ci auguriamo che la comunità internazionale operi al più presto per la salvezza dei civili”, ha detto Serraj al Corriere della Sera. “Dall’altra parte stanno attaccando le strutture civili, le strade, le scuole, le case, l’aeroporto e le strutture mediche: ambulanze e ospedali. Il generale Haftar dice che sta attaccando i terroristi ma qui ci sono solo civili”. E già su questa falsariga si sta dipanando uno scontro interno all’esecutivo.

Al tema migranti, si aggiungono poi i nostri interessi. La parte occidentale è quella dove corre il gasdotto Greenstream, che porta l’oro blu nelle nostre case. Lì c’è la maggiore concentrazione di impianti Eni. Ed è nella parte occidentale del Paese che lavorano tutte le nostre imprese nel campo del gas, del petrolio, ma anche in diversi settori economici. Il lavoro delle nostre aziende è fondamentale. Da quelle strategiche a quelle piccole, medie e grandi, c’è un indotto da proteggere e che la guerra rischia di far cadere nell’abisso. E quelle bombe di Haftar vicino i nostri impianti Eni sono state un campanello d’allarme molto importante.

Per questo motivo, il governo Conte ha deciso di non abbandonare il terreno ad Haftar. E la presenza dei nostri militari a Misurata e a Tripoli è dovuta principalmente alla necessità di Roma di non mostrare tentennamenti. Haftar non fornisce garanzie adeguate. E i suoi sponsor internazionali, in particolare per quanto riguarda Egitto e Francia, sono partner che hanno la volontà di controllare tutta la transizione libica. Ma è chiaro che l’Italia ha anche da perdere. Sostenere apertamente solo Sarraj equivale ad assumersi il rischio di sostenere un governo debole e che solo gli Stati Uniti possono a questo punto difendere dalla caduta. E nello stesso tempo, ci stiamo inimicando almeno due partner che nel mondo arabo possono cambiare totalmente le carte in tavola: Arabia Saudita ed Emirati. Il tutto alleandoci sempre di più con una delle più attive monarchie del Golfo sul fronte dell’islam radicale: il Qatar.

È un gioco difficile, in ogni caso pericoloso anche per colpa dei nostri errori strategici. E fra immigrazione, petrolio, gas e posizioni di forza, ora abbiamo tutto da perdere. Anche la tenuta del nostro stesso esecutivo.