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Imia/Kardak, quell’isolotto conteso
dalla Grecia e dalla Turchia

Una cosa che insegna il Mare Nostrum con la sua storia, è che anche una piccola isola può disintegrare certezze ed equilibri raggiunti in decenni di faticose azioni diplomatiche e politiche: del resto, ad esempio, l’emersione di un isolotto a seguito di un’eruzione vulcanica sottomarina nel 1831, avvenuta di fronte le coste di Sciacca, ha rischiato di far scoppiare una guerra tra il Regno delle Due Sicilie e la Gran Bretagna, con la questione che divenne subito internazionale e con la corte di Napoli che battezzò l’isola ‘Ferdinandea’ in onore del sovrano e per rivendicarne la sovranità. Inglesi e borboni hanno rischiato il contatto per la contesa di un’isoletta apparsa dal nulla, soltanto il suo inabissamento nel gennaio 1832 ha evitato lo scoppio di un conflitto vero e proprio; di fronte le coste della città turca di Bodrum invece, vi sono due piccoli scogli di nome Imia, appartenenti alla Grecia ma con Ankara spesso pronta a rivendicarne il possesso. Ed è proprio qui che, proprio come in queste ore, tra le due sponde dell’Egeo si rischia l’incidente fatale.

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Le rivendicazioni turche

Le dispute partono già dal nome: secondo i greci quegli isolotti disabitati in cui sventola dal 1947 la bandiera biancoblu del loro paese, si chiamano per l’appunto Imia mentre, a pochi chilometri di distanza, quel lembo di terra abbracciato dall’Egeo assume la denominazione di Kardak. Non sono questi luoghi propriamente strategici; gli scogli sono bassi, aridi e non è possibile lì ospitare anche un minimo insediamento umano, le rivendicazioni sembrano per lo più basarsi seguendo una linea regolata da mere “questioni di principio”: i greci controllano Imia da decenni e dunque quello è territorio nazionale da difendere, dall’altra parte della costa quell’isolotto è considerato fin troppo vicino a Bodrum e dunque va chiamato Kardak e lì, a sventolare, deve essere la bandiera rossa con la mezzaluna bianca. Tra il 1995 ed il 1996 il conflitto è stato realmente sfiorato, con la questione che è partita a causa di un malinteso dovuto all’interpretazione delle mappe della zona.

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Un mercantile turco, in particolare, è andato in avaria nei pressi delle isole Imia e le autorità greche hanno subito lanciato i primi soccorsi; pur tuttavia, i turchi hanno affermato che quelle erano proprie acque territoriali e che dunque nessun altro paese, men che meno la Grecia, poteva introdursi al suo interno. Un tira e molla diplomatico, sfociato poi in una tensione tale che ha portato ad un blitz da parte delle forze speciali di Ankara ed all’uccisione di tre soldati greci; soltanto all’inizio del 1996 la diplomazia è riuscita ad allentare la situazione ed a far rientrare il tutto all’interno di parametri politici, con gli isolotti rimasti in mano ad Atene. Poi nel febbraio del 2017, il capo di Stato Maggiore turco, Hulusi Akar, si è avvicinato fin troppo con delle navi militari agli scogli di Imia e, anche in quel caso, la tensione è subito diventata molto alta; nei giorni scorsi, è stata la volta dello speronamento di una motovedetta greca ad opera di un mezzo della marina turca, facendo tornare di attualità nei due paesi la questione legata ai due isolotti.

La tensione rimane molto alta

Quella che riguarda le isole Imia non è certo l’unica questione che divide Grecia e Turchia sull’Egeo; l’aviazione di Ankara già da anni, durante le sue esercitazioni, penetra all’interno dello spazio aereo ellenico, con un’intensità negli sconfinamenti aumentata dopo il fallito colpo di Stato del 16 luglio 2016, molto probabilmente come risposta al fatto che otto militari golpisti hanno trovato quella notte rifugio in Grecia. La visita di Erdogan ad Atene, avvenuta nel dicembre scorso, sembrava aver appianato alcune delle più importanti divergenze; invece, subito dopo, sono arrivate altre spine nel fianco dei rapporti bilaterali tra i due paesi: l’intervento della marina turca presso le acque della Zee greco – cipriota, con il quale è stato impedito alla nave dell’Eni si effettuare il proprio lavoro in zona, al pari dello speronamento sopra accennato di una motovedetta greca, hanno nuovamente acuito i contrasti tra Atene ed Ankara.

 In Grecia c’è una data che inizia a far paura, ossia il 2023: in quell’anno la Turchia celebrerà il centenario della nascita della Repubblica voluta da Ataturk e, per quell’occasione, Erdogan ha come obiettivo la revisione dei trattati di Losanna, anch’essi stipulati nel 1923 e con i quali sono nati gli attuali confini turchi.

Il ruolo dell’Italia

A prima vista, una questione del genere sembra lontana dall’attualità italiana e dal ruolo che il nostro paese potrebbe giocare in questo contesto; in realtà però, il governo italiano nei prossimi giorni potrebbe essere interessato per due ordini di motivi: in primo luogo, queste isole appartenevano al Dodecaneso italiano e sono state in mano a Roma dal 1912 al 1947 e, proprio per tal motivo, già in passato l’Italia è stata interessata al ruolo di mediatrice nelle controversie sull’Egeo tra Grecia e Turchia; in secondo luogo invece, sullo sfondo di questa questione emerge la problematica inerente la nave Saipem 12000 dell’Eni respinta dai turchi a largo di Cipro. L’irruenza turca sia sulle isole Imia che nella Zee cipriota, sono figlie della stessa strategia di Erdogan che, di fatto, mira a fare del Mediterraneo orientale la propria privilegiata zona d’influenza; una volta aperta la partita diplomatica, entrambe le questioni verranno affrontate e l’Italia potrebbe essere diretta interessata sia per il suo passato da possessore delle isole e sia, soprattutto, per essere il paese maggiormente danneggiato dalla querelle tra Grecia, Cipro e Turchia.

Questo contesto evidenzia ancora una volta sia l’importanza che assume, per il nostro paese, l’intero bacino del Mediterraneo e sia, dall’altro lato, quante importanti carte potrebbe giocarsi il nostro paese in questa fetta del pianeta da sempre apice degli interessi internazionali dell’Italia; tornare protagonisti sul “mare nostrum” appare sempre più una necessità, oltre che un naturale sbocco della nostra politica estera.