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L’incontro tra Trump e Netanyahu

Durante l’incontro di ieri alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu sono stati stati toccati tutti i temi caldi previsti alla vigilia della conferenza stampa: dall’accordo sul nucleare con l’Iran, teoricamente fiore all’occhiello della precedente amministrazione, al conflitto israelo-palestinese, fino ad arrivare alla questione degli insediamenti in Cisgiordania.

Molta era la pressione accumulata sui due leader per quest’incontro. Non solo perché il tête-à-tête con il primo ministro israeliano è storicamente in cima alla lista degli appuntamenti di ogni neo eletto presidente americano, ma soprattutto per le recenti tensioni scoppiate in ambito nazionale e che hanno debilitato la libertà d’azione di Netanyahu e Trump. Il primo, reduce dagli scontri interni al suo partito, il Likud, e da quelli intrapresi contro l’Unione europea e l’Onu in seguito all’approvazione da parte del parlamento israeliano della Regularization Law, che legalizza retroattivamente alcuni avamposti già esistenti in Cisgiordania (53 insediamenti, per un totale di 4mila case) e che ha spinto l’Onu a criticare con fermezza la politica espansionistica portata avanti dal premier israeliano. Il secondo, con i guai intorno al caso Michael Flynn, consigliere per la sicurezza nazionale del neo eletto presidente costretto a dimettersi dopo le accuse di intrattenere “contatti compromettenti” con i russi.

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Trump ha aperto l’incontro con il premier israeliano lodando Israele come “simbolo della resistenza contro l’oppressione” e come un esempio di “perseveranza e democrazia”. Come da previsioni, ha parlato del Nuclear Deal come di un accordo da stracciare al più presto negli “interessi della sicurezza di Israele e degli americani” e ha promesso l’imposizione di ulteriori sanzioni a Teheran oltre a quelle già previste dopo il test di un missile balistico di qualche giorno fa. Il presidente degli Stati Uniti ha poi espresso la sua contrarietà verso l’attitudine delle Nazioni Unite nei confronti di Tel Aviv, concludendo con un invito rivolto ai suoi membri: “Basta ad ogni forma di boicottaggio contro Israele”. Per quanto riguarda la questione palestinese, Trump ha promesso che sarà una sua priorità trovare “un accordo che soddisfi sia gli israeliani che i palestinesi” e si è detto certo che si riuscirà a stringere un accordo di pace, ma (guardando Netanyahu) “non senza compromessi”.

Il premier israeliano, ansioso di ritornare a Tel Aviv con un endorsement da parte del nuovo presidente soprattutto per placare gli animi della frangia più estremista interna al Likud, ha iniziato il suo discorso definendo “gli Stati Uniti il migliore alleato di Israele, e Israele il migliore alleato degli Stati Uniti”, continuando con una scia di complimenti che ha raggiunto il climax dopo le parole: “Con Trump si può finalmente lavorare per aumentare la sicurezza in Medio Oriente”. Su questo progetto di pace si è espresso vagamente anche Trump quando ha detto di aver iniziato a progettare con Bibi un accordo “senza precedenti”, che non riguardi solo i palestinesi ma anche gli altri attori arabi nella regione. La curiosità aumenta quando Trump afferma che sul tavolo c’è un accordo “così buono che molti dei presenti non lo capirebbero”. Per sapere di cosa effettivamente si tratta bisognerà aspettare i prossimi incontri tra Trump e Netanyahu che, salvo particolari scossoni, non dovrebbero tardare ad essere messi in agenda.

Quando al presidente americano è stato chiesto un aggiornamento sulla sua promessa di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme – promessa fatta anche da Bill Clinton e da George W. Bush ma mai mantenuta – ha preferito evitare l’argomento con un freddo: “Vediamo cosa succederà”, anche se ha poi promesso, con poca convinzione, di lavorare con decisione al fine di mantenere la parola data. Non poteva mancare una domanda sul licenziamento del consigliere Micheal Flynn, commentato da Trump come ingiusto in quanto i file che lo incriminano sono stati “sottratti illegalmente.”

Durante la conclusione dell’incontro, quando a Netanyahu è stato chiesto un parere sulla soluzione dei due stati, il premier israeliano ha affermato di non poter accettare “uno Stato terrorista” che minacci la sicurezza di Israele e, sulla scia di Trump, ha introdotto l’ipotesi di “nuove strade” da percorrere per il raggiungimento della pace. Il ruolo del trentaseienne Jared Kushner, genero del presidente statunitense nonché uno dei suoi più stretti consiglieri, nato e cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa e che conosce personalmente il premier israeliano fin da quando è bambino, come ha sottolineato Netanyahu stesso, potrà sicuramente influire sulle decisioni che presto dovrà prendere Trump. Nonostante un consigliere e parente notoriamente “pro-Israele”, e nonostante i toni concilianti di ieri, sarebbe però ingenuo credere che tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu si instaurerà un rapporto idilliaco. Certo, magari non si assisterà ad una rottura come quella avvenuta durante la presidenza Obama, ma sulle questioni più importanti in agenda ancora non sono state apportate novità sostanziali dal nuovo presidente rispetto alla precedente amministrazione e, per ora, non si è ancora capito come effettivamente si muoverà, sia rispetto all’accordo sul nucleare con l’Iran sia riguardo gli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

  • Lorenzo Perugini

    javeth li fa e jafeth li appaia….li accumunano i muri…i soldi…le belledonne e la mentalita’ del ” noi siamo noi e che gli altri vadano a….” vorrei non essere scettivo a priori…ma Netanyhau e la sua parte politica estremistica ..religiosa e fanatica per la Heretz Israel la conosciamo bene…Trump e’ una nuova entr..a volte la freschezza e una certa naivite’ possono aiutare..a volte sono un distrastro…vedi la leggiadra virginia a Roma… una cosa entrambi hanno focalizzato…che l’ostilita’ araba sunnita e’ tutta concentrata contro gli sciiti e non contro Israele…il che non toglie che eliminato l’Iran…il problema del fanatismo estremista jahdist si ripresentera’ ancor peggiore di prima

  • Buba17

    fa bene trump a considerare tutte le opzioni, tanto da parte palestinese non arriva nessun segnale di pace. ormai a parlare di 2 stati è rimasta solo la sinistra europea nonostante i palestinesi l’ abbiano sempre rifiutata.

    • Gian Paolo Cardelli

      Gli arabi, non i “palestinesi”: questi ultimi non sono mai esistiti; il “popolo palestinese” fu creato a tavolino dopo la Guerra dei Sei Giorni, per continuare ad avanzare pretese territoriali altrimenti ingiustificabili.

      • Lorenzo Perugini

        israel uber alles

        • Gian Paolo Cardelli

          è soltanto la verità, “furgoncino”…